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	<title>4 Anni Dopo</title>
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	<description>Quando una storia finisce e l&#039;amore tarda a mollarti</description>
	<lastBuildDate>Thu, 21 Jan 2010 12:33:13 +0000</lastBuildDate>
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		<title>Epilogo</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 12:09:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[4 Anni Dopo]]></category>

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		<description><![CDATA[Dopo l’ultima chiacchierata con la mia vocina passarono più o meno sei mesi di ricostruzione globale, diciamo così. Il mio terzo salto era stato completato, e in un certo senso quei sei mesi furono il benvenuto definitivo nel nuovo me stesso. Come in tutti i salti precedenti a quello, avevo lasciato qualcosa indietro e qualcos’altro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo l’ultima chiacchierata con la mia vocina passarono più o meno sei mesi di ricostruzione globale, diciamo così. Il mio terzo salto era stato completato, e in un certo senso quei sei mesi furono il benvenuto definitivo nel nuovo me stesso. Come in tutti i salti precedenti a quello, avevo lasciato qualcosa indietro e qualcos’altro di nuovo era pronto ad accogliermi. Un nuovo modo di vedere le cose, di pensare, di fare. Migliore? Peggiore? Non lo so, era nuovo, questo lo so per certo. E so anche un’altra cosa: il passato mi segue sempre. Forse più che segue dovrei dire insegue. Il passato, è lui il vero cacciatore.</p>
<p>Un po’ di tempo fa stavo in una mailing list in cui era iscritta anche una ragazza polacca. Con i modi pratici dei popoli dell’est, ogni volta che questa ragazza ci vedeva bloccati in qualche discussione che rischiava il classico stallo dovuto all’eccesso di pensiero e alla mancanza di azione, veniva fuori con una mail il cui testo era composto da una sola parola:</p>
<p><em>Avanti</em>!</p>
<p>C’era molto che questa ragazza potesse insegnarmi con una sola parola.</p>
<p>Alla fine del sesto mese di ricostruzione, Stefania mi chiamò. Disse che doveva venire a Roma per un meeting. Come sapete, Stefania doveva sempre andare da qualche parte. Mi chiese se mi andava di incontrarla. Al vecchio me stesso sarebbe andato molto. A quello nuovo non è che <em>non</em> gli andasse, ma diciamo pure che era abbastanza scettico.</p>
<p>Le dissi che si poteva fare, e le chiesi se avesse qualche posto in cui andare a dormire. Ora, qui successe una cosa strana: lei rimase in silenzio per un po’. Non so se si aspettasse che l’avrei invitata a dormire da me, probabilmente non lo saprò mai. Fatto sta che mi sembrava semplicemente fuori luogo un invito del genere, e posso dire con una certa sicurezza che lo sarebbe stato senz’altro. Nonostante questo, lei rimase in silenzio.</p>
<p>Dopo un po’ disse che sarebbe andata a dormire da un’amica. Disse che si sarebbe fatta sentire in settimana per metterci d’accordo. Era martedì.</p>
<p>Mercoledì. Giovedì. Venerdì. L’avete sentita voi? Così l’ho sentita io.</p>
<p>Quelli furono gli Ultimi Tre Giorni in cui diedi una qualunque importanza a una qualsiasi cosa detta da Stefania.</p>
<p>Il sabato, intorno a mezzogiorno chiamò. Io non avevo il telefono con me, quando lo recuperai trovai la sua chiamata insieme a un messaggio. Il messaggio diceva che non era potuta arrivare prima, ma che se mi andava sarei potuto andare al suo meeting, così avremmo potuto incontrarci.</p>
<p>Non era cambiato niente, certe cose non cambiano mai: era ancora completamente impegnata a salvare il mondo, tempo per tutto il resto ne restava pochissimo. Le dissi che no, grazie, non era proprio il caso di un incontro tra un discorso impegnato da sopra il palco e l’altro. Magari un’altra volta.</p>
<p>E un’altra volta ci fu. Per l’esattezza un’ultima telefonata. Mi chiese di trovare un posto a metà strada tra Roma e Milano per incontrarci. L’avete cercato voi questo posto? Così l’ho cercato io.</p>
<p>L’attitudine a guardarsi indietro difficilmente paga. In questo gioco obbligatorio chiamato <em>vita</em> il passato conta solo in <em>qualità</em> e <em>quantità</em> di esperienza, e più niente. Il presente è una specie di chimera, qualcosa che si tende a rincorrere in continuazione senza riuscire a prenderla mai.</p>
<p>In Africa c’è un detto, dice che in un fiume non puoi farti il bagno nella stessa acqua per due volte. La vita è un flusso in continuo divenire, esattamente come l’acqua di quel fiume. Probabilmente l’unica vera dimensione a cui valga la pena di guardare è il futuro, perché la vita <em>non è</em> adesso: la vita è fra un secondo, fra dieci minuti, fra due giorni, un mese. La vita <em>va</em>.</p>
<p><em>Oppure</em></p>
<p>Il passato è morto. E’ terra bruciata, è quello che <em>era</em>. Il futuro non sai <em>se </em>e <em>quando </em>e <em>cosa</em> sarà. Non pensarci, non ne vale la pena perché il futuro <em>non è</em>. L’unica cosa che conta davvero è il presente. Perché la vita non è né ieri né l’altroieri e nemmeno domani o fra un minuto o fra cinque secondi. La vita <em>è adesso</em>, in questo preciso istante che mi attraversa alla velocità di un fulmine in un nembo. La vita è proprio in questo momento in cui <em>sei</em>. E se ti volti troppo indietro o resti imbambolato a guardarti davanti, perdi l’attimo che passa, che <em>sta passando</em> per non tornare mai più. Vivilo adesso finché ci sei, finché sei <em>qui</em>, cerca di sentirtelo addosso mentre ti attraversa, e prendila come viene.</p>
<p><em>Oppure</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Non prepararti a niente, non ne vale la pena: le cose andranno come devono andare. Non preoccuparti del futuro: sulla tua vita hai meno potere di quello che credi, <em>molto </em>di meno. Per quanto riguarda il presente, cos’è <em>il presente</em>? Non hai tempo di chiamarlo che già se n’è andato. <em>Ieri</em>, lui sì, <em>Ieri</em> è quello che c’è stato<em>. </em>E’ l’unica cosa che <em>non puoi perdere, </em>è tutto quello che <em>sai</em>, tutto quello che <em>sei</em>. Il passato ti contiene in lungo e in largo, ti rappresenta, racconta di te, di ciò che hai fatto. E allora che male c’è se ti fermi un po’ a guardarlo? Che male c’è se lo ami perché ti parla di te? Che male c’è se ti sforzi di arrivare fin dove ti riesce con il lungo sguardo dei ricordi?</p>
<p>E se proprio non puoi fare il bagno due volte nella stessa acqua, puoi sempre fermarti a guardare com’era tutte le volte che vuoi.</p>
<p>(25 Maggio 2003 – 3 Dicembre 2004)</p>
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		<title>(37)</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 12:07:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[4 Anni Dopo]]></category>

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		<description><![CDATA[37 Solo che quella serata non era ancora finita. Appena mi infilai nel letto intervenne la vocina: Perché hai detto che se potessi tornare indietro forse sarebbe finita anche prima? Le porte si spalancarono di nuovo, tutte insieme, e stavolta vidi. Vidi il senso di tutto quel lavoro, vidi la figura che tassello dopo tassello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>37</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p>Solo che quella serata non era ancora finita. Appena mi infilai nel letto intervenne la vocina:</p>
<p><em>Perché hai detto che se potessi tornare indietro forse sarebbe finita anche prima?</em></p>
<p>Le porte si spalancarono di nuovo, tutte insieme, e stavolta <em>vidi</em>. Vidi il senso di tutto quel lavoro, vidi la figura che tassello dopo tassello avevo pazientemente ricostruito nel corso di quegli anni. Vidi lei che spegneva il telefono per restarsene <em>sola</em>. Vidi me che la cercavo senza trovarla. E ancora lei che mi rispondeva al telefono con quella voce <em>impegnata</em>. La voce <em>Se devi dire qualcosa dilla in fretta, ho un sacco di cose da fare</em>. Vidi me che cercavo disperatamente di conciliare la sua presenza con il mio bisogno urgente, <em>famelico</em>, di libertà.</p>
<p>E ancora lei che mi chiamava all’una di notte per dirmi: <em>Ti amo</em>. Lei che mi stringeva dicendo che non voleva perdermi. <em>Chiedendomelo</em>, lei che mi chiedeva di fare in modo che non mi perdesse. Lei che mi parlava in silenzio, lei che mi parlava <em>dentro</em>.</p>
<p>Vidi noi due abbracciati in una stanza in cui l’Universo aveva stabilito il suo inizio e la sua fine. Vidi così <em>chiaramente </em>come per noi in quei momenti non esistesse <em>niente</em> al di fuori di quella stanza. La vidi ansimare sotto di me mentre facevamo l’amore, la vidi chiedermi di dirle <em>le parole</em>. Vidi noi due abbracciati nella sabbia, in un mondo solo nostro, in una dimensione <em>privata </em>e <em>unica</em> e <em>irripetibile</em>.</p>
<p>Vidi noi due a casa mia il giorno di San Valentino, la <em>mattina</em> di San Valentino. Ci vidi nella mia cucina con lei che guardava fuori dalla finestra e io che tiravo fuori dal ripostiglio una rosa blu che avevo nascosto lì dentro il giorno prima. Mi vidi avvicinarmi alle sue spalle e chiamarla per farla girare, e vidi lei che si girava trovandosi quella rosa improvvisamente davanti agli occhi. Quella rosa sbucata dal nulla, e la vidi guardare me e poi la rosa e poi ancora me, e poi la rosa… E la vidi fare <em>quello </em>sguardo, quello sguardo come se nessuno avesse mai fatto niente del genere per lei, quello sguardo come se quella rosa non fosse solo una rosa, ma fosse <em>l’unica </em>rosa rimasta in tutto il pianeta. Ma che dico pianeta, in quello sguardo quella era l’unica rosa rimasta in tutto l’universo, l’unica rosa mai creata, ed io gliela stavo regalando, <em>proprio </em>io e <em>proprio </em>a lei. La vidi più muta e zitta che mai parlare con quegli occhi immensi, quegli occhi <em>più</em> profondi dell’abisso che mi aveva inghiottito negli ultimi tre anni e mezzo. Quegli occhi che quella mattina parlavano solo per me e lei e la nostra rosa blu. E Dio, se avessi saputo che mi avrebbe guardato così, davvero sarei andato a cogliere l’ultima rosa dell’universo per regalarla a lei.</p>
<p>Mi vidi mentre le raccontavo delle ragazze che avevo avuto: <em>Le ho lasciate tutte</em>. La sentii rispondere: <em>Anch’io</em>. Li aveva lasciati tutti e avrebbe lasciato anche me. Le avevo lasciate tutte e avrei lasciato anche lei. Perché la storia si ripete e le persone non cambiano. Meglio: le persone <em>raramente</em> migliorano e non puoi puntarci sopra più di qualche spicciolo, se proprio te la vuoi giocare. Di certo non dovresti puntarci sopra la tua vita.</p>
<p>La vidi raccontarmi dei suoi progetti di lavoro a Milano. Dei mille concorsi a cui si era iscritta in tutta Italia. La vidi parlarmi dei suoi progetti come se invece del suo ragazzo fossi stato un lontano conoscente passato di lì per caso. E vidi, oh <em>come </em>lo vidi, vidi con una chiarezza <em>cristallina</em> che sì, lei se ne sarebbe andata in qualunque caso. E non importava quanto mi amasse o quanta importanza avessi avuto nella sua vita, lei sarebbe andata via sotto braccio alla sua libertà.</p>
<p>Mi vidi maltrattarla per la mia gelosia. La vidi piangere per le mie parole. E chiudersi, e cercare un <em>modo</em>, un qualunque modo per finire quella storia. La vidi cercare la sua <em>zona rimozione</em> e cominciare a spostarci dentro tutto il bello che c’era tra noi. E ammucchiare, giorno dopo giorno, una sull’altra con infinita, meticolosa pazienza tutte quelle sensazioni e quei ricordi come in un vecchio cimitero di automobili.</p>
<p>Mi vidi cercare <em>alternative</em> per il ritorno alla vecchia e <em>sicura</em> sensazione di sentirsi liberi da un amore come quello. Un amore che avvolgeva tutto, si nutriva di tutto, che tutto voleva e tutto prendeva. Che non chiedeva mai: <em>esigeva, ordinava, disponeva</em>. Insaziabile, irrefrenabile, assolutamente, completamente, definitivamente <em>sfrenato</em>. Vidi la sua <em>paura</em>, e la mia.</p>
<p><em>Perché l’avrei lasciata, </em>dissi alla vocina. <em>Quant’è vero che sto tornando me stesso: l’avrei lasciata.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Quando?</em></p>
<p><em>Quando? Be’ quante occasioni vuoi? Quando mi disse che stava pensando di fare la missionaria in Africa? Quando mi disse che voleva andare a lavorare a Milano? Quando mi informava dei concorsi a cui si era iscritta in tutte le regioni d’Italia salvo quella in cui abitavo io? Quando mi parlava della sua vita come se io non ne avessi mai fatto parte? Lei teneva alla sua libertà almeno quanto io tenevo alla mia: noi due non eravamo fatti per stare insieme. Ogni giorno passato insieme è stato un giorno guadagnato, perché il vero corso di quella storia era che non doveva esserci nessuna storia.</em></p>
<p><em>Vuoi dire che la rinneghi?</em></p>
<p><em>La rinnego? Quelli sono stati i giorni più belli della mia vita, come potrei mai rinnegarli? Stare insieme a lei era bello, è la cosa più bella che abbia mai fatto. Ma il punto adesso è: era giusto pagare tutto questo? Tutto quello successo negli ultimi tre anni e mezzo, era giusto? Per me dico, era giusto? Voglio proprio dire: mi meritavo di farmi una cosa del genere? Io dico di no. C’erano altri modi per farla finire, modi in cui avrei pagato molto meno. </em></p>
<p><em>Non lo meritavi, ma ne valeva la pena?</em></p>
<p><em>Oh sì, lei valeva, niente dubbi su questo: lei valeva. Ma meritava di essere lasciata, così come lo meritavo io in un certo senso. E potendo tornare indietro vedendo quello che vedo oggi, avrei fatto finire quella storia. L’avrei fatta finire prima, ma quello che conta di più è che l’avrei fatta finire in un altro modo. O perlomeno ci avrei provato.</em></p>
<p><em>Quindi se dovessi tornare indietro sapendo che per tutto quello avresti dovuto pagare tutto questo, lo rifaresti?</em></p>
<p><em>Tutti i giorni. Lo rifarei tutti i giorni, non c’è verso. Non c’è cosa che non rifarei per avere i giorni passati insieme a lei. Non c’è cosa che non pagherei. Quei momenti non hanno prezzo: lei non ha prezzo. Forse sarebbe dovuta finire prima, di certo sarebbe dovuta finire in modo diverso. Ma che ci fosse dovuta essere, su questo non ho dubbi.</em></p>
<p><em>Pensi che lei ti amasse?</em></p>
<p><em>Quello che è successo tra noi non può succedere se l’amore sta solo da una parte. I momenti che abbiamo avuto non possono esistere in un amore a senso unico, è impossibile. E’ un’alchimia, è una combinazione di cose: sarebbe come voler fare l’acqua solo con l’idrogeno o solo con l’ossigeno, non c’è verso. Non c’è come farlo, è tutto qui: o hai idrogeno e ossigeno oppure niente acqua, rassegnati. Lei mi amava, potremmo discutere se mi amasse più o meno di me, per quanto tempo è rimasta innamorata e così via. Sì ma chi se ne frega? A che serve stabilire questo? La sua mancanza non era nel sentimento, la sua mancanza era nella personalità. Nel modo in cui era fatta: la sua mancanza era che fosse così stronza.</em></p>
<p><em>Vuoi dire come te?</em></p>
<p><em>Sì, voglio proprio dire stronza come me. E non c’è verso che due stronzi come noi potessero restare insieme. </em></p>
<p><em>Stabilito questo, il nostro lavoro è finito?</em></p>
<p><em>Penso proprio di sì.</em></p>
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		<title>(36)</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 12:06:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[4 Anni Dopo]]></category>

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		<description><![CDATA[36 Lucio tornò dopo un’oretta, io mi ero addormentato in macchina. Mi svegliò bussando sul vetro, stavolta mi ero chiuso dentro. Mi sentivo meno intontito di prima, ed ero abbastanza lucido da aver capito che aveva fatto tutta quella manfrina per non farmi guidare. Così scesi dalla macchina e passai dal lato del passeggero senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>36</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p>Lucio tornò dopo un’oretta, io mi ero addormentato in macchina. Mi svegliò bussando sul vetro, stavolta mi ero chiuso dentro.</p>
<p>Mi sentivo meno intontito di prima, ed ero abbastanza lucido da aver capito che aveva fatto tutta quella manfrina per non farmi guidare. Così scesi dalla macchina e passai dal lato del passeggero senza dire niente. Lui salì, mise in moto e partimmo. Le luci del quadro sembravano quelle di sempre.</p>
<p>Durante i dieci minuti di strada nessuno di noi due parlò. Arrivati sotto casa parcheggiò davanti al mio garage, poi si girò verso di me e mi chiese se mi andava di parlare.</p>
<p>“Certo”, gli risposi. Ed era vero.</p>
<p>“Che è successo?”, mi chiese.</p>
<p>“Quando?”, gli chiesi io.</p>
<p>“Stasera, che è successo? Perché hai bevuto tutta quella roba?”</p>
<p>Io ci pensai un po’ su: già, perché avevo bevuto tutta quella roba? Era andato un bicchiere via l’altro. Era successo un po’ per caso, un po’ perché non volevo andarmene dal locale prima che se ne andassero loro, e un po’ per le mie porte della percezione.</p>
<p>“Mi andava”, gli dissi. “Sei preoccupata, mamma? Non sto diventando alcolizzato, tranquillo”.</p>
<p>“No, non sono preoccupato, ma hai detto che ti andava di parlare, per questo ti ho chiesto che è successo. C’è di mezzo qualche donna?”</p>
<p>“Qualche donna? Ce n’è di mezzo una, per vie traverse diciamo, ma non sono al punto di ubriacarmi per via di una donna”.</p>
<p>“Ah no?”, fece lui. Era molto ironico.</p>
<p>“No”.</p>
<p>“E chi è questa che sta di mezzo per vie traverse? La conosco?”</p>
<p>“No. E’ quella con cui sono stato più di tre anni fa, non l’hai mai conosciuta. Ne abbiamo già parlato”.</p>
<p>Lui si girò a guardare fuori dal finestrino. Era incredulo. Poi si voltò di nuovo dalla mia parte: “<em>Ancora </em>pensi a quella?”</p>
<p>“Non passa giorno che non penso a lei”.</p>
<p>“Ma <em>come cazzo</em> è possibile? Ma che aveva? Era così bella?”</p>
<p>“Bella o non bella stare insieme a lei era come quando ascolti i Pink Floyd: fino a un certo punto è musica, poi diventa <em>qualcos’altro</em>. Tu non sai che cos’è, è <em>altro</em>, è di più, è oltre. E’ <em>il tempo</em>, lei aveva il tempo delle cose. Se le attaccavi addosso un metronomo, lei te lo <em>sincronizzava</em>, capisci? Lei aveva il tempo nei gesti, il tempo nelle parole, aveva il polso del tempo in quello che faceva”.</p>
<p>“E che faceva di tanto speciale?”</p>
<p>“Il punto non è cosa faceva, è <em>come </em>lo faceva. Non è cosa succede, è <em>come</em> succede. E’ che quando stai con lei, stai bene. Talmente bene che stai bene come quando stai con te stesso. Talmente bene che stai <em>meglio </em>di quando stai con te stesso. E’ come specchiarsi in qualcun altro e riconoscersi. Come possa succedere non lo puoi spiegare a nessuno. Cazzo, non puoi spiegarlo nemmeno a te stesso. E’ solo che succede, è tutto qui.”</p>
<p>“Sì ma che hai ancora da pensarci dopo tutto questo tempo? Se ci vuoi uscire chiamala cazzo, chiamala e levati questo pensiero, o no?”. Non sapeva nemmeno di che cosa stavo parlando.</p>
<p>“Io non voglio chiamarla, io vorrei solo tornare indietro e basta.”</p>
<p>“E pensi che tornando indietro le cose cambierebbero?”</p>
<p>“Ti ci puoi giocare il culo che cambierebbero. <em>Molte</em> cose cambierebbero. Molte cose che ho fatto. Anche se non credo che cambierebbe l’esito finale della nostra storia. Sono assolutamente convinto che ci saremmo lasciati lo stesso, anzi forse ci saremmo lasciati prima.”</p>
<p>“E allora perché vorresti tornare indietro?”</p>
<p>“<em>Per me</em> vorrei tornare indietro, <em>va bene</em>?. Per me, <em>perdio</em>!, vorrei tornare indietro <em>per me</em>!”</p>
<p>“Max mi dispiace, ma non ti capisco proprio”, mi disse lui. Ed era vero, non mi capiva proprio. Così come era vero che non potevo spiegargli niente, quindi decisi di lasciar stare. Molte volte non è che non vuoi condividere quello che hai dentro, è che non ci riesci proprio. Tu <em>lo sai </em>che non ci riesci, lo sai perché quando ci hai provato hai visto quello sguardo assente che montava in chi ti stava di fronte. Più parlavi e <em>spiegavi</em> il meglio del meglio che avevi dentro, più gli occhi che ti guardavano si allontanavano. Alla fine ti trovavi a parlare da solo e chi ti stava di fronte non ti vedeva più. Ma tu lo vedevi. Vedevi molto bene che mentre cercavi di condividere il tuo meglio quell’altro se n’era andato con la testa chissà dove e ti aveva lasciato di fronte a due occhi vuoti.</p>
<p>Una, due, tre, dieci volte, un bel giorno non lo sopporti più. Un bel giorno quando qualcuno ti chiede che cos’hai cominci a sparare cazzate, cominci a dire che non hai niente, solo per non rivedere mai più quegli occhi vuoti. Ma dentro ti resta quel desiderio represso, il desiderio che <em>ti vedano</em>, la voglia di farti capire <em>davvero</em>. Vorresti aprirti come un libro e farti leggere, senza stare lì a spiegare cose inspiegabili: <em>Leggete, cazzo! Leggete! Così la smettete di chiedere cose che non posso spiegarvi. E’ scritto tutto qui, leggete e fatela finita.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Lucio scese dalla macchina per aprire il garage, io approfittai per passare al posto di guida. Visto che ero in grado di farlo misi la macchina in garage, lo ringraziai di tutto e me ne andai a dormire. Le serate in cui ti sbronzi finiscono sempre a cazzo di cane.</p>
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		<item>
		<title>(35)</title>
		<link>http://4annidopo.pulsazioni.net/2010/01/21/35-2.htm</link>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 12:05:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[4 Anni Dopo]]></category>

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		<description><![CDATA[35 La mia era la posizione di tutti quelli che vorrebbero abbracciare qualcuno che è morto. La fine di un amore in un certo senso è un lutto, e in un certo senso ancora più certo è una cosa che va oltre il lutto. Probabilmente quello che alla fine ci costringe ad accettare la morte [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>35</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p>La mia era la posizione di tutti quelli che vorrebbero abbracciare qualcuno che è morto. La fine di un amore in un certo senso è un lutto, e in un certo senso ancora più <em>certo </em>è una cosa che va <em>oltre </em>il lutto. Probabilmente quello che alla fine ci costringe ad accettare la morte di qualcuno a cui vogliamo bene è la sua inevitabilità, oltre al fatto che la morte è assolutamente definitiva. Non c’è nessun ritorno, nessuna possibilità di trovare un modo per sostituire con una presenza il vuoto che stringi tra le braccia.</p>
<p>Allo stesso modo, quando finisce una storia d’amore la presenza della persona amata svanisce. Ma il punto è che quella persona continua ad esistere, <em>c’è</em>. E’ da qualche parte, da <em>qualunque altra parte</em> che non sia il posto dove vi trovate voi e questo complica le cose di brutto.</p>
<p>Non mi ricordavo che Lucio dovesse tornare a prendermi, quindi mi alzai dal tavolino e mi avviai verso la macchina. O meglio, verso il posto <em>in cui pensavo</em> di aver lasciato la macchina. Arrivato al parcheggio guardai in giro e non trovai la mia macchina da nessuna parte. Mi voltai dietro di me per assicurarmi del posto in cui mi trovavo, mi girai di nuovo verso le macchine e guardai meglio. <em>C’è</em>, mi diceva la vocina, <em>c’è</em>. Era ubriaca anche lei.</p>
<p>Un attimo prima di chiamare la polizia per denunciare il furto della macchina, mi ricordai che l’avevo lasciata nel parcheggio dietro il locale e adesso mi trovavo nel parcheggio <em>di fronte</em> al locale.</p>
<p>Andai a recuperarla. Appena salito dentro cominciò la ricerca delle chiavi, che per qualche oscuro motivo non sono mai nella tasca dove penso di trovarle. Ad essere precisi sono <em>sempre </em>nell’ultima tasca in cui le cerco. <em>Devo mettere ordine nella mia vita</em>, pensai infilando la chiave nell’accensione.</p>
<p>Girai la chiave e fu come aver infilato la spina dell’albero di natale nella presa della corrente. <em>Tutte quelle luci</em> nel quadro, cazzo quante ne vedevo! Mi sembrava che dall’ultima volta che l’avessi lasciata, la mia macchina avesse centuplicato le sue luci nel quadro.</p>
<p>Mentre pensavo a come potesse essere successa una cosa del genere, Lucio aprì di scatto il mio sportello. Io saltai dalla paura, per poco non mi veniva un infarto. L’ultima cosa che mi aspettavo pensando alle mie luci era che qualcuno aprisse lo sportello della macchina con quella violenza.</p>
<p>“Dove <em>cazzo</em> credi di andare?”, mi disse infilando la capoccia nella macchina.</p>
<p>“A casa”, gli risposi scansandomi di lato. “Perché? Hai altri programmi?”, gli chiesi poi. A dirla tutta non capivo che voleva da me e cosa ci facesse di nuovo lì. Non mi ricordavo in nessun modo che sarebbe dovuto tornare a prendermi.</p>
<p>“Certo che ho altri programmi, la tua macchina resta qui, a casa ti porto io. Poi domani torniamo a prenderla.”</p>
<p>“<em>Che cosa</em>?”, gli dissi guardandolo di traverso, e <em>vedendolo</em> di traverso. “Non se ne parla proprio, piuttosto dormo qui”, che mi sembrava un’alternativa assolutamente ragionevole in quel momento.</p>
<p>Lui mi vide molto risoluto, allora disse: “Okay, allora andiamo a casa, lasciamo la mia macchina e poi torniamo a piedi a prendere la tua. Poi io porto a casa te e la tua macchina e me ne torno a piedi”. Ci pensai un po’ su. Io e lui abitavamo piuttosto vicini, si poteva fare. Ma da casa sua al locale a piedi era almeno mezz’ora di strada e non avevo voglia di camminare.</p>
<p>Allora gli dissi: “No, tu vai a casa, posi la macchina e torni a piedi. Io ti aspetto qui.”</p>
<p>Lui mi fece uno sguardo come se volesse spaccarmi la faccia, poi disse: “Va bene ma le chiavi della tua macchina me le porto io”.</p>
<p>Era un grande amico, forse il migliore che ho avuto.</p>
<p>Non capivo perché volesse portarsi via le chiavi della mia macchina, e nemmeno perché volesse andare a casa sua per poi tornare a piedi a prendere me, ero molto ubriaco. Ci pensai un po’ su,  alla fine gli dissi che andava bene. Tutto quello che volevo era restare un po’ da solo a pensare alle luci del mio quadro.</p>
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		<title>(34)</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 12:05:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
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		<description><![CDATA[34 Adesso invece, seduto in quel locale, ubriaco da non capire niente una cosa la capivo e la capivo molto bene: mia madre non stava smettendo di piangere e io non sarei potuto uscire da lì dentro sentendomi libero nemmeno un po’. Niente e nessuno avrebbe smesso di piangere quella sera per svoltare la situazione. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>34</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p>Adesso invece, seduto in quel locale, ubriaco da non capire niente una cosa la capivo e la capivo molto bene: mia madre non stava smettendo di piangere e io non sarei potuto uscire da lì dentro sentendomi libero nemmeno un po’. <em>Niente </em>e <em>nessuno </em>avrebbe smesso di piangere quella sera per svoltare la situazione. Non avevo nessuna possibilità di uscire dal locale più libero di come ci ero entrato, e dentro di me mandai a fare in culo Blake e le sue porte della percezione aperte su stanze vuote.</p>
<p>Mi sentivo come se avessi chiuso un’epoca della mia vita senza averne cominciata nessun’altra. Come se fossi rimasto bloccato a metà strada di <em>qualcosa</em>. Nessuna possibilità di tornare indietro e nessuna <em>percezione</em> di cosa avevo davanti. Dovevano sentirsi più o meno così i soldati della prima guerra mondiale spinti dai fischietti dei loro ufficiali in quella che chiamavano La Terra di Nessuno.</p>
<p>Te ne stavi bello comodo nella tua trincea, magari scrivevi una lettera alla tua ragazza a casa, ed ecco che tutt’a un tratto quelli dall’altra parte cominciavano a sparare. Neanche il tempo di risistemarti le cose e il tuo ufficiale soffiava come un pazzo nel suo fischietto: era il segnale. Dovevi alzarti, prendere il tuo fucile con la baionetta e buttarti all’assalto come una furia. Saltavi in piedi, uscivi dalla trincea ed ecco che prima ancora di rendertene conto ti trovavi a combattere nello spiazzo che separava la tua trincea dalla trincea del nemico: La Terra di Nessuno.</p>
<p>Non potevi tornare indietro, perché saresti stato fucilato dai tuoi. Non potevi andare avanti, perché c’era la trincea nemica. Dovevi startene lì nel bel mezzo del nulla, combattendo, sparando, uccidendo a destra e a manca come meglio ti riusciva, sperando di uscirne vivo in qualche modo che al momento ti risultava assolutamente sconosciuto. E non c’era nessun Dio per te, e nessun amico, e nessuna donna o uomo o animale su tutta la faccia della terra, nessuna scelta e nessuna cosa, nessun oggetto o pensiero e <em>niente</em> che potesse aiutarti in qualche modo ad uscire da lì. C’eri solo tu contro un nemico che non ti eri cercato. Che ci crediate o no, mi sentivo esattamente così.</p>
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		<title>(33)</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 12:04:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
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		<description><![CDATA[33 Il giorno che sono partito militare dentro casa mia regnava la disperazione. Mi ricordo che avevo il treno alle nove di sera e alle otto ero a casa con tutti i bagagli pronti. Con me c’erano mia madre, mia nonna e mia sorella. Io mi sentivo come se stessi andando in vacanza, soprattutto perché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>33</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p>Il giorno che sono partito militare dentro casa mia regnava la disperazione. Mi ricordo che avevo il treno alle nove di sera e alle otto ero a casa con tutti i bagagli pronti. Con me c’erano mia madre, mia nonna e mia sorella. Io mi sentivo come se stessi andando in vacanza, soprattutto perché ero stato preso in Aeronautica, e chiedetelo a chiunque: fare il militare in Aeronautica se non è una vacanza è qualcosa che ci va molto vicino. Tra le altre cose ero stato assegnato ad una base aerea con degli aerei <em>veri</em>. C’erano i Tornado, cazzo, e anche se ero un semplice autista a disposizione degli ufficiali, li avrei finalmente visti <em>dal</em> <em>vivo</em>. Li avrei toccati, avrei toccato i loro carrelli, le ruote, li avrei visti decollare e chissà se fossi stato tanto fortunato da trovarne uno in qualche hangar senza custodia, avrei anche potuto salire la scaletta per <em>entrarci dentro</em>.</p>
<p>Io ero contento, ed ero l’unica persona contenta dentro casa mia. Gli altri erano alla disperazione. Mia nonna piangeva in camera da letto cercando di non farsi sentire, mia madre piangeva in cucina abbracciata a mia sorella. Sembrava che stessi partendo per il Vietnam.</p>
<p>Mia sorella aveva cinque anni e non capiva molto bene cosa stesse succedendo, era molto spaventata. Io non sapevo che cosa fare, a dirla tutta non vedevo l’ora di andarmene.</p>
<p>“Io vado”, dissi alla fine.</p>
<p>A queste parole mia nonna si precipitò in cucina urlando: “ODDIO… <em>OODDDIO</em>!”</p>
<p>“Fatti sentire!”, disse mia madre come se fosse l’ultima volta che mi vedesse. “Non fare come fai tu! Scrivi, telefona, fatti SENTIRE!”</p>
<p>“Sì… ma certo che telefono, dai non fate così. Non c’è bisogno, tra l’altro sto qui a ottanta chilometri, tornerò anche spesso…”</p>
<p>Mia sorella si staccò improvvisamente da mia madre e mi abbracciò una gamba: “TORNA!”, mi urlò contro i pantaloni.</p>
<p>Era spaventata a morte, allora mi abbassai per parlarle: “Ascolta, io torno, questo non è proprio in discussione, non corro nessun rischio, è solo il servizio militare che devono fare tutti i ragazzi, capito? Non è una cosa rischiosa, soprattutto dove vado io, è proprio tranquillissimo, capito? Adesso tu vedi mamma e nonna che piangono, ma tutte le mamme e tutte le nonne piangono quando i ragazzi vanno a fare il militare, non è così drammatico, non è niente, capito?”</p>
<p>“GIURA CHE TORNI!”, mi urlò in faccia come se non avessi detto niente. Adesso stava piangendo anche lei. Dio se me ne volevo andare.</p>
<p>“Okay”, le dissi alla fine. “Giuro che torno, va bene?”</p>
<p>“NO!”, disse lei. “<em>GIURALO</em> <em>VERAMENTE </em>!”</p>
<p>“Okay, lo giuro veramente, va bene?”. Lei si girò verso mia madre, come per chiederle se andava bene adesso che l’avevo giurato <em>veramente</em>.</p>
<p>Mia madre smise di piangere e mia sorella lo interpretò come un buon segno. E anch’io. Poco dopo riuscii finalmente ad uscire da casa per andare alla stazione. Appena fuori casa mi sentii libero, mi sentii <em>finalmente </em>libero.</p>
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		<title>(32)</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 11:57:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
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		<description><![CDATA[32 Da un certo punto in avanti ho un vuoto totale su quello che è successo. Mi ero ubriacato di brutto, forse più della serata con la tequila. Dopo questo vuoto, i ricordi partono all’improvviso con Lucio che mi dice di aspettare lì seduto al tavolo e non muovermi per nessun motivo. “Accompagno Emanuela e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>32</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p>Da un certo punto in avanti ho un vuoto totale su quello che è successo. Mi ero ubriacato di brutto, forse più della serata con la tequila. Dopo questo vuoto, i ricordi partono all’improvviso con Lucio che mi dice di aspettare lì seduto al tavolo e non muovermi per <em>nessun motivo</em>.</p>
<p>“Accompagno Emanuela e vengo a riprenderti”, mi disse. “Tu non ti muovere da qui per nessun motivo.” Fece una pausa, poi quando vide che non rispondevo aggiunse: “Hai capito?”</p>
<p>Io non avevo capito ma gli feci segno di sì con la testa. Continuavo a guardare una goccia d’acqua caduta da un bicchiere sul tavolino. Era una goccia che stava lì da più di cinque minuti e mi stava dicendo un sacco di cose. Continuavo a fissarla come se dentro potessi leggerci il segreto dell’origine e della fine della mia vita. Be’ non sono assolutamente sicuro sull’origine a dirla tutta, ma sulla fine sì, perché mi sentivo come se fossi morto. Assolutamente, definitivamente morto.</p>
<p>Mi sentivo come se fossi morto da un sacco di tempo e nessuno me l’avesse ancora detto. Ma ecco che all’improvviso io cominciavo a scoprirlo da me, senza bisogno che qualcuno mi dicesse niente. Dentro quella goccia stavo leggendo che sì, era <em>esattamente</em> così. Era così che andava quando morivi. Nessuno te lo diceva per un bel pezzo, per non sottoporti allo stress della notizia tutto d’un colpo. Tu morivi e continuavi un po’ di tempo come se fossi vivo. Poi un giorno qualcuno ti avrebbe fermato per strada e ti avrebbe detto di essere il tuo angelo custode. Ti avrebbe detto che eri morto due o tre anni fa, ma non c’era nessun problema perché ti sentivi benissimo, no? Quindi perché spaventarti per una notizia del genere? Da quel momento in avanti saresti stato <em>ancora</em> <em>meglio</em>. Avresti apprezzato tutti i vantaggi di essere morto. Era finalmente arrivato il momento di avere <em>tutte le risposte</em>. Perché è questo il sottofondo latente di tutte le cose che facciamo, no? E’ questo il senso delle Grandi Domande, lo scopo finale di ogni ricerca dentro e fuori sé stessi: <em>avere le risposte</em>.</p>
<p><em>Chi sono? Cosa ci faccio esattamente qui? Cosa succederà quando morirò? Cosa sarà dopo? Ha un senso il mio dolore?</em> Le domande le conoscete, ecco che per me era arrivato finalmente il momento di avere le risposte, di sicuro era così. Perché ero bello che morto da un sacco di tempo ormai e l’avevo capito da me. E quando sarebbe arrivato il mio angelo a dirmelo sarei stato io a sorprendere lui.</p>
<p>Dentro quella goccia d’acqua c’era tutta questa roba e se Lucio pensava che avessi tempo per sentire quello che aveva da dire lui era completamente scemo. Lo vedete da soli quanto potevo essere ubriaco.</p>
<p>Appena Lucio uscì dal locale mi calò addosso un velo di tristezza assoluta. <em>Non posso farci niente</em>, pensai e la tristezza mi piombò addosso come una volpe sopra una gallina addormentata. <em>Non posso farci niente a niente. A niente. Non-posso-fare-niente. N.i.e.n.t.e.</em></p>
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		<title>(31)</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 11:56:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
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		<description><![CDATA[31 Lo trovai a un tavolo seduto con Emanuela. Ve la ricorderete sicuramente, era quella che l’aveva mandato in bianco la prima sera che uscii con Tiziana. Mi sorprese non poco rivederli insieme, forse era la prima volta in assoluto che vedevo Lucio insieme a qualcuna che l’aveva già mandato in bianco. Forse si sta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>31</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p>Lo trovai a un tavolo seduto con Emanuela. Ve la ricorderete sicuramente, era quella che l’aveva mandato in bianco la prima sera che uscii con Tiziana. Mi sorprese non poco rivederli insieme, forse era la prima volta in assoluto che vedevo Lucio insieme a qualcuna che l’aveva già mandato in bianco.</p>
<p><em>Forse si sta innamorando</em>, pensai. Feci un sorriso, mi ero appena seduto al tavolo senza nemmeno salutarli.</p>
<p>“Sei ubriaco?”, mi chiese Lucio. Lo chiese come se stesse parlando con un alcolizzato.</p>
<p>“Ancora no”, gli dissi. “Voi?”</p>
<p>“Noi che?”, mi chiese Emanuela. Ma forse dovrei dire <em>mi morse </em>Emanuela. Neanche loro mi avevano salutato, avevamo saltato tutti i preliminari: immagino che dovessi stargli molto antipatico per aver mollato la sua amica.</p>
<p>“Siete ubriachi?”, gli chiesi.</p>
<p>“Ma figurati, io non bevo proprio”, mi rispose. Stava molto sulle sue, se fossi stato completamente lucido a quel punto me ne sarei andato.</p>
<p>Chiamai il cameriere e ordinai un whiskey e coca: “<em>Molto</em> whiskey”, gli dissi.  Se c’è una cosa che mi fa veramente schifo sono i superalcolici, mi bruciano lo stomaco a morte. Ma quella sera dovevo aprire le porte della percezione. Lucio ordinò una coca cola, Emanuela si fece portare un frullato.</p>
<p>“Mi fate bere da solo?”, dissi rivolto a tutti e due.</p>
<p>“Sei l’unico che beve qui”, mi disse Emanuela. La guardai e feci un altro sorriso. Quella sera ero un distributore di sorrisi, e adesso che ero sicuro di starle assolutamente antipatico decisi che mi sarei alzato da quel tavolo solo quando se ne fossero andati anche loro, non un momento prima. E mi sarei alzato ubriaco.</p>
<p>Il terzo bicchiere era quasi tutto whiskey. Il quarto whiskey e coca diventò un whiskey e basta. A quel punto la realtà cominciò a <em>sfumare</em>. Sembrava che il mondo fosse stato proiettato dietro una di quelle allucinazioni estive dell’asfalto, quando da lontano sembra che tutto stia ondeggiando. Solo che il mio mondo ondeggiava <em>da vicino</em>. Siccome sentivo il cervello allontanarsi in fretta decisi di fermarmi con i superalcolici e il mio quinto bicchiere fu una birra.</p>
<p>A quel punto alle mie porte mancava solo un colpetto per aprirle. La birra glielo diede: a metà bicchiere le porte della percezione si aprirono.</p>
<p>E dietro non c’era niente.</p>
<p>Niente di niente. La mia mente non mi svelò nessun segreto, non mi trasmise neanche un pensiero, nemmeno una piccolissima riflessione, niente. Fu allora che mi venne da ridere, mi venne da <em>scompisciarmi </em>dalle risate, letteralmente. Se c’è una cosa davvero irresistibile per un ubriaco sono le facce serie di chi è rimasto sobrio e ti guarda con sguardo compassionevole e imbarazzato. Emanuela aveva uno sguardo anche peggiore di quello, era <em>schifata</em>, mi dovete credere. Letteralmente schifata, lei non aveva mai visto niente di simile in tutta la sua vita, quello era il messaggio che mi lanciava con gli occhi. Misi le mani sul tavolino, ci poggiai la testa sopra e risi <em>a morte</em>.</p>
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		<title>(30)</title>
		<link>http://4annidopo.pulsazioni.net/2010/01/21/30-2.htm</link>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 11:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[4 Anni Dopo]]></category>

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		<description><![CDATA[30 La sera del giorno dopo quella telefonata uscii in macchina da solo e cominciai a girare per la città. A un certo punto imboccai un lungo rettilineo con una serie di semafori uno dietro l’altro. Mentre la macchina andava, mi venne in mente che A volte richiamano. A volte non possono tornare indietro. A [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>30</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p>La sera del giorno dopo quella telefonata uscii in macchina da solo e cominciai a girare per la città. A un certo punto imboccai un lungo rettilineo con una serie di semafori uno dietro l’altro. Mentre la macchina andava, mi venne in mente che <em>A volte richiamano</em>.</p>
<p><em>A volte non possono tornare indietro. A volte è troppo tardi. A volte vorresti essere qualcun altro.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Semaforo rosso, insieme alla macchina si bloccarono anche i pensieri.</p>
<p>Verde:</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>A volte lo sei. A volte non lo volevi. A volte succedono cose che hai aspettato come se da loro dipendesse la tua stessa vita. A volte queste cose non sono come te le eri immaginate. A volte lo sono, ed è anche peggio. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Rosso, chi si muove paga pegno.</p>
<p>Verde:</p>
<p><em>A volte la tua vita non dovrebbe essere consegnata nelle mani di qualcun altro. A volte ami. A volte non meriti quello che hai. A volte lo perdi. A volte non ti meritano. A volte loro riescono a tenerti lo stesso. A volte certe porte si chiudono. </em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Rosso, non si muove una foglia.</p>
<p>Verde:</p>
<p><em>A volte le porte chiuse andrebbero lasciate come stanno. A volte non dovresti passare il tuo tempo a cercare il modo migliore per aprirle. A volte si riaprono e quello che c’è dietro è anche meglio di come te lo ricordavi. Quelle volte dovrebbero restare chiuse più che mai.</em></p>
<p><em> </em></p>
<p>Mi fermai in un pub a bere una birra e restai seduto un bel pezzo al tavolo, non pensavo più a niente. A un certo punto mi venne voglia di ubriacarmi. Volevo aprire <em>le porte della percezione</em>, come le chiamava Blake.</p>
<p><em>Quante porte</em>, pensai.</p>
<p>Verso mezzanotte chiamai Lucio, che stava in un pub pure lui. Gli chiesi se era solo, mi disse di no.</p>
<p>“Ma se vuoi venire vieni, non c’è problema”, mi disse subito dopo. Questo c’era di bello con lui, che non c’era mai problema. Ero un po’ brillo, gli dissi che sarei andato.</p>
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		<title>(29)</title>
		<link>http://4annidopo.pulsazioni.net/2010/01/21/29-2.htm</link>
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		<pubDate>Thu, 21 Jan 2010 11:55:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Max</dc:creator>
				<category><![CDATA[4 Anni Dopo]]></category>

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		<description><![CDATA[29 Ora, nel momento in cui Lei disse Ciao, a me sembrò proprio che l’ultima volta che l’avessi sentita fosse stato ieri sera. “Ciao”, le dissi. “Ciao”, ripeté Lei: salutare ci eravamo salutati, niente dubbi su questo. “A volte richiamano”, disse subito dopo. “Già”, dissi io. Era tutto così surreale, come se stesse succedendo senza [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>29</strong></p>
<p style="text-align: center;">
<p>Ora, nel momento in cui Lei disse <em>Ciao</em>, a me sembrò proprio che l’ultima volta che l’avessi sentita fosse stato ieri sera.</p>
<p>“Ciao”, le dissi.</p>
<p>“Ciao”, ripeté Lei: salutare ci eravamo salutati, niente dubbi su questo. “A volte richiamano”, disse subito dopo.</p>
<p>“Già”, dissi io. Era tutto così surreale, come se stesse succedendo senza succedere, era un po’ più di un fatto immaginario e un po’ meno di un fatto reale. Era il suo tono di voce, il suo modo di parlare, quella calma che avvolgeva ogni suo gesto consegnandovelo impacchettato come un bel regalo.</p>
<p>Sorrise nella cornetta: “Mi sembra ieri”, disse poi.</p>
<p>“Sì”, dissi io, “sembra proprio ieri. Che fai? Come stai?”, le chiesi.</p>
<p>“Sto bene, faccio le solite cose. Adesso sto a Milano, abito proprio sotto la <em>madunina</em>”, disse Lei.</p>
<p>“A Milano”, dissi io. “E ti trovi bene?”</p>
<p>“Una chiavica. Sono tutti molto freddi e molto efficienti, lavoro qui da più di un anno e ci devo stare.”</p>
<p>Io lavoravo <em>qui</em> da più di tre anni e anch’io ci dovevo stare, in un certo senso la capivo.</p>
<p>“Che hai fatto in questi tre anni?”, le chiesi poi.</p>
<p>“L’anno scorso stavo per sposarmi”, disse Lei. <em>Ah, bene</em>!, pensai.</p>
<p>“Non lo so nemmeno io come siamo arrivati a tanto, ma stavo proprio per sposarmi. Poi all’ultimo momento sono scappata. Appena in tempo”, disse. Lo disse proprio come se avesse scampato un pericolo mortale. “E tu?”, mi chiese.</p>
<p>“Io? Io niente, le solite cose. Non stavo per sposarmi però”. Parlavamo, questo sì, ma era come se stessimo parlando di qualunque cosa tranne quello di cui avremmo voluto parlare. Non posso escludere che fosse una sensazione esclusivamente mia questa, ma mi sento di poter dire con una certa sicurezza che anche nella sua voce e nelle sue parole c’era come un sottofondo di altre<em> </em>cose.</p>
<p>“Dimmi qualcosa che non so”, mi disse a quel punto. Non avevo che da scegliere nel mazzo se avessi voluto rispondere a questa domanda. Avrei potuto cominciare dicendole che stava parlando con me, ma non era il <em>me </em>che conosceva Lei quello che oggi le rispondeva al telefono. Avrei potuto proprio dirle un sacco di cose, credetemi, ma non mi sentivo di volerle dire niente.</p>
<p>“Sei contenta di quello che hai?”, invece di rispondere le chiesi questa cosa.</p>
<p>“Contenta? No, ma fra un paio di mesi vado a Londra, e di questo sono contenta.” Doveva sempre fare qualche viaggio, stava sempre a <em>correre</em> da qualche parte. Quando stavamo insieme i suoi amici la chiamavano <em>La ragazza con la valigia</em>. “E tu?”, mi chiese poi.</p>
<p>“Io? Se sono contento? Certo che sono contento”, lo dissi quasi offeso. Ma non ero offeso, ero solo stato preso con le mani nel sacco. No che non ero contento, non c’era proprio niente di cui fossi contento. Ma questo non l’avrei detto a nessuno, meno che mai l’avrei detto a Lei.</p>
<p>“Con questo ragazzo che stavo per sposare non parlavamo mai”, mi disse Lei. “Cioè parlavamo un sacco, ma non dicevamo niente. Stavamo ore e ore a parlare, ma parlavamo come due <em>giornalisti</em>, non come due fidanzati. Non eravamo davvero in confidenza, era come se ci facessimo un’intervista. Non lo so se mi sono spiegata, ma con te era diverso”.</p>
<p>Oh, altroché se si era spiegata. Si era spiegata alla grande proprio.</p>
<p>“Anch’io negli ultimi tempi &#8211; <em>Negli ultimi tre anni</em>, fu quello che pensai &#8211; non è che abbia parlato tantissimo. Senti, adesso devo andare perché domani è veramente una giornataccia. Ci sentiamo qualche altra volta se ti va?”. Non chiedetemi perché troncai quella telefonata dopo averla aspettata così tanto, una vera risposta non ce l’ho. Immaginatevi voi qualcosa, andrete molto più vicini alla verità di qualunque spiegazione possa darvi io.</p>
<p>“Sì, come no”, disse Lei. “Sono stata proprio contenta di sentirti”, mi disse.</p>
<p>“Anch’io, la tua voce è quella di sempre”, le dissi.</p>
<p>“Anche la tua”, mi disse Lei, poi ci salutammo. Le sensazioni che mi lasciò quella telefonata furono principalmente due: la prima era nostalgia.  E la seconda era l’impressione che a tratti avessimo parlato come due giornalisti.</p>
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