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Solo che quella serata non era ancora finita. Appena mi infilai nel letto intervenne la vocina:

Perché hai detto che se potessi tornare indietro forse sarebbe finita anche prima?

Le porte si spalancarono di nuovo, tutte insieme, e stavolta vidi. Vidi il senso di tutto quel lavoro, vidi la figura che tassello dopo tassello avevo pazientemente ricostruito nel corso di quegli anni. Vidi lei che spegneva il telefono per restarsene sola. Vidi me che la cercavo senza trovarla. E ancora lei che mi rispondeva al telefono con quella voce impegnata. La voce Se devi dire qualcosa dilla in fretta, ho un sacco di cose da fare. Vidi me che cercavo disperatamente di conciliare la sua presenza con il mio bisogno urgente, famelico, di libertà.

E ancora lei che mi chiamava all’una di notte per dirmi: Ti amo. Lei che mi stringeva dicendo che non voleva perdermi. Chiedendomelo, lei che mi chiedeva di fare in modo che non mi perdesse. Lei che mi parlava in silenzio, lei che mi parlava dentro.

Vidi noi due abbracciati in una stanza in cui l’Universo aveva stabilito il suo inizio e la sua fine. Vidi così chiaramente come per noi in quei momenti non esistesse niente al di fuori di quella stanza. La vidi ansimare sotto di me mentre facevamo l’amore, la vidi chiedermi di dirle le parole. Vidi noi due abbracciati nella sabbia, in un mondo solo nostro, in una dimensione privata e unica e irripetibile.

Vidi noi due a casa mia il giorno di San Valentino, la mattina di San Valentino. Ci vidi nella mia cucina con lei che guardava fuori dalla finestra e io che tiravo fuori dal ripostiglio una rosa blu che avevo nascosto lì dentro il giorno prima. Mi vidi avvicinarmi alle sue spalle e chiamarla per farla girare, e vidi lei che si girava trovandosi quella rosa improvvisamente davanti agli occhi. Quella rosa sbucata dal nulla, e la vidi guardare me e poi la rosa e poi ancora me, e poi la rosa… E la vidi fare quello sguardo, quello sguardo come se nessuno avesse mai fatto niente del genere per lei, quello sguardo come se quella rosa non fosse solo una rosa, ma fosse l’unica rosa rimasta in tutto il pianeta. Ma che dico pianeta, in quello sguardo quella era l’unica rosa rimasta in tutto l’universo, l’unica rosa mai creata, ed io gliela stavo regalando, proprio io e proprio a lei. La vidi più muta e zitta che mai parlare con quegli occhi immensi, quegli occhi più profondi dell’abisso che mi aveva inghiottito negli ultimi tre anni e mezzo. Quegli occhi che quella mattina parlavano solo per me e lei e la nostra rosa blu. E Dio, se avessi saputo che mi avrebbe guardato così, davvero sarei andato a cogliere l’ultima rosa dell’universo per regalarla a lei.

Mi vidi mentre le raccontavo delle ragazze che avevo avuto: Le ho lasciate tutte. La sentii rispondere: Anch’io. Li aveva lasciati tutti e avrebbe lasciato anche me. Le avevo lasciate tutte e avrei lasciato anche lei. Perché la storia si ripete e le persone non cambiano. Meglio: le persone raramente migliorano e non puoi puntarci sopra più di qualche spicciolo, se proprio te la vuoi giocare. Di certo non dovresti puntarci sopra la tua vita.

La vidi raccontarmi dei suoi progetti di lavoro a Milano. Dei mille concorsi a cui si era iscritta in tutta Italia. La vidi parlarmi dei suoi progetti come se invece del suo ragazzo fossi stato un lontano conoscente passato di lì per caso. E vidi, oh come lo vidi, vidi con una chiarezza cristallina che sì, lei se ne sarebbe andata in qualunque caso. E non importava quanto mi amasse o quanta importanza avessi avuto nella sua vita, lei sarebbe andata via sotto braccio alla sua libertà.

Mi vidi maltrattarla per la mia gelosia. La vidi piangere per le mie parole. E chiudersi, e cercare un modo, un qualunque modo per finire quella storia. La vidi cercare la sua zona rimozione e cominciare a spostarci dentro tutto il bello che c’era tra noi. E ammucchiare, giorno dopo giorno, una sull’altra con infinita, meticolosa pazienza tutte quelle sensazioni e quei ricordi come in un vecchio cimitero di automobili.

Mi vidi cercare alternative per il ritorno alla vecchia e sicura sensazione di sentirsi liberi da un amore come quello. Un amore che avvolgeva tutto, si nutriva di tutto, che tutto voleva e tutto prendeva. Che non chiedeva mai: esigeva, ordinava, disponeva. Insaziabile, irrefrenabile, assolutamente, completamente, definitivamente sfrenato. Vidi la sua paura, e la mia.

Perché l’avrei lasciata, dissi alla vocina. Quant’è vero che sto tornando me stesso: l’avrei lasciata.

Quando?

Quando? Be’ quante occasioni vuoi? Quando mi disse che stava pensando di fare la missionaria in Africa? Quando mi disse che voleva andare a lavorare a Milano? Quando mi informava dei concorsi a cui si era iscritta in tutte le regioni d’Italia salvo quella in cui abitavo io? Quando mi parlava della sua vita come se io non ne avessi mai fatto parte? Lei teneva alla sua libertà almeno quanto io tenevo alla mia: noi due non eravamo fatti per stare insieme. Ogni giorno passato insieme è stato un giorno guadagnato, perché il vero corso di quella storia era che non doveva esserci nessuna storia.

Vuoi dire che la rinneghi?

La rinnego? Quelli sono stati i giorni più belli della mia vita, come potrei mai rinnegarli? Stare insieme a lei era bello, è la cosa più bella che abbia mai fatto. Ma il punto adesso è: era giusto pagare tutto questo? Tutto quello successo negli ultimi tre anni e mezzo, era giusto? Per me dico, era giusto? Voglio proprio dire: mi meritavo di farmi una cosa del genere? Io dico di no. C’erano altri modi per farla finire, modi in cui avrei pagato molto meno.

Non lo meritavi, ma ne valeva la pena?

Oh sì, lei valeva, niente dubbi su questo: lei valeva. Ma meritava di essere lasciata, così come lo meritavo io in un certo senso. E potendo tornare indietro vedendo quello che vedo oggi, avrei fatto finire quella storia. L’avrei fatta finire prima, ma quello che conta di più è che l’avrei fatta finire in un altro modo. O perlomeno ci avrei provato.

Quindi se dovessi tornare indietro sapendo che per tutto quello avresti dovuto pagare tutto questo, lo rifaresti?

Tutti i giorni. Lo rifarei tutti i giorni, non c’è verso. Non c’è cosa che non rifarei per avere i giorni passati insieme a lei. Non c’è cosa che non pagherei. Quei momenti non hanno prezzo: lei non ha prezzo. Forse sarebbe dovuta finire prima, di certo sarebbe dovuta finire in modo diverso. Ma che ci fosse dovuta essere, su questo non ho dubbi.

Pensi che lei ti amasse?

Quello che è successo tra noi non può succedere se l’amore sta solo da una parte. I momenti che abbiamo avuto non possono esistere in un amore a senso unico, è impossibile. E’ un’alchimia, è una combinazione di cose: sarebbe come voler fare l’acqua solo con l’idrogeno o solo con l’ossigeno, non c’è verso. Non c’è come farlo, è tutto qui: o hai idrogeno e ossigeno oppure niente acqua, rassegnati. Lei mi amava, potremmo discutere se mi amasse più o meno di me, per quanto tempo è rimasta innamorata e così via. Sì ma chi se ne frega? A che serve stabilire questo? La sua mancanza non era nel sentimento, la sua mancanza era nella personalità. Nel modo in cui era fatta: la sua mancanza era che fosse così stronza.

Vuoi dire come te?

Sì, voglio proprio dire stronza come me. E non c’è verso che due stronzi come noi potessero restare insieme.

Stabilito questo, il nostro lavoro è finito?

Penso proprio di sì.

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4 risposte a (37)

  1. Miki scrive:

    Buonasera Max, ho riletto ancora le tue ultime pagine. Ho vissuto esattamente tutto quello che hai scritto. Quanto ho amato Lei, da impazzire!!! Certo, da stronzi!! Credimi, sei verità pura. Grande libro.

  2. Max scrive:

    Grazie. Bukowsky ha scritto che l’amore è un cane venuto dall’inferno. Vorrei avere la sua capacità di sintesi. Grazie ancora, per entrambi i commenti.

  3. SAVANA scrive:

    Mi permetto d’intervenire anche se sono passati due mesi…..Bukowsky forse non ha ricevuto dalla vita ciò che essenziale per comprendere l’amore. Non ci sono citazioni per Amore anche se ne siamo sommersi…lui è…..e meno male per quanto male possa fare!

  4. Max scrive:

    Sei sicura che sia Bukowsky a non aver ricevuto l’essenziale?

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