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Ora, nel momento in cui Lei disse Ciao, a me sembrò proprio che l’ultima volta che l’avessi sentita fosse stato ieri sera.

“Ciao”, le dissi.

“Ciao”, ripeté Lei: salutare ci eravamo salutati, niente dubbi su questo. “A volte richiamano”, disse subito dopo.

“Già”, dissi io. Era tutto così surreale, come se stesse succedendo senza succedere, era un po’ più di un fatto immaginario e un po’ meno di un fatto reale. Era il suo tono di voce, il suo modo di parlare, quella calma che avvolgeva ogni suo gesto consegnandovelo impacchettato come un bel regalo.

Sorrise nella cornetta: “Mi sembra ieri”, disse poi.

“Sì”, dissi io, “sembra proprio ieri. Che fai? Come stai?”, le chiesi.

“Sto bene, faccio le solite cose. Adesso sto a Milano, abito proprio sotto la madunina”, disse Lei.

“A Milano”, dissi io. “E ti trovi bene?”

“Una chiavica. Sono tutti molto freddi e molto efficienti, lavoro qui da più di un anno e ci devo stare.”

Io lavoravo qui da più di tre anni e anch’io ci dovevo stare, in un certo senso la capivo.

“Che hai fatto in questi tre anni?”, le chiesi poi.

“L’anno scorso stavo per sposarmi”, disse Lei. Ah, bene!, pensai.

“Non lo so nemmeno io come siamo arrivati a tanto, ma stavo proprio per sposarmi. Poi all’ultimo momento sono scappata. Appena in tempo”, disse. Lo disse proprio come se avesse scampato un pericolo mortale. “E tu?”, mi chiese.

“Io? Io niente, le solite cose. Non stavo per sposarmi però”. Parlavamo, questo sì, ma era come se stessimo parlando di qualunque cosa tranne quello di cui avremmo voluto parlare. Non posso escludere che fosse una sensazione esclusivamente mia questa, ma mi sento di poter dire con una certa sicurezza che anche nella sua voce e nelle sue parole c’era come un sottofondo di altre cose.

“Dimmi qualcosa che non so”, mi disse a quel punto. Non avevo che da scegliere nel mazzo se avessi voluto rispondere a questa domanda. Avrei potuto cominciare dicendole che stava parlando con me, ma non era il me che conosceva Lei quello che oggi le rispondeva al telefono. Avrei potuto proprio dirle un sacco di cose, credetemi, ma non mi sentivo di volerle dire niente.

“Sei contenta di quello che hai?”, invece di rispondere le chiesi questa cosa.

“Contenta? No, ma fra un paio di mesi vado a Londra, e di questo sono contenta.” Doveva sempre fare qualche viaggio, stava sempre a correre da qualche parte. Quando stavamo insieme i suoi amici la chiamavano La ragazza con la valigia. “E tu?”, mi chiese poi.

“Io? Se sono contento? Certo che sono contento”, lo dissi quasi offeso. Ma non ero offeso, ero solo stato preso con le mani nel sacco. No che non ero contento, non c’era proprio niente di cui fossi contento. Ma questo non l’avrei detto a nessuno, meno che mai l’avrei detto a Lei.

“Con questo ragazzo che stavo per sposare non parlavamo mai”, mi disse Lei. “Cioè parlavamo un sacco, ma non dicevamo niente. Stavamo ore e ore a parlare, ma parlavamo come due giornalisti, non come due fidanzati. Non eravamo davvero in confidenza, era come se ci facessimo un’intervista. Non lo so se mi sono spiegata, ma con te era diverso”.

Oh, altroché se si era spiegata. Si era spiegata alla grande proprio.

“Anch’io negli ultimi tempi – Negli ultimi tre anni, fu quello che pensai – non è che abbia parlato tantissimo. Senti, adesso devo andare perché domani è veramente una giornataccia. Ci sentiamo qualche altra volta se ti va?”. Non chiedetemi perché troncai quella telefonata dopo averla aspettata così tanto, una vera risposta non ce l’ho. Immaginatevi voi qualcosa, andrete molto più vicini alla verità di qualunque spiegazione possa darvi io.

“Sì, come no”, disse Lei. “Sono stata proprio contenta di sentirti”, mi disse.

“Anch’io, la tua voce è quella di sempre”, le dissi.

“Anche la tua”, mi disse Lei, poi ci salutammo. Le sensazioni che mi lasciò quella telefonata furono principalmente due: la prima era nostalgia.  E la seconda era l’impressione che a tratti avessimo parlato come due giornalisti.

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