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“Io non sono stato!”, disse Alessandro. Era stato obbligato dai proprietari della discoteca a fare un giro di sopralluogo all’interno insieme a loro, per vedere se era stato rotto o rubato qualcosa. La prima cosa che trovarono furono tre bottigliette di succo di frutta messe in fila sul bancone. Le bottigliette erano vuote.

“Ma tu eri qua dentro però”, gli rispose uno dei due proprietari.

“Sì ma non posso essere stato!”

“E cosa te lo impediva se eri dentro?”

“Il succo di frutta non mi piace!”. Come ognuno di voi può vedere, questa argomentazione era assolutamente conclusiva.

“E chi è stato allora?”, il bastardo cercò di girare subito il discorso per farsi dire i nomi dei complici. I nostri nomi!

“Gli altri!”, disse Alessandro. Era un tipo duro.

“I tuoi amici?”

“Sì”.

“E come si chiamano?”

“Allora, con me c’erano: Paolo, Massimo, Gerardo, Maurizio e Peppe”. Gli sciorinò i nomi uno via l’altro, con la velocità di un mazziere di casinò che serva le carte per una mano di Black Jack.

“Qui dentro avete preso solo i succhi di frutta?”

“Sì”.

“Non siete certo entrati perché avevate sete”, continuò il tipo.

“No”.

“E allora perché siete entrati?”

“Per vedere come era fatta la discoteca dentro”, gli disse. “Volevamo solo vederla, quando gli altri hanno preso i succhi di frutta io gliel’ho anche detto di non farlo ma quelli non si sono voluti fermare”. Era uno che ti proteggeva fino alle estreme conseguenze.

“Lo sai che adesso chiamerò la polizia?”, gli disse il bastardo.

Esatto!”, gli fece eco il genio della porta aperta.

“Voglio andare a casa!”, gli disse a quel punto Alessandro in preda al panico. I due lo lasciarono andare, non prima di avergli ricordato che da un momento all’altro sarebbe arrivata la polizia per chiedergli spiegazioni.

Alessandro scappò immediatamente a chiudersi dentro casa e non uscì per due giorni. Io e i miei amici passammo quei due giorni nella assoluta convinzione che saremmo andati in galera. Ogni volta che sentivamo una sirena in lontananza cominciavamo a tremare. Passammo quarantotto ore aspettando di essere arrestati, ma non successe niente. Quando Alessandro si decise finalmente a rimettere la testa fuori di casa, ci raccontò come era andato l’interrogatorio dei due proprietari. Ci disse tutto per filo e per segno, e noi gli menammo, di brutto, per filo e per segno.

La sera mi rigiravo nel letto immaginandomi la scena del nostro arrivo in prigione. Me la immaginavo come le avevo viste centinaia di volte nei film in televisione. Un poliziotto ci avrebbe portato davanti al tipo che ti prende le impronte per schedarti e quello gli avrebbe chiesto:

“Che hanno fatto questi?”

“Sono quelli della discoteca”, gli avrebbe risposto il collega togliendoci finalmente le manette. “Prendigli le impronte e sbattili dentro.”

Ma il tempo passava e nessun poliziotto si presentò alla porta di casa mia. Ripensandoci oggi, quei due tipi avevano la faccia di quelli che non sarebbero stati disposti a chiamare la polizia nemmeno se gli prendevate i figli in ostaggio. Molto probabilmente c’era una buona parte di verità nei racconti dei nostri genitori che ci parlavano di giri loschi all’interno di quella discoteca. I due bastardi volevano solo spaventarci, e ci riuscirono alla grande.

Da quella volta in poi ogni porta chiusa restò semplicemente una porta chiusa. Non passammo mai più nemmeno cinque minuti davanti a una porta cercando il sistema migliore per aprirla. Il destino, in uno dei suoi rari slanci di clemenza, aveva deciso di regalarci una seconda possibilità. E il fatto è che le seconde possibilità a volte funzionano.

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