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Entrando avevamo lasciato la porta dell’uscita di sicurezza accostata. Il primo della fila adesso che stavamo uscendo era Peppe. Appena arrivato davanti alla porta la tirò verso di sé per aprirla e mentre la porta si apriva si voltò indietro per dire qualcosa che nessuno di noi capì. Appena dietro di lui c’eravamo io e Paolo. Mentre Peppe si voltava verso di noi la porta finì di aprirsi e quello che vedemmo dall’altra parte ci lasciò letteralmente paralizzati. Vedevo la bocca di Peppe muoversi ma al mio orecchio non arrivava nessun suono. Avevo tutto il cervello occupato da un unico, stringente, categorico imperativo: SCAPPA !

“Te l’avevo detto che l’avevi lasciata aperta!”, disse uno dei due proprietari della discoteca all’altro proprio mentre Peppe tirò la porta per aprirla. Alzarono lo sguardo su di noi e per un lunghissimo, terribile momento restammo tutti quanti a guardarci.

“E questi?”, domandò quello dei due che aveva lasciato la porta aperta.

“Che cazzo fate qua dentro!”, urlò l’altro verso di noi come se quella fosse una risposta. Gli unici pensieri che riuscivo ad articolare erano piani di fuga a strettissimo giro che mi permettessero di uscire da lì dentro superando il problema di avere due tipi alti il doppio di noi che ostruivano completamente l’unica via di uscita.

“Come cazzo siete entrati?”, domandò il genio che aveva dimenticato la porta aperta. Non posso escludere che fosse stato lui a progettare l’uscita di sicurezza.

Nessuno di noi aveva ancora detto niente.

Il signor Te l’avevo detto che l’avevi lasciata aperta si girò verso di lui, e quello fu un errore:

“Sei TU che hai lasciato…” cominciò a parlare e appena si fu girato verso il socio gli saltammo tutti quanti addosso. Io ero praticamente il terzo della fila e non capii assolutamente niente. Venni spinto, strattonato e trattenuto tutto nello stesso momento, e a un certo punto mi ritrovai steso per terra ma dalla parte giusta di una via di fuga: quella con la strada libera davanti. Scattai immediatamente in piedi prima che qualcuno mi afferrasse da qualche parte e cominciai a correre come non avevo mai corso in vita mia.

Dopo un bel pezzo che stavamo correndo, Paolo si fermò all’improvviso bloccandosi proprio davanti a me. Riuscii ad evitarlo di un niente buttandomi alla sua destra. Lo guardai e capii subito che stava per darmi qualche pessima notizia:

“Alessandro dove sta?”, mi chiese preoccupatissimo.

Io mi girai indietro e non c’era nessuno: “Che cazzo ne so io, stava dietro di me, adesso non c’è più”.

“Noi siamo gli ultimi due della fila, giusto?”, mi chiese. Mentre stavo per dirgli che non lo sapevo sbucò da dietro l’angolo Gerardo che correva come una furia.

Paolo lo afferrò al volo alla maglietta, credo che nella foga di correre non ci avesse nemmeno visto. La maglietta si allungò come un elastico, e Gerardo rimbalzò letteralmente all’indietro mentre le sue gambe ancora cercavano di correre:

“Oh!”, disse col fiato spezzato.

“Tu sei l’ultimo?”, gli chiese Paolo senza nemmeno fargli riprendere fiato.

“Sì!”, respirò a fondo due o tre volte: “Hanno preso Alessandro!”, disse alla fine.

“Siamo nella merda”, dissi io guardandoli tutti e due.

“Anche peggio”, disse Paolo. Intanto i due che erano davanti, non vedendoci arrivare stavano tornando verso di noi. Quando arrivarono dicemmo anche a loro che Alessandro era stato preso, dopodiché tutti e cinque ci convincemmo che presto saremmo stati arrestati.

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