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Appena dentro il primo a parlare fu Paolo:

“Aspettate un momento”, disse. “E se c’è qualcuno dentro? E se sono venuti a sistemare qualcosa e li troviamo proprio dentro che facciamo? Forse sono entrati da qui sotto, per questo la porta era aperta”.

Restammo tutti un momento a pensare, poi Gerardo disse: “Io non sento parlare nessuno, e poi perché dovevano passare dall’uscita di sicurezza se hanno le chiavi della porta principale?”

“Giusto”, dissi io. “E se ci troviamo i ladri allora?”

“I ladri siamo noi”, disse Gerardo e riprese a camminare.

Ci stavamo muovendo dentro un corridoio molto stretto che finiva direttamente sulla pista da ballo. L’idea di collegare una pista da ballo a un’uscita di sicurezza attraverso un corridoio stretto come quello era certamente figlia della stessa mente geniale che aveva progettato un’uscita di sicurezza in modo da farla sbucare nel bel mezzo di un garage. L’unica lieve attenuante che mi sento di dare al genio in questione è il fatto che quella discoteca si trovasse almeno uno o due livelli sotto terra. La porta d’ingresso che si trovava sopra le nostre teste (quella usata da tutti i non-ladri), si apriva su una doppia rampa di scale: in pratica appena entrato al livello del suolo, dovevi scendere due rampe di scale per arrivare nella pista da ballo. Chi aveva progettato quell’uscita di sicurezza non aveva avuto molta scelta. Fatto sta che per quello che serviva a noi andava benissimo.

Appena arrivati sulla pista, Paolo disse: “Cazzo!”. Tutti noi restammo muti a guardare con grande ammirazione quello che avevamo intorno. Nel nostro immaginario la discoteca era una specie di tempio della depravazione e del sesso, e adesso eravamo arrivati proprio lì, eravamo dentro e per la prima volta in vita nostra stavamo guardando dal vivo cosa c’era nel tempio. Il pavimento della pista era disegnato come una scacchiera, con alternanza simmetrica di piastrelle bianche e nere. Dal soffitto scendeva un’impalcatura con diversi bracci semoventi che reggeva l’intero impianto delle luci. Ai quattro lati dell’impianto erano sistemate le luci stroboscopiche, puntate tutte in basso verso il centro. Agli angoli dell’impalcatura che reggeva le luci c’erano le casse più grandi che avessi mai visto in vita mai. E quelle erano niente confrontate ai quattro mostri disposti ai lati della pista che ti guardavano con aria di sfida: Avvicinati se hai coraggio.

“Porca puttana!”, disse Alessandro che si trovava di fianco a uno dei quattro mostri. “Questa cassa è più alta di me!”

“Non è che ci vuole tanto”, gli rispose Gerardo, e scoppiammo a ridere tutti quanti. Ridevamo come dei pazzi isterici, urlavamo quasi, in un misto di gioia, adrenalina, paura di essere scoperti, e voglia di starci. Voglia di stare al centro di quella pista, proprio lì e proprio in quel momento e con quelle persone. Voglia e gioia di essere vivo, ed essere te, essere proprio quello che stava al centro della pista da ballo di una discoteca chiusa.

“Qualcuno vuole da bere?”, chiese Paolo. Ci girammo tutti a guardarlo: era passato dietro il bancone e teneva una bottiglietta di succo di frutta in una mano e un cavatappi nell’altra. “Offro io”, ci disse mentre saltavamo tutti dalla sua parte del bancone.

Restammo dietro quel bancone a bere succo di frutta guardandoci intorno per assorbire fino all’ultimo dettaglio di una discoteca vista dall’interno. Io guardavo i divanetti e nella mia testa sperimentavo i loro mille usi con una ragazza a fianco.

Dopo un bel po’ che stavamo lì dietro, qualcuno disse che eravamo entrati da quasi un’ora ormai e forse era il caso di andarcene. Non saremmo voluti uscire mai, ma più il tempo passava maggiore era il pericolo di essere scoperti.

“Che facciamo con la porta?”, chiese Alessandro.

“Cioè?”, disse Paolo.

“La lasciamo aperta o la chiudiamo?”

“Chiudiamola”, dissi io. Ma ci stavamo ponendo un problema che non avremmo avuto.

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