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Da bambino abitavo in un complesso di edifici costituito da quattro enormi palazzi: i palazzi Ricci, dal nome del vecchio proprietario. Lasciai quei palazzi all’età di sedici anni, quando la mia famiglia si trasferì in un appartamento a cinque chilometri da lì. Ma la verità è che non li lasciai mai. Le cose più vere che abbia fatto in vita mia e più in generale la parte migliore che c’è dentro ognuno di noi, tutto quello per quanto mi riguarda è rimasto nei cortili di quei palazzi e nei prati lì intorno.

Nel corso degli anni, quando mi sentivo giù di corda sono sempre e solo andato in due posti. Uno di questi posti è il mare, che ha sempre esercitato su di me un sentimento misto di attrazione, rispetto, ammirazione e amore vero e proprio. L’altro posto erano i palazzi Ricci e i grandi prati che c’erano lì intorno, compreso quello delle Case Bianche. Questi sono gli unici due posti in cui mi sia sempre sentito a casa, probabilmente sono l’unica vera costante della mia vita. Se è vero che per due punti passa una e una sola retta, volendo immaginare la mia vita come questa retta di cui si parla, i due punti in cui sarebbe passata sarebbero certamente stati il mare e i palazzi Ricci.

Una settimana prima di riparlare con Lei, andai a farmi un giro a piedi nei prati intorno ai palazzi. Non avevo la minima idea che da lì a sette giorni l’avrei risentita. A dirla tutta non pensai a Lei in nessun modo, perché come spesso succedeva durante questi giri, i miei ricordi si concessero una specie di rimpatriata in nome dei vecchi tempi. Mentre guardavo i palazzi da lontano, pensando che tutto sommato la mano del tempo era stata molto più clemente con loro che con me, mi ricordai della volta in cui i miei amici ed io decidemmo di vedere una discoteca dall’interno per la prima volta.

Nel complesso che accoglieva i palazzi, c’erano anche i locali di questa discoteca, una delle poche della zona: Il Marzapane. Perché mai qualcuno abbia pensato di dare un nome così stupido a una discoteca, io questo non lo so.

I palazzi erano disposti tutti in fila e due di questi, quelli centrali, erano collegati da una specie di terrazzone posizionato al primo piano che li univa come due gemelli siamesi. Al di sopra di quel terrazzone filavano alti fino all’ottavo piano ognuno per i fatti suoi e ognuno conservava un suo ingresso separato. Di fianco ai due palazzi centrali correva un marciapiede lungo e largo, dove spesso giocavamo a pallone. Uno dei due lati del marciapiede finiva proprio davanti alla porta d’ingresso della discoteca.

Al di sotto dei due palazzi siamesi c’era il garage condominiale, una specie di enorme sotterraneo con un cancellone di ferro in cui il metodo di attribuzione dei parcheggi era estremamente selettivo: parcheggiava chi arrivava per primo. Oltre alle macchine, dentro il garage c’era una cosa che da sempre aveva attirato l’attenzione mia e dei miei amici: l’uscita di sicurezza della discoteca. Era una di quelle cose latenti che girano nell’aria e non riesci ad afferrarle subito, ma tu sai che sono lì per te. In un certo senso sono loro che ti chiamano, non sei tu a girarci intorno. Ci passavamo a fianco da mesi, gli buttavamo uno sguardo distratto e nessuno diceva niente, e nessuno sapeva niente. Era lì, nell’aria, non sapevamo come né quando e nemmeno perché, ma eravamo certi che un giorno ci sarebbe servita.

Secondo i nostri genitori la discoteca era frequentata da drogati e puttane, e questo era esattamente il motivo per cui i miei amici ed io volevamo andarci. Il problema era che i proprietari non ci lasciavano entrare, perché avevamo meno di quattordici anni. Così decidemmo che saremmo entrati quando non c’erano loro. Volevamo assolutamente vedere come era fatta dentro, perché non eravamo mai stati in una discoteca.

Quando decidemmo di studiare un piano d’ingresso era la metà di luglio, nel pieno delle vacanze estive e ogni giorno era un giorno perfetto. Una mattina a settimana ci alzavamo alle cinque, per andare a rubare i cornetti caldi al bar dell’angolo prima che aprisse. Andiamo a pesca, era la scusa ufficiale per i genitori, e non era una bugia completa perché noi a pesca ci andavamo, dopo.

Il tipo della pasticceria arrivava tutte le mattine alle 5.20, puntuale come la morte. Il bar non apriva mai prima delle 5.30, e tutti quei meravigliosi cornetti appena sfornati restavano dieci minuti interi senza custodia. Era stato lo stesso padrone del bar a farci venire l’idea:

“Quel coglione della pasticceria mi scarica i cornetti alle cinque e venti tutte le mattine, non c’è modo di fargli capire che apro più tardi. Secondo me lo fa apposta, così non posso contarli quando li porta. E infatti manca sempre qualcosa. Questo è un paese di gente furba, ricordatevelo quando crescete”, ci disse un giorno. Se avesse ragione o meno sul paese io questo non lo so, ma di certo due o tre furbetti lì davanti ce li aveva. Esattamente due giorni dopo quell’imbeccata cominciarono le nostre battute settimanali di pesca, e andarono avanti per tutta l’estate. Con replica stagionale nelle estati successive. Per quanto riesca a ricordarmi andammo avanti in quel modo per cinque o sei anni, fino a quando non diventammo tutti un po’ più grandi lasciandoci alle spalle molte buone abitudini come quella.

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