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L’ultima volta che ci parlammo fu una settimana dopo il litigio sul noleggio della macchina. Avevo dormito pochissimo in quella settimana, e la mattina che la chiamai ero in uno stato di semi incoscienza. La realtà mi scorreva intorno avvolta in un batuffolo d’ovatta e tutto, ma proprio tutto, mi sembrava un po’ vero e un po’ no. Alle 10.30 di quella mattina ovattata, mi alzai dalla mia scrivania prendendo il telefonino e uscii dall’ufficio per chiamarla.

“Pronto?”, rispose al telefono con una voce completamente neutrale, inespressiva. Inglese, aveva la voce di una donna inglese che chiedesse al marito: George? Prendiamo il tè delle cinque?

“Ciao, sono io. Noi dobbiamo parlare”, mi sforzavo di avere una voce normale, ma con scarsi risultati. Ero stanco, ma peggio di tutto ero consapevole che fosse finita.

“Parlare non serve a niente”, disse Lei. Era fredda come la morte: “Devo andare”.

Avrei voluto riattaccare. Avrei preferito farmi tagliare un orecchio piuttosto che parlare con una voce come quella che sentivo dall’altra parte del telefono.

“Sì ma aspetta un attimo, non attaccare, ti ho detto che ti devo parlare!”, stavo cominciando a surriscaldarmi.

“Adesso non posso. Richiamami stasera”. Mi parlava come se fosse impegnata a decidere le sorti del mondo e io fossi il commesso del panettiere che gli stesse chiedendo se il pane lo preferiva ben cotto.

“Che vuol dire che adesso non puoi? Che cazzo vuol dire? Io sono il tuo fidanzato, tu adesso puoi!”, urlai nel telefono.

“Ti ho detto che non posso”, rispose Lei con quella voce inglese. Sì, il pane ben cotto, grazie.

Restai un momento in silenzio cercando di riordinare le idee. Era il silenzio di un terrorista che si prepara a far saltare la sua bomba.

Ascolta”, dissi alla fine. Sospirai e ripresi fiato: parlavo strizzandomi gli occhi con le dita, la testa mi stava scoppiando: “Se tu attacchi questo c.a.z.z.o. di telefono, tra noi finisce qui. Hai capito quello che ho detto?”. Questa doveva essere la bomba nelle mie intenzioni, questo avrebbe dovuto scuoterla seriamente, come no. Mi erano rimaste solo miccette bagnate da sparare.

“Ho capito”, disse Lei. “Ma adesso non posso, richiamami stasera”. Trattenerla a quel telefono era impossibile. Avevo più possibilità di sollevare un aereo soffiandogli sotto le ali.

“Aspetta un momento”, dissi con un tono improvvisamente calmo. “Voglio dirti qualcosa, ma non so cosa”. Avrei voluto dirle tutto quello che non sono mai stato capace di dire a nessuno. Avrei voluto dirle quanto l’amavo, quanto ci tenevo a Lei. Più di tutto forse, avrei solo voluto abbracciarla.

“Dimmi”, disse Lei. Era calma da farvi impazzire. Era calma da farvi buttare sotto la prima macchina che passava per strada.

“Niente”, dissi alla fine. “Ci sentiamo stasera”.

Ma quella sera non arrivò nessuna stasera. Nel pomeriggio andai a Napoli e l’aspettai sotto casa fino alle dieci senza che succedesse niente. Lei non arrivò e io me ne andai, il resto della storia fin qui lo conoscete.

Il ricordo di questa telefonata non mi scosse più di tanto. Quello che mi avrebbe scosso invece e che non potevo ancora sapere, era che da lì a sei mesi avremmo di nuovo parlato al telefono. Tre anni e mezzo dopo quello che era stato il giorno più lungo, sarebbe arrivata stasera.

Passammo la nostra vigilia semestrale a scriverci di niente, come al solito. Da parte mia in quei sei mesi continuai a fare quello che avevo fatto nei sei mesi precedenti: mi giravo e rigiravo Stronza tra le mani senza sapere bene in che parte del mosaico collocarlo. Fu il pezzo più duro da incastrare, ve l’ho detto.

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