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Subito dopo aver lasciato Tiziana di fronte al bar dove aveva parcheggiato la macchina, chiamai Lucio. Erano passate da poco le due di notte, ma Lucio lo puoi chiamare quando ti pare.

“Pronto?”, aveva la voce completamente impastata dal sonno, gli uscì qualcosa come Ponto?

“Oh, ti ho svegliato?”

“No no, non ti preoccupare”, non ti peoccupare.

“Sono le due, come mai già dormi?”, di solito nei giorni prefestivi non andava a dormire prima delle quattro o anche più tardi.

“Eh… non avevo un cazzo da fare. Ma tu non dovevi uscire con Tiziana?”

“Sì”.

“E siete usciti?”

“Sì”, stavo aspettando la domanda.

“E avete scopato?”, eccola.

“Sì. Dai alzati che cazzo fai a letto. Tra dieci minuti sto sotto casa tua, scendi che ci fumiamo una sigaretta.”

“Eh… adesso sveglio tutti, dai ci vediamo domani”. Aveva trentacinque anni suonati ma ancora viveva con i suoi.

“No no, che domani, non ho sonno, scendi che sennò mi attacco al citofono.”

“Sì ma che cazzo… sono le due!”

“Parla piano che svegli tutti, ci vediamo tra dieci minuti”, dissi. Poi attaccai il telefono prima che potesse rispondere, tanto lo sapevo che l’avrei trovato sotto casa.

Quando arrivai sotto casa sua invece non c’era. Pensai di fumarmi una sigaretta e aspettare dieci minuti, poi me ne sarei andato: probabilmente si era rimesso a dormire. Ma dopo cinque minuti che aspettavo uscì dal portone.

Salì in macchina e mi guardò come se non mi avesse mai visto in vita sua:

“Sono le due”, disse. “Ma che cazzo vuoi?”

“Ho capito che sono le due, è la decima volta che me lo dici. Sono le due e non ho sonno”.

“Dammi una sigaretta. Allora? Com’è Tiziana? E’ indiavolata?”, stava cominciando a svegliarsi.

“Che vuoi sapere?”

“Che ne so, dove l’hai portata? Mi hai svegliato, almeno raccontami qualcosa di interessante. Te l’ho fatta conoscere io, almeno dimmi com’è”.

“E’ come la vedi, niente scopate da mille e una notte per ora. Però abbiamo passato una bella serata, ci sto bene insieme”.

Lui fece un verso con la bocca, probabilmente si aspettava che gli dicessi chissà cosa, ma non avevo molta voglia di scendere nei dettagli. Quei pochi che c’erano dico. Invece gli chiesi:

“Tu sei credente?”

Credente?”, me lo disse come se gli avessi chiesto se era frocio.

“Sì, credente, credi in Dio o no?”

“Non capisco che c’entra, comunque in genere no”.

“Che vuol dire in genere? Ci credi o no?”

“Max sono le due, io non lo so che vuoi da me stasera. Non lo so se sono credente, sono come tanta gente. I miei sono credenti, pregano e vanno in chiesa.”

“Sì ma che c’entrano i tuoi? Io dico tu, ci credi o no?”.

“Penso di no”, disse. Quello era il massimo che potevo spremergli sull’argomento. “E tu?”, mi chiese subito dopo.

“Io no”, gli dissi. Ci stavo pensando dalla spiaggia a questo discorso di Dio. Da quando avevo detto a Tiziana che quello che stava succedendo tra noi due in un certo senso c’entrava con la vita. Quello che non le avevo spiegato era che mi riferivo al senso della vita, a qualcosa che avevo perso. Con il mio lavoro stavo cercando di riguadagnare il mio stesso senso, di ridarmi uno scopo, un significato. Era la ricerca della mia identità, intrappolata in un passato che continuavo a rivivere senza poterlo cambiare. Non essere credente mi rendeva le cose ancora più difficili, perché la fede ti offre certezze lì dove per me c’erano solo buchi. La fede ti offre significato, è una cosa molto preziosa.

“Però c’è un fatto”, disse Lucio. “Se penso all’universo, ai miliardi di stelle, alle galassie, al fatto che tutto questo funziona alla perfezione, una cosa così grande, come può essere successo tutto per caso?”

“Non lo so, non ne so niente. Io più che chiedermi come sia possibile che funzioni tutto alla perfezione, mi domando a che cosa serve tutto questo”.

“Tutto l’universo?”. Non mi seguiva molto, il discorso non era dei più interessanti per lui. A sentirlo parlare sembrava un pesce che cercasse di respirare fuori dall’acqua.

“Sì, tutto l’universo, le stelle, i pianeti, le galassie, tutto. A che serve se l’unico posto abitato è questo puntino nello spazio dove siamo noi? Tutto il resto a che serve? Capisco creare la Terra, perché se hai in testa di fare da padre a sei miliardi di persone, da qualche parte dovrai metterle. Ma tutto quello che sta lassù, a parte la Terra, a che serve? Sono posti così lontani che non solo non li raggiungeremo mai, ma moltissimi non riusciremo mai a vederli, nemmeno con i telescopi, le sonde, niente. Perché prendersi il disturbo di creare un universo così immenso per popolarne solo un puntino?”

“Vuoi dire che ci sono gli extraterrestri?”, mi chiese lui.

“Ma non lo so, non è questo il punto. Il punto è a che serve tutto quello che c’è lì fuori?”

“Non lo so”, disse guardando l’orologio nella macchina. “Cazzo sono le due e mezza e mi stai facendo parlare di Dio”.

“Forse l’ha fatto per mettere più spazio possibile tra lui e noi. Forse lui si trova esattamente dal lato opposto rispetto a noi”.

“E perché avrebbe fatto una cosa del genere?”

“Non lo so, se io fossi stato in lui l’avrei fatto”.

Lucio guardò fuori dal finestrino, buttò la cicca della sigaretta, poi si girò verso di me: “Che discorso del cazzo”, disse alla fine. “Quasi quasi torno a dormire”.

Era venuto sonno anche a me, così ci salutammo e tornai a casa. Mentre mi spogliavo accesi il PC per guardare la posta. Scaricai la posta, vidi che c’era una Sua mail e incredibilmente me ne andai a dormire senza leggerla.

Forse era stronza, pensai. Forse era proprio stronza.

Capostronza Universale, disse la vocina.

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