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Tiziana mi piaceva. Fra le ragazze che avevo frequentato dopo la fine della mia Storia, lei era quella che mi piaceva di più. Immagino che fosse per questo motivo che la mia voce interiore decise di fare uno strappo alla regola e invece di riportarla a casa volle continuare a parlare.

Quando le dissi che dovevamo finire il discorso, lei inclinò leggermente la testa di lato e corrugò la fronte come per pensarci su. Poi disse: “Va bene”,  e si sedette sul pavimento sabbioso del chiosco. Di solito le ragazze non si siedono mai per terra in quel modo, sono sempre tutte così schifine. Quel gesto mi impressionò non poco.

Se è vero che qualcuno che dice Prima finiamo di parlare si supponga abbia qualcosa di cui parlare, è altrettanto vero che io non avevo la più pallida idea di cosa dire. Quindi lo sguardo di attesa con cui mi fissava Tiziana era più che legittimo, ma lo stesso non sapevo che cosa fare.

“Finire tutto in questo modo sarebbe piuttosto squallido”, dissi alla fine. “Sarebbe una sera e via”.

“Sei tu che la stai facendo finire in questo modo”, disse lei. Parlava col tono spietato di una donna che era stata presa per un braccio mentre se ne stava andando. E’ un grave errore fermare una donna che se ne voglia andare, di solito farà di tutto per farvene pentire. Ma avevo deciso che avrei mantenuto la calma, anche se il mio orgoglio cominciava a sbattere ondate violente sulla diga che stava proteggendo il nostro discorso.

“Quando eri bambina ti aspettavi questo?”, le chiesi.

“Stare qui a parlare con te?”

“No no, non questo, dico se ti aspettavi che sarebbe stato tutto così difficile”.

“No, le cose sono andate diversamente da come me le aspettavo”.

“Io non mi aspettavo niente di tutto questo. Volevo diventare grande per avere la macchina e fare l’amore con le donne”.

“Ma che c’entra con noi?”, disse lei.

“Non c’è nessun noi”, disse la mia parte peggiore.

Ancora?”, stava proprio perdendo la pazienza.

“Ascolta, tu non devi arrabbiarti se ti dico come la penso. E’ solo che io non voglio avere una storia seria, è tutto qui. Non c’entri tu, c’entra la vita in un certo senso.”

“Non capisco perché ti sei messo appresso a me”, disse allora lei. “Avevo già abbastanza problemi”.

Già, perché mi ero messo appresso a lei? Perché ognuna è una diversa? Mi chiesi come faceva Lucio ad affrontare situazioni come quella. Lui l’avrebbe già riportata a casa da un pezzo, mi disse la vocina. Ma tu non lo farai, non stasera.

“Tu mi piaci, è per questo che mi sono messo appresso a te. Continuiamo a vederci, magari le cose potrebbero cambiare. Non lo so, non sto dicendo che cambieranno, ma magari potrebbero. Che abbiamo da perdere?”

“Io sono appena uscita da una storia molto seria”, disse lei. “Non mi sento di mettermi a cazzeggiare così. Pensavo che tra noi ci fosse qualcosa, per questo ho fatto l’amore con te”.

Potrei farti da supporto, pensai. E dovetti pizzicarmi forte l’interno della coscia dove tenevo la mano per non mettermi a ridere.

Mi alzai e mi sedetti per terra a fianco a lei. Alla lunga, ogni discorso serio con una donna diventa una partita a scacchi.

“Non facciamo finire tutto stasera, non voglio che finisca così”, le dissi. Scacco.

“Nemmeno io”, disse lei con un filo di voce. Il bianco è in difficoltà.

Le passai la mano dietro la testa e mi avvicinai chiudendo gli occhi e cercando la sua bocca con la mia: il nero muove, scacco matto. Per questa volta, perché c’è un altro fatto con le donne: nessuna partita è mai l’ultima finché non vincono loro.

Aprii gli occhi mentre ci stavamo ancora baciando. Vidi la luna sospesa sull’acqua, appesa al nulla per non affogare nel mare.

Sembri tu, mi disse la vocina.

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