(1) Parte Prima: Il Buco

Chiudo un giorno.
Non ho rubato.
Non ho ucciso.
Come se avessi rubato,
come se avessi ucciso – Aldo Gar

Non smetteremo di esplorare
E alla fine di tutto il nostro andare
Ritorneremo al punto di partenza
Per conoscerlo per la prima volta – Thomas S. Eliot

Tutto ciò che avete da fare è tenervi il vento alle spalle – J. Conrad

Uomo libero, tu amerai sempre il mare.
Il mare è il tuo specchio:
tu contempli la tua anima
nell’infinito travaglio delle sue onde,
e il tuo spirito non è un abisso meno amaro – C. Baudelaire

Sono le dieci e venticinque, e non ho più niente da perdere – J. Woods, C’era una volta in America

1

L’inizio di questo racconto coincide con una fine: a giugno del 1999 finiva una storia d’amore. Ne finiscono tante di storie d’amore e in tutti i mesi dell’anno, ma quella che finì a giugno del 1999 era la mia.

Poche volte nella vita ho avuto una percezione così chiara di quello che stava succedendo come la ebbi in quel mese di giugno: nel momento in cui la mia storia stava finendo, sapevo che sarebbe finita. Lo sapevo con una certezza assoluta, è questo che voglio dire: lo sapevo come so il mio nome, o la mia data di nascita e poche altre cose. Insomma lo sapevo. L’ultimo giorno che litigammo, l’aspettai sotto casa dalle tre del pomeriggio alle dieci di sera. Sette ore che a ricordarle oggi mi sembrano sette anni. Mi ricordo tutto di quelle sette ore, potrei scrivere pagine intere solo raccontandovi cosa è successo in quelle sette ore. Mi ricordo le facce delle persone che passavano per strada – le guardavo tutte, sperando che una di loro fosse Lei -, mi ricordo il discorso che facevano i due con la bancarella piazzata proprio lì vicino a me, mi ricordo cosa pensavo, insomma tutto. I miei sensi stavano funzionando al centodieci percento in quel momento, forse è per questo che i miei ricordi di quel giorno sono così precisi.

Lei non arrivò. Alle dieci di sera decisi che avevo aspettato abbastanza: mi alzai dal marciapiede, mi diedi una sgrullata ai jeans e andai a recuperare la macchina nella piazza dove l’avevo parcheggiata.

La vedi questa piazza? Guardala bene, perché la stai guardando per l’ultima volta: non rivedremo mai più questa piazza io e te, dissi al cruscotto della macchina prima di partire.

E se vi sembra patetico, surreale o assurdo non mi interessa, correrò il rischio. Perché andò esattamente così e ve lo sto raccontando.

Tornai verso casa, il mio piccolo inferno personale era solo all’inizio. Il viaggio era appena cominciato e l’esordio fu chiaro da subito: da lì in avanti niente sarebbe stato facile, nemmeno le cose che lo sembravano, niente. Era la fine delle cose semplici, la fine dei passaggi a buon mercato, la fine delle mille cazzate che avevo fatto in quella storia. Insomma era la fine, questo penso che si sia capito.

Quella notte non sono riuscito a dormire e fu così per le quattordici notti successive: niente dormire, niente mangiare, niente lavorare, niente vivere. Niente di niente tranne un pensiero tagliente, continuo, presente, vivo e costante come un’ossessione: E’ Finita.

Le ore erano completamente vuote e inutili, giorno e notte erano diventati un’opinione, non si erano nemmeno ribaltati tra loro, erano semplicemente scomparsi insieme a tutto quanto il resto: tutto l’universo iniziava e finiva con due parole: E’ Finita. Mi alzavo dal letto, facevo un caffè, mi accendevo una sigaretta e tornavo a letto. Chiudevo gli occhi cercando di dormire, mi giravo nel letto, cambiavo cuscino, lo toglievo, lo riprendevo, mi coprivo, mi scoprivo e mi giravo ancora: era una battaglia tra me e il mio letto e stavo perdendo dieci a zero, mi stava annientando. Allora mi rialzavo, bevevo un altro caffè, fumavo un’altra sigaretta e via nel letto: Stavolta sono sfinito, adesso riesco a dormire.

Niente da fare, sono andato avanti così per quattordici giorni, alla fine sarò svenuto non lo so. Non lo so, perché ripensandoci oggi io ancora non so dire come sono riuscito a dormire: credevo che sarei morto di sonno, nel senso letterale del termine. Intorno al decimo giorno credevo che non avrei mai più dormito in tutta la mia vita.

Il quindicesimo giorno mi svegliai intorno alle quattro del pomeriggio e appena sveglio decisi che dovevo assolutamente uscire da casa e cercare di allontanare quel pensiero ossessivo: dovevo scopare, ecco che cosa dovevo fare. Adesso mi faccio una scopata e mi passa tutto, pensai proprio così. Il che equivale più o meno a curare un infarto con una camomilla, ma in quel momento non lo sapevo.

Telefonai a Rossella. Abbiamo avuto una storia io e Rossella, più o meno dieci anni fa. Ma nel corso del tempo ci siamo rivisti parecchie volte. E’ una tipa un po’ stronza, insomma se uno pensa di passarci la vita insieme s’è ripulito. Però come ho fatto sesso con lei non l’ho mai fatto con nessuna, mai, né prima né dopo: la numero uno. Nel corso degli anni quando ero libero da altre storie l’ho chiamata molte volte. Lei non era quasi mai libera da storie, ma se pensate che questo rappresenti un problema per Rossella vi state sbagliando di grosso. Lei fa quello che vuole fare quando gli va di farlo e questo è tutto. In un certo senso è una posizione invidiabile. Quindi la chiamai e uscimmo la sera stessa.

Mangiammo una pizza e poi via a fare quello che tutti e due sapevamo che avremmo fatto.

Quella sera sono stato malissimo.

Mi dava fastidio tutto: mi dava fastidio il modo in cui era vestita, il modo in cui mangiava, la sua voce, il suo profumo, il suo odore, i suoi capelli, tutto. E la cosa più strana è che lei non si accorse di niente, continuava a parlare non so di cosa, e parlava, parlava, parlava: non mi ricordo una sola parola, ma mi ricordo che non smetteva più di parlare.

Facemmo l’amore in macchina. Io mi sentivo una specie di prigioniero di guerra, lontano da casa, da solo e sotto tortura: lo so che quella serata l’avevo voluta io, ma adesso che c’ero dentro non vedevo l’ora che finisse. Mentre facevamo l’amore improvvisamente mi venne voglia di piangere e di vomitare, insieme. Credo che non piansi perché volevo vomitare, e non vomitai perché volevo piangere, sembra strano ma credo che andò proprio così. Cercai di finire quell’orrore il prima possibile, poi scappai letteralmente al mio posto, ma lei non mi dava tregua. Ovviamente non sapeva niente di quello che stava succedendo nella mia vita e mi si buttò addosso, voleva essere coccolata. Quello fu veramente troppo: aprii lo sportello e scesi dalla macchina per respirare un po’ d’aria. Intanto la sensazione di vomito era passata, ma lo stomaco era completamente annodato dalle lacrime: non sapevo più come trattenermi, mi dovete credere, allora alzai gli occhi al cielo.

Lei mi vide fare questo gesto, scese dalla macchina e si girò dalla mia parte:

Teeesoro! Che romantico… vuoi guardare le stelle?”, mi chiese.

Volevo guardare le stelle? Io volevo morire. Non fra due giorni, non fra sei ore, non fra cinque minuti, volevo morire in quel preciso istante, in quell’attimo di disperazione in cui la situazione mi stava completamente sfuggendo di mano, in cui non ero più padrone di niente, meno che mai di me stesso. Volevo cascare per terra e morire, perché non potevo nemmeno piangere. Lei si avvicinò e mi abbracciò. Allora cominciarono a scendermi le lacrime, scendevano da sole e non potevo farci più niente. Non fu un pianto vero e proprio, perché non avevo convulsioni, singhiozzi o niente del genere: avevo solo queste lacrime che scendevano da sole e non sapevo come fare per fermarle. Lei continuava a parlare, ci credete che non si accorse di niente? Restammo abbracciati tutto il tempo, lei con la bocca sulla mia spalla a parlare, io con la testa nascosta tra i suoi capelli a piangere. Non c’erano lampioni dove stavamo, ma c’era lo stesso molta luce: il cielo era stellato e c’era la luna. Una gran bella serata di merda, niente da dire.

Dopo quella sera non richiamai Rossella per molto tempo. Non mi ricordo se quella notte sono riuscito a dormire, in ogni caso in quel periodo la mia insonnia divenne cronica quindi importa poco se dormii o meno quella notte in particolare, perché da lì in avanti le notti insonni sarebbero state un fedele compagno di viaggio. In quelle notti pensavo e ripensavo alla mia storia, analizzavo ogni fatto alla ricerca dei miei errori, stavo ancora cercando di capire perché fosse finita, ma certe volte non c’è un perché. Certe volte finisce e basta.

Il problema della mia storia era nell’insieme, non era una cosa in particolare. Non era io l’ho tradita, o lei mi ha tradito e cose del genere. Forse era tutto un problema, ma non era così, non lo so come spiegarvelo. Diciamo che Il Problema era come un puzzle: composto da tanti tasselli, tanti piccoli problemi che messi al posto giusto nel tempo, alla fine formavano Il Problema. Ecco, in quelle notti andavo alla ricerca di tutti quei piccoli tasselli che formavano il mio personalissimo mosaico. E li trovavo, altroché se li trovavo, ne trovavo fin troppi. Non escludo di averne inventato perfino qualcuno, mi sentivo responsabile di tutto, forse questo era l’aspetto peggiore. Ed era anche la bugia più grande che mi raccontavo in quel periodo, perché oggi so che come in tutte le storie complesse con almeno due partecipanti, infamia e gloria erano ben distribuiti.

Questa voce è stata pubblicata in 4 Anni Dopo. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *