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Il lunedì mattina riaccompagnai Gea alla stazione dei pullman. Tutto quello che mi ricordo di quella mattina è che eravamo letteralmente distrutti. Venivamo fuori da una non stop sessuale di due giorni e lo portavamo scritto in faccia. Ci salutammo con la promessa di rivederci presto, molto presto.

Durante il viaggio di ritorno verso casa la macchina mi lasciò a piedi sull’autostrada. Chiamai il carroattrezzi perché la questione sembrava seria. Mentre aspettavo il soccorso, mi chiesi chi mi sarebbe capitato questa volta. Mi trovavo più o meno nella zona in cui qualche anno prima mi soccorse un tipo piuttosto simpatico. E’ importante che ti arrivi un soccorritore simpatico quando stai smadonnando, certe volte fa la differenza. Be’ quell’altra volta il problema era completamente diverso, ma il tipo del carroattrezzi riuscì lo stesso a lasciarmi qualcosa a cui pensare.

Era successo che avevo fatto un paio di piroette con la macchina sull’asfalto, dopo essere stato tamponato da un signore che dichiarò alla polizia: Stavo cambiando la cassetta nello stereo, non guardavo la strada e non l’ho visto. Cambiava la cassetta nello stereo a 150 chilometri orari.

Mi prese in pieno da dietro e la macchina cominciò a sbandare violentemente. Dopo un paio di sbandate in cui ero ancora convinto che sarei riuscito a controllarla, la macchina si intraversò smentendomi clamorosamente, dopodiché decollò letteralmente da terra e cappottò un paio di volte prima di fermarsi in un canaletto di scolo laterale. Si fermò dritta e completamente distrutta. Io non mi feci nemmeno un graffio. Quando scesi dalla macchina sembravo quello che avrebbe dovuto soccorrermi.

Il tipo che guidava il carroattrezzi, dopo aver recuperato quello che restava della macchina, svitò le targhe: Stamattina sei uscito con la macchina, stasera rientri con le targhe, disse mentre me le dava.

Questa cosa può sembrare sgradevole detta a qualcuno che era nelle condizioni in cui ero io, ma lui non lo disse per dire una cosa sgradevole. Lo disse come per rifletterci sopra, come se avesse pensato ad alta voce. Certe volte non è quello che dici, è come lo dici.

Speravo che arrivasse lui anche quel giorno, ma non fui così fortunato. Arrivò uno con la faccia più lunga della mia, era uno di quelli perennemente incazzati con il mondo e tutto quello che c’è sopra. Quelli che vi trasmettono la tensione anche a dieci metri di distanza.

Recuperò la macchina e mi accompagnò all’officina Alfa Romeo da cui andavo di solito. Lo pagai e lo salutai. Come si dice? Senza rimpianti.

Il meccanico dell’Alfa guardò la macchina, fece qualche test e scosse la testa:

“Qui ci vogliono almeno un paio di giorni di lavoro”, sentenziò.

Che potevo fare? Il capo era lui, gli lasciai la macchina e tornai a casa a piedi. Dall’officina erano più o meno una ventina di minuti di strada camminando lentamente. La passeggiata fu un’esperienza nuova in un certo senso. Ero talmente schiavo della macchina da non rendermene conto fino a quando non rimasi senza. La nuova esperienza mi piacque al punto che decisi di uscire a piedi anche nei giorni successivi.

Vidi più cose in quei due giorni a piedi che in tutta la mia vita passata di automobilista. La prima giornata che mi ritrovai senza macchina, dopo dieci minuti che camminavo mi sentivo così bene che decisi di prendermi un giorno di ferie dal lavoro solo per camminare. Mi fermai, chiamai Giusy in ufficio per avvisarla e ricominciai a camminare.

C’erano due negozi nuovi (perlomeno per me lo erano) all’angolo della strada, a non più di duecento metri da casa mia, ma per me potevano essere duecento chilometri perché fino a quella mattina non li avevo mai visti. Ma la cosa che mi mise definitivamente KO per tutta la giornata erano quei due cavalli: sembravano usciti dal pennello del più geniale degli artisti, non sembravano neanche veri tanto erano belli nella loro semplicità. Due cavalli stesi sull’erba, una puledra che allattava il suo piccolo. Mi sentivo come se avessi appena visto la cosa più bella di tutta la mia vita.

Mentre continuavo a guardarmi intorno, mi venne in mente che mi trovavo a non più di venti minuti di strada da un posto in cui andavo sempre quando ero piccolo. Era un guado del fiume Cosa, un rigagnolo di acque puzzolenti che da bambini chiamavamo La Cosa, ed in quel punto era possibile attraversarlo saltando su tre o quattro sassi (non ricordavo con precisione il numero), per passare da una parte all’altra del fiume. Decisi di andare a vedere se era ancora tutto così. Arrivato in prossimità del guado ritrovai immediatamente il sentiero fangoso che conduceva dritto dritto al fiume. Accelerai il passo, ero impaziente di vedere se quei sassi fossero ancora al loro posto.

E c’erano.

Incredibilmente trovai tutto come l’avevo lasciato venti anni (secoli?) prima. Gli stessi odori, gli stessi sassi, lo stesso fango, la stessa acqua, perfino i detriti che si dibattevano sul fondo alto non più di mezzo metro, sembravano essere gli stessi. Guardai i sassi posati nell’acqua e saltai sul primo più vicino a me. Guardai il fiume, e mi venne l’impulso di prendere un sasso dalla riva e lanciarlo nell’acqua, solo per il piacere di sapere che una traccia del me stesso di venti anni più vecchio avrebbe potuto ritrovare un equivalente sasso lanciato lì dentro dal bambino che ero stato. Mi venne l’impulso, ma ero incantato dai ricordi. Stavo ripensando ai momenti felici passati a scoprire quelle meraviglie che solo un bambino avrebbe potuto trovare in quell’ammasso di rifiuti che mi circondava. Non volevo interrompere il ricordo, e non lo feci, ripromettendomi di lanciare il sasso più tardi. Ma i ricordi presero il sopravvento e alla fine mi dimenticai di lanciare il sasso.

Passai dall’altra parte del fiume, e decisi che già che ero lì e che sarei dovuto tornare indietro a piedi, tanto valeva fare un salto anche in un altro posto. Era un prato che si trovava lì vicino, il prato delle Case Bianche.

Noi da bambini chiamavamo quel posto così perché era sovrastato da un enorme palazzone bianco, e i ragazzi che ci abitavano erano Quelli delle Case Bianche. Quelli delle Case Bianche erano terribili, erano il terrore della mia infanzia e di quella dei miei amici, il nostro incubo. Erano ragazzi di un paio d’anni più grandi di noi, ma a dodici anni due anni di età in più possono equivalere alla differenza tra un lottatore di Sumo e una scamorza. Ritrovai anche il prato, con qualche cespuglio di troppo, ma era lì. Era lo stesso prato in cui avevamo giocato a pallone, litigato, fatto a botte, fumato e riso a crepapelle. Era lui, non c’era nessun dubbio. Ricordavo perfino gli odori, quegli indimenticabili fiori della memoria che avevo tanto respirato da piccolo, senza sospettare che sarebbero rimasti dentro di me così a lungo. In quel momento avevo dodici anni.

Improvvisamente il prato si popolò di bambini che non c’erano, ma che c’erano stati venti anni prima. C’era anche una bambina seduta sull’erba, aveva undici anni, si chiamava Claudia. Era venuta per guardare me. Un giorno mi venne vicino e mi regalò una conchiglia con dei disegni sopra: I disegni li ho fatti io, mi disse. Ne ho disegnate quattro, questa è la più bella. Claudia mi piaceva da morire, ma non gliel’ho mai detto. Chissà che fa adesso Claudia, pensai. Chissà se disegna ancora sopra le conchiglie.

La partita che non c’era cominciò:

“Sì ma se giocano insieme Paolo e Gerardo le squadre sono SBILANCIATE!”, “MA che cazzo dici!! NON era rigore!!!”, “Passa la palla!!”, “Era Gol!! VAFFANCULO ERA GOL!!! La palla è entrata, non dire CAZZATE!”.

Accesi una sigaretta e fumai guardando il prato vuoto, con la voce e le urla di quei bambini nelle orecchie e il film di una vecchia partita di calcio proiettato dal mio pensiero su quell’immenso schermo verde.

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