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Lei ti lasciava solo, disse la mia vocina intorno al sesto bicchiere di tequila. Nella mia testa i pensieri cominciarono a correre come una mandria di cavalli imbizzarriti. Stavo guardando Tiziana e la vedevo ridere, allora cominciai a ridere anch’io perché probabilmente stava dicendo qualcosa di divertente. Non potevo saperlo con certezza, perché non ascoltavo voci dall’esterno in quel momento. In quel momento ero chiuso nella mia cella con un nuovo, importantissimo, pezzo di mosaico tra le mani. L’unico collegamento rimasto tra me e il mondo esterno era una sottilissimo filo di luce che filtrava dalla porta socchiusa della mia cella senza passare in nessun modo attraverso il filtro della coscienza. Continuavo a reagire attraverso una specie di pilota automatico basato unicamente sugli stimoli visivi: azione-reazione. Nessuna coscienza disponibile da impegnare come filtro, solo un filo di luce che filtrava attraverso una porta accostata.

Al decimo bicchiere di tequila la porta si chiuse.

Quando la chiamavi trovavi spesso il telefono spento, proseguì la mia vocina quando restammo soli nella cella.

Perché?, chiesi a me stesso. Intorno a me i camerieri cominciarono a ballare al centro del locale. Era una specie di spettacolo che ripetevano per una decina di minuti ogni ora. Non ho mai capito se i gestori di quel locale fossero dei messicani veri, a me sembrava proprio così. In ogni caso, su certe cose è bene conservare il mistero. Cominciai a battere le mani come una scimmia ammaestrata, seguendo il ritmo della musica. Dovevo proprio essere ubriaco, perché Tiziana non smetteva più di ridere.

Perché ti lasciava solo, ecco perché, continuò la vocina. Intorno a me la festa aumentava, la gente strillava e batteva le mani, io vedevo solo un mucchio di maschere deformate e cercavo di correre dietro ai miei pensieri che continuavano a sfrecciarmi davanti come schegge di bombe appena esplose. Capii che Tiziana stava parlando perché vedevo le sue labbra muoversi, ma non riuscivo a sentire assolutamente niente in mezzo al casino che avevo intorno. Continuai a ridere e battere le mani e pensare, non potevo fare nient’altro.

Spegneva il telefono perché aveva bisogno di restare sola, non perché voleva lasciarmi solo. Aveva bisogno di restare con sé stessa, proprio come succede a me. Continuavo a difenderla anche da ubriaco, perché il modo degli innamorati è più forte di quello degli ubriachi, anche se meno giusto. Il tequilero mi passò davanti con l’indifferenza di un pistolero che passa davanti al cadavere del suo nemico: Tu sei già morto, non ho più niente per te, avanti il prossimo. Fu allora che capii quanto dovevo essere ubriaco.

Volevo alzarmi per andare in bagno, ma non mi ricordavo dov’era. Chiedere l’informazione a qualcuno era escluso: non riuscivo in nessun modo a convertire i pensieri in parole, e avevo una mezza idea che la prossima volta che avrei aperto la bocca sarebbe stato solo per vomitare. Chiusi gli occhi per concentrarmi e quella fu una pessima idea: il mondo si trasformò in un perno e la mia testa era la trottola che ci girava intorno.

Tiziana si alzò e venne dalla mia parte del tavolo: “TI SENTI BENE ?”, mi strillò nell’orecchio.

“No”, non so se glielo dissi, di sicuro lo pensai.

Poi in qualche modo mi portò in bagno, perché l’immagine successiva che mi ricordo è quella della mia testa piegata a vomitare dentro un cesso che puzzava di tequila. Tutto il mondo puzzava di tequila, quella fu una delle peggiori sbronze della mia vita. In cambio ottenni un pezzo di mosaico che rimase latente nella mia coscienza pronto ad essere ripescato qualche mese dopo, quando successero cose del tutto inaspettate. La prima delle quali mi aspettava nella mail box proprio mentre stavo vomitando in bagno.

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