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Quando tornai a casa ero stravolto dalla stanchezza. Mi sentivo come se avessi lavorato per cinque giorni di seguito senza fermarmi mai. E c’era qualcosa di peggio, mi sentivo triste e depresso. Avrei dovuto incontrare Gea la settimana successiva, ma questo pensiero non mi consolava per niente. Mentre aspettavo l’ascensore per salire verso il pianerottolo di casa, feci un riepilogo veloce della mia vita e non mi piaceva per niente quello che stavo guardando. Non c’era niente che mi piacesse, nemmeno una cosa, nemmeno Gea senza mutandine, niente. Mi stava sfuggendo tutto di mano, stavo vivendo una vita che non sentivo più mia. La stavo guardando e mi sembrava la vita di un altro.

Infilai la chiave nella serratura e proprio mentre aprivo la porta, nella mia testa saltò fuori la vocina che voleva parlarmi in ospedale:

Hai cannato, disse.

La mia storia non c’era più, avevo lasciato un pessimo ricordo alla persona che per me contava più di tutte, il mio cervello era ridotto a una centrifuga di pensieri sconnessi, sul lavoro non riuscivo a concentrarmi e la mia vita stava andando a puttane. Avevo cannato alla grande.

Il ritrovamento di questo pezzo apriva un problema assolutamente nuovo per me: la condivisione. Non c’era modo di scavalcare questo passaggio, era una parte stessa del tassello. Per elaborare a fondo quel pezzo avevo bisogno di un aiuto, dovevo rivolgermi all’esterno.

La vera novità del nuovo corso fu l’ingresso del Pubblico. Fino ad allora c’erano stati due attori, una storia, un inizio e una fine. Era arrivato il momento di aprire i cancelli al pubblico. Lo spettacolo stava per andare in scena dopo la fine, strano no? Mica tanto.

Procurai il pubblico. Il nuovo corso passò attraverso la condivisione dei miei pensieri con chiunque capitasse a tiro. E questa novità non fu una cosa da poco per me. Di solito non condivido nessuno dei miei pensieri davvero importanti. Quando vuoi dividere un pensiero importante con qualcuno, la gente ragiona come il cazzo. Non dicono mai la cosa giusta al momento giusto, questo succede solo nei film, nella vita non succede mai.

La prima persona in assoluto con cui parlai della mia storia d’amore fu la segretaria dell’ufficio dove lavoro. Con lei ho sempre avuto un’amicizia particolare. Faccio parte di quelli che non credono all’amicizia tra uomo e donna, ma con lei sono amico nel senso stretto del termine. E questa è l’eccezione che conferma la regola.

Giusy diventò da subito una fan accanita della mia Ex-Lei. La adorava letteralmente, faceva un tifo sfacciato. Non c’era una sola cosa dove mi dicesse che avevo ragione, non una. La frase più ricorrente durante i miei racconti era: Che Grande, riferito a Lei ovviamente. Giusy non era di grande aiuto, c’era già un avvocato con le palle dentro di me che difendeva la parte avversa. Questo avvocato era un tipo cattivo di suo, molte volte mi sbatteva con le spalle al muro durante le mie notti insonni. Non aveva certo bisogno di assistenti esterni, mi sembrava che si stesse esagerando.

Nonostante questo continuai a parlarne con lei. Parlare con lei mi serviva, perché mi resi conto che insieme al mio puzzle stavo costruendo un muro tra me e il mondo esterno. Stavo lentamente ma inesorabilmente scivolando verso un isolamento completo e questo non andava per niente bene. Era come se mi fossi chiuso in un buco e stessi costruendo un muro dall’interno.

Giusy e Gea mi aiuteranno a uscire dal Buco, pensai. Ognuna a modo suo, loro due mi tireranno fuori da qui dentro.

Ma nessuna delle due avrebbe fatto niente del genere, perché la cosa che ancora non mi era chiara era il fatto che io volevo stare in quel buco, perché quello era l’unico posto dove mi sentissi veramente al sicuro. Quella era la mia cella d’isolamento nella coscienza e nessuno può raggiungervi in una cella d’isolamento chiusa dall’interno. Nella mia cella ero invulnerabile. Il muro era già bello che finito a quel punto.

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