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Appena dentro l’ambulanza mi guardai intorno cercando un posto dove sedermi. Non osavo chiedere niente a nessuno perché era chiaro che ero un ospite scomodo lì dentro. Uno dei due infermieri stava tirando fuori l’apparecchio per misurare la pressione, la dottoressa si stava mettendo lo stetoscopio alle orecchie, l’infermiere con l’accento romano aveva appena chiuso la porta gridando verso l’autista: “Vai!”. L’autista partì a razzo e a momenti finivo con la faccia sopra la bombola dell’ossigeno, al che ne dovevano ricoverare due.

“Se sieda qua”, mi disse l’infermiere con l’accento romano indicando un piccolo spazio a fianco a lui.

Non vedo niente!”, disse la signora.

“Stia calma signora, la vede la mia mano?”, le disse la dottoressa piazzandole la mano più brutta del mondo a due centimetri dal naso.

“No, no! Non vedo più niente!”, disse la signora con tono allarmato per la prima volta dall’inizio di tutta la faccenda.

“Signo’, dentro l’ambulanza ce stiamo io, l’artro infermiere, il signore che l’accompagna e la dottoressa: nun se sta a perde niente”, disse il mio infermiere preferito. Ecco uno che volevo avere nella mia ambulanza se mi fossi sentito male.

“E’ vero”, dissi io verso la signora. “Non si preoccupi, stiamo per arrivare all’ospedale. Vuole che avvisi qualcuno dei suoi familiari? Posso chiamare il negozio e dire a loro di chiamare casa sua per avvisarli.”

“Sì grazie, sì, mi farebbe un grande piacere”, disse la signora. “Oddio… mi scusi per tutti i problemi che le sto dando oggi, non mi era mai successa una cosa del genere”.

“Non lo dica nemmeno, si rilassi, adesso ci penseranno i dottori e sistemeranno tutto”, dissi io.

Appena arrivati in ospedale la signora sparì con la dottoressa e i due infermieri dietro la porta del pronto soccorso e io mi ritrovai da solo nel piazzale davanti la porta d’ingresso. Dovevo chiamare il negozio per avvisare e dovevo accendermi una sigaretta. Nell’ultima ora era successa qualunque cosa e lo stress mi stava piombando addosso tutto insieme. In una parte lontanissima del mio cervello una vocina provò a farsi sentire, ma quello che stava dicendo non mi piaceva per niente. Voleva parlarmi della mia storia d’amore: Non è il momento!, pensai, e chiamai immediatamente il negozio della signora. Sapevo che avrei trovato qualcuno anche se era l’ora di pranzo, perché il negozio faceva orario continuato e di solito commessi e impiegati mangiavano un panino a turno. Gli storici del futuro potrebbero tranquillamente riassumere la nostra epoca in uno slogan: Non ci fermiamo mai. A volte penso proprio di essere nato nel momento sbagliato.

Al negozio mi rispose una commessa e mi feci passare la segretaria nell’ufficio. Le spiegai la situazione e le chiesi di avvisare la famiglia. Quando mi chiese che cosa avesse la signora le risposi che aveva diversi sintomi e che la stavano visitando: non sapevo che cos’altro dire. Lei rispose che avrebbe immediatamente avvisato la famiglia e poi sarebbe venuta in ospedale. Risposi che mi sembrava una buona idea e la salutai.

Dopo poco arrivarono i familiari della signora, che nel frattempo era stata ricoverata nel reparto di Medicina generale. Andai a vedere come stava e a salutarla. Le dissi che sarei comunque ripassato a trovarla se fosse rimasta lì e le chiesi che cosa le avevano detto i dottori. La buona notizia era che nel frattempo le stava tornando la vista e sentiva di nuovo il braccio sinistro. I dottori erano ancora vaghi, stavano facendo tutti gli accertamenti, sarebbero stati più precisi dopo aver avuto i risultati.

La signora rimase ricoverata un paio di giorni durante i quali la rivoltarono come un calzino. Alla fine conclusero che si era trattato di un attacco di emicrania oftalmica, dovuta molto probabilmente ad un eccesso di stress. Oggi qualunque cosa ti succede ti dicono che dipende dallo stress. Le consigliarono comunque di rivolgersi a uno psichiatra e le dissero che avrebbe potuto avere bisogno di psicofarmaci per controllare gli eccessi di stress in futuro. Bella merda.

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