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Il nuovo pezzo mi capitò tra le mani per caso, sono sicuro di questo. Saltò fuori alla fine di una giornata di lavoro stranissima e a modo suo abbastanza difficile. Quel giorno avevo appuntamento con la titolare di un grande negozio di abbigliamento qui in città. Un bel negozio organizzato su due piani, con i soffitti alti e decorati. Al piano di sopra c’erano anche gli uffici e io ero sempre contento quando dovevo andare lì. Il negozio era ricavato da un palazzo storico e chi l’aveva arredato era riuscito a creare un matrimonio perfetto tra rispetto dell’antichità e modernizzazione. Per questo mi piaceva così tanto. Sono compromessi difficili da trovare, ma quel tipo che l’aveva arredato aveva fatto un ottimo lavoro.

Verso mezzogiorno chiamai la titolare e le chiesi se potevamo vederci prima di pranzo. Lei mi disse che prima di pranzo era proprio impossibile, ma potevamo mangiare qualcosa insieme e discutere di lavoro. Io li odio i pranzi di lavoro: il pranzo è un momento di pausa, non è un momento di lavoro. Ma la tipa era una cliente importante e per i clienti importanti si fa un piccolo sforzo, no? Quindi accettai e restammo d’accordo che ci saremmo visti verso le 13.30 in un ristorante di un centro commerciale. La scelta del posto fu anche peggiore del fatto che stavo per affrontare un pranzo di lavoro: in quel ristorante andavano a pranzo tutti i fighetti incravattati nel raggio di dieci chilometri e quello fu veramente difficile da accettare. Il piccolo sforzo era diventato un grande sforzo, ma per i clienti importanti si fanno anche grandi sforzi. E a volte per i clienti importanti si fanno cose strane, come sarebbe successo a me poche ore dopo.

Alle 13.30 ero al ristorante, sono un tipo puntuale e non sopporto i ritardatari. I ritardatari vi rubano il tempo per farci quello che vogliono loro e questo è inaccettabile per come la vedo io. La signora era puntuale anche lei, arrivammo praticamente insieme. Ci salutammo, io dissi le solite frasi di circostanza, lei da parte sua fece lo stesso e poi ordinammo da mangiare.

“Avete già contattato il fornitore per l’arredamento del negozio?”, chiesi io. Dovevano fare una ristrutturazione completa e avrebbero anche cambiato tutto l’arredamento. Era un contratto importante per me, io ero quello che avrebbe curato l’aspetto finanziario per l’acquisto del nuovo arredamento attraverso un contratto di leasing.

“Sì, sto aspettando che mi mandino il preventivo finale, ci siamo accordati per uno sconto particolare sul prezzo e sto aspettando il preventivo.”

“Ottimo, allora appena le arriva me lo gira via fax, serve anche a me per l’istruttoria. Appena ricevo il preventivo contatto anche il fornitore”, le dissi.

“Va bene”, disse lei. “Avete bisogno di documenti aggiornati sulla società? Quando abbiamo fatto l’ultimo contratto? Non mi ricordo.”

“L’ultimo l’anno scorso. Sì, ho bisogno dei bilanci aggiornati e dei modelli unici dei soci.” Lei non rispose, stava guardando alla sua destra come se ci fosse una cosa particolarmente interessante da vedere. Allora ci guardai anch’io, ma non c’era niente alla sua destra. A tre metri da noi c’era il muro e nient’altro.

“Servono i bilanci aggiornati e i modelli unici dei soci”, ripetei un po’ più forte pensando che fosse sovrappensiero.

“Mi chiama un’ambulanza per piacere?”, disse lei girandosi verso di me. Lo disse con un tono calmissimo, come se mi avesse chiesto: Ordiniamo un aperitivo prima del pranzo?

“Cioè?”, dissi io guardando verso il muro. Guardandoci meglio, come se ci fosse scritta la risposta sopra.

“Mi può chiamare un’ambulanza? Mi sto sentendo male”. Ma non avreste detto che quella era una persona che si sentiva male, nessuno l’avrebbe detto: era tranquillissima mentre parlava, aveva il solito colorito, sembrava proprio tutto a posto insomma.

“Be’ ma un’ambulanza… mi sembra eccessivo”, dissi io. “Magari provi a bere un bicchiere d’acqua, certe volte…”

“No guardi, mi chiami un’ambulanza per piacere, mi sto sentendo veramente male”. Cominciavo ad ammirarla seriamente. Per chiedere l’ambulanza così insistentemente in una situazione come quella, sicuramente si stava sentendo male in maniera seria, qualunque cosa fosse, perché io ancora non avevo la più pallida idea di che problema potesse avere. Avreste dovuto vederla: non il minimo cambiamento nel tono di voce, non una scena di panico, né niente di niente: lei voleva solo un’ambulanza, tutto qui. Allora presi il cellulare in tasca, ma ovviamente non c’era campo. Mi alzai, andai verso la cassa e chiesi al tipo che stava seduto lì di chiamare il 118 e chiedere urgentemente un’ambulanza perché c’era una signora che si stava sentendo male.

Dove? Chi si sente male?”, disse lui saltando in piedi.

“Una signora. Per piacere può chiamare l’ambulanza? Il mio telefono non prende”, dissi io un po’ spazientito.

“Non c’è campo qui”, disse lui come se la cosa fosse di un’importanza fondamentale. “Ma la signora è svenuta? Che si sente esattamente?”, chiese subito dopo. Non so se fosse più preoccupato per la signora o per il motivo per cui si sentisse male. Magari gli stavano frullando nella testa immagini di qualche data di scadenza presa un po’ allegramente tra quelle stampate sulle confezioni che teneva in cucina.

“Non lo so”, risposi io. “Ma c’è bisogno di un’ambulanza, è urgente.” Era urgente? Non ne avevo la più pallida idea. Il tipo non parlò più, prese il telefono e chiamò il 118 chiedendo che mandassero un’ambulanza il prima possibile. Io tornai al tavolo dalla signora. Il tipo dietro la cassa mi seguì:

“Signora, si sente male?”, le chiese appena arrivati al tavolo. “Abbiamo chiamato l’ambulanza, sta arrivando. Ecco, intanto beva un bicch…”

“Vi annuncio che sto per morire”, disse la signora. La mia ammirazione per lei era alle stelle. Poi subito dopo girandosi verso di me: “Mi scusi se glielo chiedo, mi può tenere la mano per favore?”. Oddio, l’aveva chiesto all’ultima persona al mondo capace di fare una cosa del genere. Auguratevi di non avermi mai vicino quando vi sentite male. Ci sono quelli che in queste situazioni sanno sempre quello che bisogna fare. Io non sono uno di quelli. Non so mai che cosa fare, non so mai che cosa dire, finisce sempre che dico qualche cazzata di quelle grosse. Non so mai quando è il momento di chiamare l’ambulanza, per esempio. O di portarvi al pronto soccorso, insomma quando serve un medico, quel momento non lo so per niente. Se voi starnutite e mi chiedete di chiamarvi un’ambulanza, io ve la chiamo subito, ma solo perché me l’avete chiesto. E allo stesso modo, se vi prende un infarto con me vicino e non riuscite a parlare, per voi è finita, siete spacciati. Sono capace di farvi morire senza alzare un dito, continuando a chiedere semplicemente: Che hai? Che ti senti? Che c’è?, finché non crepate lì davanti a me. Non è per cattiveria, sia chiaro, è che non lo so proprio.

Allora presi la mano alla signora e non dissi niente. Il tipo della cassa era sbiancato nel frattempo. La signora no, a guardarla sembrava la più sana fra noi tre:

“Signora ci può dire che cosa si sente?”, chiese il tipo della cassa.

“Non lo so, mi sento che sto per morire. Non vedo più niente, è tutto annebbiato, non mi sento più la parte sinistra del corpo, la gamba sinistra mi formicola tutta, il braccio sinistro non lo sento per niente.”

“Ma si sente male come se stesse per svenire?”, chiesi io preoccupato a quel punto. Non sono un dottore ma gli accidenti che mi venivano in testa per quei sintomi che aveva descritto erano uno peggio dell’altro: infarto, paralisi, ictus… A un tratto pensai che la signora avrebbe davvero potuto morire lì davanti a me, mentre le tenevo la mano e le stavo parlando. Mi sembrava impossibile che stesse davvero succedendo, mi sentivo come in un sogno.

“No, svenire no, mi sento completamente cosciente, ma non sento più la parte sinistra del corpo e non vedo quasi niente”, disse lei.

Nel frattempo intorno a noi si erano radunate un po’ di persone che guardavano la scena: c’era chi consigliava altri bicchieri d’acqua, chi diceva che l’ambulanza c’avrebbe messo troppo ed era il caso di correre subito all’ospedale in macchina, chi sosteneva l’esatto contrario:

“Non bisogna muoverla”, disse un tizio in tono perentorio, come se si trattasse di un incidente stradale. Uno aveva addirittura consigliato di farla sdraiare su un tavolo finché non arrivava l’ambulanza.

Mentre stavano ancora discutendo su quello che era meglio fare, una voce alle mie spalle disse: “Fate passare, fate passare!”. Mi girai e vidi due infermieri che spingevano una barella. Appena dietro di loro c’era una signora in camice bianco: quella era la più brutta dottoressa che avessi mai visto in tutta la mia vita.

“E’ arrivata l’ambulanza signora, stia tranquilla”, dissi lasciandole la mano.

La dottoressa si avvicinò: “Signora mi può dire che cosa si sente?” e girandosi verso di me: “Adesso ci pensiamo noi, faccia allontanare tutta questa gente, qui manca l’aria”. Adesso ci pensavano loro? E chi li poteva ringraziare, quella era la frase più bella che avevo sentito nell’ultima mezz’ora.

Mentre caricavano la signora sulla barella, incredibilmente dissi: “Signora, vuole che venga con lei?”. Era la frase migliore vista la circostanza ed era incredibile che la stessi dicendo proprio io.

“Sì, grazie”, disse la signora.

“Va bene, andiamo. Lei ci segua in macchina”, mi disse la dottoressa più brutta del mondo.

“No, io salgo in ambulanza con voi”, le risposi secco.

“Questo non…”, iniziò lei.

“Non è il momento de discute, un posto c’è in ambulanza, nun c’è problema”, intervenne uno dei due infermieri sforzandosi di parlare in italiano.

Gli infermieri cominciarono a spingere la barella verso l’ambulanza, io rimasi un po’ indietro con la dottoressa: “Che cos’ha la signora?”, le chiesi.

“Non lo sappiamo ancora”, rispose lei senza guardarmi. Era chiaro che ce l’aveva con me per il fatto che sarei salito con loro in ambulanza. Avrei voluto fare altre domande ma lasciai stare.

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