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Credere non è una scelta. Adesso che stavo baciando Tiziana, mi sarebbe piaciuto sentire una scossa da qualche parte, una scintilla, una qualunque cosa che assomigliasse a un inizio, a una promessa. Mi sarebbe piaciuto credere. Dio quanto mi sarebbe piaciuto. La baciavo davanti a uno dei posti più belli che avessi mai visto in vita mia, e dentro di me scavavo alla ricerca di un pezzo di brace acceso sotto la cenere. Ma non c’era niente da bruciare per Tiziana, così come non c’era stato niente da bruciare per Sabrina quando la baciai al centro del corridoio di casa mia. Il fuoco era spento per tutte tranne una. Una che aveva spento il suo fuoco per me.

“Ti piace qui?”, le chiesi quando staccai le mie labbra dalle sue.

“E’ bellissimo”, disse lei stringendo più forte l’abbraccio che ci legava. Ecco una cosa che non so fare, non so abbracciare. Corro continuamente il rischio che chi si trovi dall’altra parte di un mio abbraccio abbia l’impressione che stia stringendo un manico di scopa.

“Ti piace il mare e ti piace qui”, le dissi. “E la notte? Ti piace la notte?”

“Mi piace da impazzire”, disse lei. “E a te? Ti piace l’America e ti piace qui, e la notte?”

“Io adoro la notte, la adoro. Non so che cosa farei senza la notte. La notte è bellissima, è una bella promessa mantenuta tutti i giorni”. Mi slegai dall’abbraccio e feci un passo avanti verso il vuoto che avevamo intorno. Respirai a fondo aria fresca e pulita, aria che sapeva di mare e di buono e di Tiziana. Avevo ancora il sapore del suo bacio in bocca, e l’aria fresca lo amplificò a dismisura. Mi sembrava di avere in bocca il profumo di una rosa, fu una sensazione bellissima. Ma niente fuoco, come accendere un cerino in un mucchio di neve.

Da quando amare era diventata una colpa, nella mia vita erano cambiate molte cose. Prendila come viene, mi diceva spesso Rossella.

Ci provo, pensai, non ho mai fatto altro che provarci.

Presi Tiziana per mano: “Vieni”, le dissi. “Andiamo a bere qualcosa”.

“Qualcosa di forte!”, disse lei stringendomi la mano.

“Forte quanto?”, le chiesi io guidandola sul sentiero che ci avrebbe riportato alla macchina. L’unico rumore che avevamo intorno era il chiacchiericcio dei sassi sotto le nostre scarpe.

“Fortissimo!”, disse lei.

“Ti farò scordare come ti chiami”, le dissi scherzando. Ma dentro di me non scherzavo per niente. Dentro di me ero io a volermi scordare il mio nome. Avrei voluto cambiarmi l’aria dentro come si fa in una casa. Avrei voluto aprire le mie finestre e sostituire tutto quello che avevo dentro con l’aria che stavo respirando quella sera.

Dobbiamo finire il lavoro, disse la mia vocina.

Non adesso, pensai: adesso dobbiamo solo ubriacarci.

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