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Era tutto sbagliato, non c’era una sola cosa giusta nella mia vita, nemmeno una. Mi sentivo la persona sbagliata nel posto sbagliato in un’epoca sbagliata. La gente intorno a me continuava a correre, il mondo girava ogni giorno più velocemente e io ero a corto di fiato. Io avrei solo voluto fermarmi e dimenticare di essere me stesso. Questa era la verità. Era quel tipo di verità che non diresti mai a nessuno, quella verità di cui non parli nemmeno con te stesso per paura di doverla guardare dritta negli occhi. Quella che tieni nascosta giù in cantina, dentro qualche baule polveroso chiuso a doppia mandata. Ma era periodo di pulizie nella mia cantina, era il momento delle verità nascoste, era la riscossa del mio giudice che lavorava con me contro di me. Il mio lavoro mi stava salvando. Il mio lavoro mi stava uccidendo.

Dopo cinque mesi di intenso lavoro, mi ricordai di Tiziana. Non so come, ma era completamente uscita dai miei pensieri. Era svanita, il giorno in cui volevo chiamarla mi ero completamente dimenticato che esistesse. La sera prima volevo chiamarla e il giorno dopo era evaporata.

Dopo cinque mesi riapparve all’improvviso nei miei pensieri. Decisi di chiamarla subito, prima che mi dimenticassi nuovamente di lei, stavolta forse per sempre

La chiamai e lei era ancora molto giù per via del ragazzo che l’aveva lasciata. Mi disse molto chiaramente che la sera in cui uscì con noi era stata molto bene, ma non se la sentiva di uscire da sola con me. Mi chiese di capire, mi disse che per me sarebbe stato difficile anche solo immaginare come si sentiva dentro. Ma su questo si sbagliava di grosso, potevo immaginarlo molto bene. Si sentiva come una mummia appena confezionata, ecco come si sentiva. Si sentiva come se qualcuno le avesse infilato una mano dritta nel petto e gli avesse strappato via il cuore senza chiedere niente. Come se un chirurgo sadico l’avesse stesa su una lastra di marmo gelato per sostituire i suoi organi con una manciata di paglia secca. Come se gli avessero attaccato un aspiratore alla bocca e gli avessero succhiato via l’anima, l’identità e la coscienza tutte in una volta. E di certo si sentiva confusa e spaventata, e sola. E probabilmente era già partita per il suo viaggio senza ancora saperlo. Quel genere di viaggi che cambiano destinazione e durata da persona a persona, ma che cominciano tutti allo stesso modo, con un salto nel buio.

“Come si fa a smettere di amare?”, mi chiese lei a un certo punto della telefonata.

“Non lo so”, le dissi. Improvvisamente mi venne voglia di aprirmi, di dirle tutto. Mi venne voglia di confidarmi con lei, di mettermi a piangere come un bambino. Mi venne voglia di urlare, di aprire una finestra e trovare il fiato per mandare a fare in culo il mondo tutto insieme, tutto in una volta. Mi venne voglia di inginocchiarmi per terra e tirare un cazzotto che sfondasse il pavimento, bucasse la terra e arrivasse giù fino al culo dell’inferno per passarlo da parte a parte. Mi venne voglia di morire, di cacciare a sberle e calci in culo l’estraneo che mi abitava in testa. Mi venne voglia di abbracciarla e dirle che no, non volevo proprio vivere in un mondo così.

Invece dissi: “Ma tu stai bene da sola?”. Sembrava una domanda interessata probabilmente, ma non lo era. Era una domanda senza doppi fini o allusioni al fatto che avrebbe potuto trovare una piacevole compagnia con me. A dire la verità io ero la compagnia peggiore che potesse capitarle. Probabilmente la peggiore, certamente la più pericolosa.

“Ma stai scherzando?”, disse lei. “Io da sola sto malissimo!”. Dio quanto la invidiai. Lei da sola stava malissimo e molto probabilmente sarebbe stato quello a salvarla. Quel malessere crescente della solitudine, che prima o poi (più prima che poi) l’avrebbe spinta ad uscire per cercare un po’ di conforto nell’abbraccio di qualcuno. Per riprendere al volo la sua identità prima che si perdesse in qualche pozzo buio e senza fondo. Prima che arrivasse un Io-Sostituto dentro di lei e prendesse in mano la situazione mettendola a cuccia come un cane e costringendola a guardare la sua vita andarsene a puttane giorno dopo giorno senza che avesse la possibilità di alzare un solo dito per impedirlo. “Perché me lo chiedi?”, disse.

“Perché io invece da solo sto benissimo”, le dissi.

“Ah sì?”, disse lei in tono di sfida. “E allora perché vorresti uscire con me?”. La vera risposta a questa domanda non era certo cosa che potessi raccontare in giro. Non era certo cosa che potessi raccontare a lei. Lei era un Supporto e se le avessi detto la verità l’avrei allontanata da me alla velocità di un proiettile. Perché la verità era che il fatto che volessi uscire con lei non aveva niente a che fare con la mia solitudine. La mia solitudine non era un problema, non lo era mai stato, questo era il problema. Da solo stavo benissimo, e anzi la solitudine era la condizione essenziale per dedicarmi alla mia vera attività da due anni e mezzo a quella parte. Ero un cacciatore di risposte e per lavorare dovevo (volevo) stare solo. La mia ricerca di supporti era semplice svago, non era ricerca di nuova vita. Non era la volontà di girare pagina per sempre, era solo la mia ora d’aria e niente di più. Anche se lo avessi voluto, non avrei mai potuto abbandonare il mio lavoro, era semplicemente impossibile. Finché l’ultimo tassello non fosse stato messo al suo posto sarei stato prigioniero di me stesso. Questo ormai l’avevo capito.

“Perché mi piaci”, le dissi. Questa non era una bugia, anche se non era nemmeno la risposta alla sua domanda.

“Così non vale”, disse lei. “Se sei così schietto mi spiazzi”.

“Che mi è rimasto da fare dopo che mi hai detto che non vuoi uscire con me?”. Signore e signori, benvenuti al gioco del gatto col topo.

“Io non ho detto che non voglio uscire con te. Ho solo detto che per il momento non me la sento”, disse lei. Chi era il gatto qui? E chi era il topo?

“Va bene”, dissi io, “vorrà dire che per il momento non usciremo. Rinuncio a chiederti di uscire stasera, rinuncio a domani sera, rinuncio anche a dopodomani. Che ne dici di venerdì prossimo?”

“Non voglio dirti di no, ma non mi sento nemmeno di dirti di sì”, disse lei. “Ti dico la verità, all’inizio di questa telefonata uscire con qualcuno, chiunque, era proprio la cosa più lontana dai miei pensieri. A questo punto invece… a questo punto mi sembra che potrei anche pensarci su”.

“Va bene, allora facciamo che ci pensi fino a giovedì e poi mi dai la tua risposta affermativa?”. La sentii sorridere nella cornetta, poi subito dopo disse:

“Facciamo che ci penso fino a giovedì, e poi ti do la mia risposta, affermativa o negativa che sia.” Sapeva giocare molto bene.

“Affare fatto. Giovedì saprò se sei una persona saggia”, dissi io.

“Giovedì lo saprò anch’io”, disse lei. E dal tono con cui lo disse non fui sicuro che fosse una cosa buona per me. Ma mi sbagliai, perché giovedì lei mi chiamò e mi diede la sua risposta affermativa.

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