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Nel mese di dicembre di quell’anno scrissi una lettera a Panorama. Me la pubblicarono nello spazio della posta. In quella lettera rispondevo a un signore di Napoli che aveva scritto poco tempo prima che Internet allontana le persone. Ogni persona che abbia messo piede in Internet nella sua vita può dire come questa sia una cazzata fenomenale. Più o meno era questo il concetto che avevo espresso in quella lettera, solo che l’avevo detto con altre parole, parole che potessero essere pubblicate. E infatti la pubblicarono, con tutta la mia firma e il mio indirizzo e-mail. Mi ricordo che mi scrisse un sacco di gente dopo la pubblicazione di quella lettera: non si può avere idea della visibilità che riesce a dare un giornale, anche se scrivi quattro righe pubblicate nella pagina della posta. Fra le mail che mi arrivarono ce n’era una che portava il nome Gea nel sender. Gea mi fulminò a cominciare dal nome. Completamente fulminato ancora prima di leggere il testo della mail, quello già non serviva più a niente. Tutto quello che mi serviva di quella mail era l’indirizzo e il nome del sender.

Gea mi diceva che avevo proprio fatto bene a rispondere a quel signore, che cazzo!, gli avevo proprio risposto per le rime, se l’era cercata alla grande e bla e bla e bla. Lessi tutto molto in fretta perché ero impaziente di rispondere, di conoscerla meglio, di sapere qualcosa di più di lei: a quel punto avevo bisogno di informazioni.

La prima impressione che mi diede in quella mail fu quella di una donna abbastanza superficiale. Il che andava benissimo, perché alcune donne sono superficiali in tutto tranne che nel sesso. In quel periodo non avevo nessuna intenzione di cercare l’amore della mia vita, quello l’avevo già trovato e perso, grazie tante. Non toccavo una donna da mesi e vi dico la verità: la prima cosa che mi venne in testa leggendo il suo nome era che volevo conoscerla. Volevo conoscerla in quel senso.

La mia mail di risposta fu una vera e propria imboscata. Era costruita dall’inizio alla fine, niente era detto per caso in quella mail, non c’era nemmeno una frase fuori controllo, niente di improvvisato: la mia premeditazione era totale.

Lei mi rispose quasi subito. Mi disse che mi aveva scritto la prima mail solo per dirmi che era d’accordo con me, ma adesso che le avevo risposto l’avevo veramente incuriosita e voleva conoscermi meglio. Intanto cominciava a presentarsi. Era sui trentacinque anni, separata, viveva da sola e non aveva nessuna storia al momento. Riuscite a immaginare quante lucine colorate mi si accendevano in testa mentre leggevo quelle cose? Mi era letteralmente scoppiata una festa nel cervello e gli invitati erano tutti ubriachi a giudicare dal casino che stavano facendo. Le cose si stavano mettendo meglio di quanto potessi mai immaginare. Scrissi la mail di risposta e le feci avere anche il mio numero di telefono, nel caso le fosse andato di chiamarmi. Il giorno dopo chiamò.

La voce era abbastanza interessante e parlava meglio di quanto mi aspettassi. Diceva anche cose interessanti. Forse non era così superficiale come credevo e questa non era una buona notizia. In ogni caso mi sarei occupato della cosa in seguito, adesso dovevo arrivare a conoscerla, poi avrei pensato a tutto il resto: una cosa per volta e senza spingere, di solito funziona.

Nei giorni successivi avevamo preso l’abitudine di sentirci un’oretta tutte le sere, durante il giorno ci mandavamo sms a raffica. Dopo un paio di settimane di terapia intensiva mi stavo coinvolgendo più di quanto avessi previsto all’inizio. Queste cose ti sfuggono di mano come niente: ti distrai un momento, metti un piede nel posto sbagliato e ti ritrovi dentro la buca insieme alla preda. Amen.

Dopo un mesetto di telefonate io per lei ero Amore, lei per me era Tesoro. Una sera le dissi che volevo incontrarla. Lei sulle prime fece un po’ di storie, ma nemmeno tante. Era imbarazzata, aveva paura di non piacermi, di rovinare tutto e cose del genere. Niente che non superò nei successivi dieci minuti. Poi, dopo avermi detto di sì, venne fuori con una proposta:

“Senti, io voglio chiederti una cosa… ma non ho il coraggio”.

“Dai, dimmi”, le dissi.

“E’ una cosa un po’ spinta… dai mi vergogno, lasciamo stare”. Pericolosamente insidiose come poche altre cose le donne. Lasciamo stare: non avremmo mai potuto lasciare stare a quel punto e lei lo sapeva meglio di me.

“Dai, dimmi, abbiamo detto che dobbiamo dirci tutto no? Allora dimmi, non ti preoccupare, stai parlando con me, mi puoi dire tutto”.

“Hai mai fatto sesso al telefono?”

La lingua mi si inceppò con tutto il resto della bocca: “No”, dissi dopo un momento di silenzio. Ed era la verità, io questa storia del sesso al telefono non l’ho mai capita. Non ho mai capito quelli che si fanno arrivare la bolletta da duemila euro per fare sesso al telefono con una sconosciuta. Che poi non so se le avete mai viste quelle delle hot line. Qualche volta ne hanno intervistata qualcuna in televisione. Roba che preferirei accoppiarmi con un insetto piuttosto che toccare una cosa di quelle. La più bella che ho visto era una cicciona capellona e brufolosa che avrebbe fatto vomitare un topo. Anch’io qualche volta faccio delle cose strane e sicuramente molte volte avrò speso male i miei soldi, ma c’è qualcuno di voi lì fuori che non scherza per niente.

Gea non era una della hot line, d’accordo. Ma questo non cambiava niente: il sesso è la cosa meno parlata che ci sia. Il sesso si sviluppa in ambiente fare non in ambiente dire. Tutto quello che sono disposto a dire nel sesso sono le porcate durante il rapporto. E’ una cosa troppo ridicola mettersi a fare l’amore con un telefono.

Solo che se lei l’aveva chiesto così esplicitamente, magari era una questione importante dal suo punto di vista. In quel momento speravo proprio di no, perché arrivato a quel punto volevo davvero incontrarla, la mia predisposizione era cambiata molto rispetto all’inizio. Ero già caduto dentro la buca insieme alla preda, ma se giocavo male quella carta rischiavo addirittura che lei saltasse fuori e mi lasciasse da solo lì dentro. Risposi No e aspettai la prossima mossa.

“Ti andrebbe di farlo con me?”, disse lei. Non poteva andarmi peggio.

“Mi stai chiedendo di fare sesso al telefono adesso?”

“Sì. Sei stanco? Non ti va?”. Molte domande vengono fornite con la risposta.

“Un po’ stanco, sì”.

“Però una cosa te la devo dire”, rilanciò lei. “Io non porto le mutandine”.

Quello fu un pugno nello stomaco.

“Non le porti adesso? Cioè sei senza mutandine?”, e che aveva detto?

“Sì, non le porto adesso, ma non le porto mai. Non porto le mutandine da quando avevo vent’anni. Mi danno fastidio, senza mutandine mi sento più libera. Mica ti dà fastidio?”

Fastidio non era esattamente il concetto che avevo in mente in quel momento.

“No, non mi dà fastidio per niente, anzi l’idea mi eccita da morire”.

Lei rise: “Sono contenta… non vedo l’ora di conoscerti, amore”.

A chi lo diceva. Ero lontano milioni di chilometri dal punto in cui ero partito: freddo e distaccato, la situazione completamente in controllo, parole e aperture misurate col contagocce. In quel momento non uno solo di quei punti di partenza era sopravvissuto: Non porto le mutandine aveva travolto il poco che era rimasto in piedi. C’ero dentro fino al collo, e anche qualcosa di più.

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