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Salimmo un bel pezzo in collina con la macchina. La Croce sul mare si trovava in un posto completamente isolato, più o meno a sei o settecento metri d’altezza. Era un posto veramente speciale per me, non ci portavo quasi mai nessuno. Non sapevo esattamente come si chiamasse, certamente aveva un nome tutto suo, ma per me era semplicemente La Croce sul mare.

Quando finalmente arrivammo in cima, la strada finiva in una rotatoria intorno a una fontana arrugginita. La ruggine partiva dal beccuccio e l’abbracciava via via come un’edera rampicante: quella fontana non spillava una goccia d’acqua da molto, molto tempo. Era bellissima e completamente inutile. E bellissima proprio perché completamente inutile.

Lì c’era solo da parcheggiare la macchina, scendere, entrare in un sentiero sassoso attraverso il buco nella rete di recinzione, e camminare ancora per circa trecento metri fino alla Croce.

“Non c’è un’anima!”, disse Tiziana appena fermai la macchina.

“Te l’avevo detto che era un posto isolato”, le dissi io.

“Sì, e buio anche. Che cosa sono quelle luci lassù?”, disse indicando un posto che si trovava circa duecento metri sopra di noi.

“Non lo so esattamente, comunque dovrebbe essere un complesso radar militare, una postazione di sorveglianza di qualcosa. Non so che cosa facciano lì sopra, so solo che come al solito i militari prendono i posti migliori e ci piazzano un muro con la sorveglianza armata intorno. Vieni”, le dissi prendendola per mano e guidandola attraverso il buco nella rete.

“Mica sarà militare anche questo?”, disse lei mentre passava nella rete.

“Non che io sappia. Male che vada ci uccideranno e ci faranno sparire”, le dissi guidandola sul sentiero. Alla nostra destra, a circa tre metri dal sentiero, correva uno strapiombo che finiva direttamente in mare seicento metri più sotto.

“Fa freschetto qui sopra… però che bello il mare laggiù”, disse lei a metà strada.

“E ancora non hai visto niente. Attenta a dove metti i piedi, ci sono sassi molto grossi qui. Non è esattamente una strada trafficata questa”, le dissi continuando a guidarla.

Facemmo l’ultimo centinaio di metri, poi arrivati alla base degli scalini che c’erano da salire per arrivare sotto la croce ci fermammo. Dal nostro punto di osservazione vedevamo solo la croce e più niente. Guardandola si intuiva che davanti a lei ci dovesse essere il vuoto:

“La vedi quella croce lì sopra?”, le dissi indicando la grande croce di ferro che sorgeva impettita e sicura proprio sopra di noi.

“Sì”, disse lei. “Ma non sono credente.”

“Non è importante in questo momento, quello che è importante in questo momento è che tu tenga gli occhi bene aperti e sull’ultimo gradino di questa scala trattenga il fiato”, le dissi.

“Perché devo trattenere il fiato?”, chiese lei.

“Perché quando arriverai lì sopra smetterai di respirare”. Poi senza aspettare che aggiungesse altro, mi girai e la guidai per mano sulla scala. Fino all’ultimo gradino della breve scalinata, tutto quello che avevi davanti agli occhi era il metallo antico della croce. Poi salivi l’ultimo gradino, ti davi uno sguardo intorno, e c’era quello.

Quello era uno dei più bei panorami notturni che avessi mai visto in vita mia. Ogni volta, tutte le santissime volte che tornavo lì sopra, lo spettacolo di quello che avevo intorno mi lasciava senza fiato:

“Madonna…”, disse lei. “E’ una cosa… è… Madonna!”, disse portandosi le mani sulla bocca, poi subito dopo mi abbracciò. Stavamo di fronte alla croce, sul basamento di cemento che la reggeva da decenni. Eravamo dalla parte del vuoto: un passo e sei fuori gioco, squalificato per sempre.

Seicento metri sotto di noi brillavano le luci arancioni dei lampioni che illuminavano la città. Spostavi lo sguardo di qualche centimetro davanti al tuo naso e vedevi la scogliera artificiale che delimitava l’ingresso del porto. Ancora qualche centimetro e appariva la luce del faro che illuminava a intermittenza lo specchio d’acqua che aveva intorno. Il mare era completamente calmo. Qualche centimetro ancora, e stavolta toccava alla luna che sorgeva dritta all’orizzonte, proiettando sull’acqua un tappeto di luce bianca così luminoso e consistente che ti sembrava che avresti potuto camminarci sopra. Ti staccavi da lì, ti guardavi intorno e vedevi mare, mare, mare, vedevi mare a perdita d’occhio, vedevi mare finché ce n’è, fino a dove potevi arrivare a toccarlo con lo sguardo, fino all’ultima stella appuntata sul telo nero dell’orizzonte.

“Che roba”, dissi dopo un po’ che stavamo in silenzio. Eravamo tornati mano nella mano, tutti e due impalati a guardare quello spettacolo.

“Senti”, disse lei. “Scusa se prima nel ristorante non ti ho risposto a quella domanda sulla fine della mia storia, è solo che…”.

“…Non ti senti ancora pronta a parlarne, lo so”, finii io per lei. “Scusami tu per avertela fatta, era una domanda fuori luogo”.

“Se me l’avessi chiesto qui, adesso, sarebbe stato diverso”, disse lei.

“Immagino”, dissi io, ma non le rifeci la domanda.

“E tu? Ce l’hai una storia così ? Una storia di cui non hai ancora voglia di parlare?”, mi chiese.

“Credo che tutti prima o poi ce l’abbiano una storia del genere”, le dissi guardando il mare e cercando di contenerlo nello sguardo. Cercando per quanto mi riusciva di acchiapparne la maggior parte possibile. Guardavo il mare per evitare di rispondere. L’atmosfera era pericolosa, sentivo che avrei potuto aprirmi troppo, e questo non era un bene.

“Ma tu ce l’hai?”

“Sì”, le dissi abbastanza secco.

“Ma non ti va di parlarne”

“Non è che non mi va”, dissi cercando in ogni modo di evitare le trappole disseminate in quell’aria di confidenza che cresceva tra noi. “Credo che non sia il caso.”

“Perché?”, chiese lei.

“Perché non vorresti mai sentire una storia che comincia con C’era una volta la mia vita”, le risposi un po’ seccato. Quel terzo grado cominciava a darmi fastidio, perché alla lunga finisce sempre che dico qualcosa che non vorrei dire, o che sarebbe meglio non dire ancora. Per come la vedo io, le cose vanno fatte per gradi. Avevo sbagliato a fare quella domanda nel ristorante, d’accordo, ma mi ero fermato subito. Adesso perché lei non si fermava?

“Forse ti sbagli su quello che mi piacerebbe sentire”, disse lei. Poi subito dopo mi baciò cogliendomi assolutamente alla sprovvista.

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