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Buio.

Era buio nella mia stanza, buio nei miei ricordi, buio nella gola del pozzo che mi aveva inghiottito. Nemmeno Battisti cantava più quando tornai con la mente al presente. Ero da solo nella mia stanza buia. Niente luna quella sera a far luce sul vuoto che avevo intorno. Niente occhio di bue dal cielo, nessun protagonista da illuminare nel teatro vuoto della mia coscienza, con un commediografo stanco sul palco a rileggere il copione di una storia lontana di cui avrebbe voluto riscrivere la fine.

Dai lampioni nella strada qualche riflesso di luce si arrampicava fino alla mia finestra e questo era tutto. Niente attori, niente pubblico, niente luce e nessuna possibilità di riscrivere niente. C’era solo un teatro buio con un commediografo stanco.

Capita che non ti rendi conto che stai vivendo la tua possibilità più importante, quella che aspetti da sempre. Ci sei dentro e non hai la più pallida idea di quello che ti sta succedendo, è questo il problema. Ti comporti alla leggera e pensi che tutto sia come al solito. Dopotutto è la tua solita vita, quella che conduci da quanto? Venti, trenta, quaranta, cinquanta anni? Che può accadere di diverso, di nuovo? A cosa dovresti fare attenzione? E’ tutto come al solito, non devi stare attento a niente. Perché dovresti fare particolare attenzione? Sì la ami, ma ne hai già amate altre, Lei non è certo diversa. Non c’è problema, è tutto come al solito, è una delle tante, una storia come un’altra.

Non c’è problema. Se non che Lei non sarà una delle tante, e quella in cui sei dentro non è una storia come un’altra e niente sarà come al solito. E tu che cosa avrai fatto per tenerti tutte queste belle novità? Niente. Non avrai fatto un bel niente, perché tanto era la tua solita vita.

Arrivato a quel punto, la cosa più difficile da accettare per me non era la fine della mia storia in sé, non lo era più da molto tempo. Era come era finita, come era andata, come l’avevo fatta andare. Lei aveva avuto le sue responsabilità, alcune molto gravi. Come vi ho già detto, infamia e gloria erano ben distribuiti. Ma se pensate che questo avrebbe potuto consolarmi in qualche modo, vi sbagliate di grosso. Non era di consolazioni che avevo bisogno, e nemmeno di alibi o concorsi di colpa di nessun genere. Io avevo bisogno di risposte. La mia mente cercava, analizzava, catalogava e sistemava ogni dettaglio di quella storia in cerca di risposte. Il mio puzzle era la ricostruzione di me stesso. La mia personalissima collezione di errori e il processo che avevo intentato contro di me erano il lavoro più importante della mia vita.

Ma avevo bisogno di un supporto, di questo ero perfettamente consapevole. Nessuno mi avrebbe potuto aiutare nella ricerca delle mie risposte e sapevo anche questo. Le persone che avevo intorno mi avrebbero aiutato inconsapevolmente a restare vivo. Nessuna di loro l’avrebbe mai saputo, ma ognuna di loro mi avrebbe aiutato in questo, a restare vivo. Ogni persona a suo modo mi avrebbe aiutato a sfruttare le mie ore d’aria, le libere uscite, i miei permessi provvisori. Ognuna di loro avrebbe fatto questo, senza bisogno che nessuna di loro sapesse che ero prigioniero di me stesso.

Per quanto riguardava il mio lavoro, quello dovevo finirlo da solo. Ero arrivato poco oltre la metà del mosaico, avevo superato il giro di boa, quel punto fatale di ogni cosa che ti impedisce di tornare indietro, perché la strada per arrivare alla fine è inferiore a quella del ritorno al principio: La Metà. Ero oltre La Metà, lo sapevo, lo sentivo: da lì in avanti arrivare alla fine sarebbe stato più breve che tornare all’inizio.

Supporto, pensai nel mio letto. Supporto: decisi che il giorno dopo avrei chiamato Tiziana, affanculo le tattiche. Non avrei aspettato che si facesse viva lei, avevo bisogno di supporto.

Dovevo impegnare decentemente il tempo che vivevo fuori da me stesso, perché non avevo nessuna intenzione di restare all’inferno per sempre. All’inferno andata e ritorno, questo era il programma.

Ma il giorno dopo non chiamai nessuno, tantomeno Tiziana.

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