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Ascoltammo la musica fino alle quattro di mattina, poi ci addormentammo mentre parlavamo immagino. Non mi ricordo di cosa stessimo parlando, mi ricordo solo che mentre stavo cercando di dire qualcosa all’improvviso non c’ero più. Credo che a Lei successe più o meno la stessa cosa, perché la mattina dopo quando ci svegliammo la radio era ancora accesa. E il mio braccio destro era scomparso.

L’avevo tenuto tutto il tempo sotto la sua testa, praticamente mi svegliai alle dieci di mattina nella stessa posizione in cui stavo alle quattro di notte. Avevo dormito sei ore di fianco con la schiena contro il muro, mi sentivo come se mi fosse appena passato sopra un treno merci e il macchinista avesse fatto anche marcia indietro, tanto per assicurarsi di non avermi lasciato qualche osso sano.

La baciai sulle labbra appena la vidi di fianco a me, poi con il braccio sinistro recuperai il moncherino appeso che era rimasto al posto del mio braccio destro. Lei fece un mugolio quando le sfilai il braccio da sotto la testa e si girò di lato. Io mi alzai e andai in bagno, scuotendo il braccio per riattivare la circolazione. Poi mi buttai sotto la doccia per svegliarmi, ero distrutto.

Quando tornai nella stanza feci il caffè per me e preparai il latte per Lei. Presi un vassoio, ci misi sopra il caffè, il latte, i biscotti e portai tutto sul letto. Poi la svegliai e facemmo colazione.

“Che ore sono?”, disse Lei dopo un po’.

“Le dieci e mezza”, dissi io. “Che t’importa dell’ora, è domenica.”

“Verso mezzogiorno mi devo incontrare con Vincenzo”, disse Lei.

Vincenzo, Tac!, mi scattò una molla nel cervello.

“Vincenzo?”, dissi col tono più indifferente che avevo.

“Sì, è un mio amico. Mi ha offerto un lavoro part-time di pomeriggio in studio da lui.”

Io non dissi niente, avevo un milione di domande da fare su Vincenzo, nessuna delle quali era presentabile.

“E’ architetto”, disse Lei dopo un po’. “Gli serve una mano in studio perché la segretaria è in maternità. Gli ho detto che per un paio di mesi potrei andarci il pomeriggio.”

Il caffè mi si era bloccato nello stomaco. Pensare a Lei chiusa in uno studio da sola con

Vincenzo-l’architetto mi creava un ingorgo interno a tutti i livelli. I pensieri erano tutti ingolfati davanti alla porta d’uscita, senza che nessuno di loro potesse venire fuori. Il pensiero più calmo era: Che cazzo stai dicendo, tu non vai a lavorare proprio da nessun Vincenzo. Potete immaginarvi gli altri.

“E quanto ti dà?”, dissi sperando che le desse poco, in modo da trovare la scusa per cercare di convincerla a rifiutare.

“Seicentomila lire al mese”, disse Lei. Era poco.

Seicentomila lire?”, dissi io. “Ma non è niente!”. Lo dissi molto su di giri.

“Ma sarebbe solo per due o tre ore di pomeriggio”, disse Lei.

“E’ poco, è poco! Ma non ti rendi conto che è poco?”. Non volevo che insistesse, nel mio cervello drogato di gelosia Lei avrebbe dovuto desistere subito e arrendersi, avrebbe dovuto dimostrarmi che di Vincenzo non le interessava niente. Avrebbe dovuto dimostrarmi l’impossibile, visto che non mi risulta che accettare un lavoro part-time voglia dire mostrare interesse per qualcuno. Quella mattina mi risultava invece, eccome se mi risultava.

“Ma non mi sembra così poco e poi quei soldi mi farebbero comodo, lo sai”, disse Lei.

Insisteva, cazzo, insisteva, adesso sarei dovuto andare giù pesante e avrei dovuto aggravare la situazione continuando a puntare sull’esiguità della somma. Avrei dovuto trasformare Vincenzo in un verme sfruttatore, una specie di sanguisuga schiavista pronto ad approfittare della sua ingenuità.

“Ma dove vivi? Il lavoro deve essere p.a.g.a.t.o.! Non puoi farti sfruttare in questo modo!”, dissi alzandomi improvvisamente dal letto. Ero il pazzo del quartiere.

Lei non disse niente, rimase ferma in silenzio con un biscotto mangiato a metà in mano. Io la vidi vulnerabile, e continuai come un maledetto pezzo di merda.

“La tua dignità sta a te difenderla! Non crederai mica che ci pensino gli altri spero! Agli altri di te non gliene frega niente, appena possono ti prendono e ti sfruttano. Poi quando ti hanno usata ti buttano, è così che gira il mondo, non lo vedi?”

Lei spostò il vassoio di lato e si alzò dal letto mettendosi di fronte alla finestra.

“Non glielo devi permettere”, continuai io. “Non devi permettergli di sfruttarti, ti devi difendere o ti si avventeranno contro e approfitteranno di te in ogni modo!”. Lei non parlava, ma capivo di aver fatto breccia ormai, capivo che mi stava ascoltando e che la stavo convincendo che Lei sarebbe stata sfruttata, perché lì fuori vive un branco di lupi famelici.

“Ti devi difendere”, ripetei abbassando il tono della voce. Adesso le stavo parlando appena dietro le spalle, Lei stava guardando ancora fuori dalla finestra.

Dopo pochi secondi si voltò, mi abbracciò e cominciò a piangere: “Non ci voglio vivere in un mondo così”, disse. Io l’abbracciai e la strinsi forte.

Ero il verme del quartiere.

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