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“Mi sembri San Francesco”, disse Lei da dietro le mie spalle. Eravamo appena usciti da casa sua e stavamo nel vicolo dove abitava, proprio di fronte al portone del suo palazzo. Io stavo cercando di avvicinarmi alle spalle di un piccione che beccava qualcosa per terra. Volevo cercare di toccarlo, ogni volta che vedo un piccione di spalle mi scatta la voglia di toccarlo. E’ una specie di sfida, solo questo, perché appena li tocchi – quando ci riesci – subito scappano via. Il piccione si voltò di scatto appena Lei parlò e mi lanciò uno sguardo di traverso: Che intenzioni avevi? Coglione, poi si girò e volò via in un momento.

“L’hai fatto scappare, sei contenta?”, le dissi un po’ su di giri.

“Sì!”, disse Lei e storse gli occhi all’interno, come se fosse strabica. Sapeva che questa cosa mi faceva ridere, perché come li storceva Lei gli occhi non li storce nessuno, statene certi.

“Dai andiamo, altrimenti l’agenzia chiude”, dissi io senza nessun accenno di sorriso, volevo fare il sostenuto. Dovevamo andare in un’agenzia di viaggi a informarci sulla vacanza in Spagna che non avremmo mai fatto.

“Io vengo ma dovrai guidarmi tu, perché… perché… perché NON CI VEDO!”, disse Lei con gli occhi ancora storti.

“Qualche giorno ti resteranno bloccati in quella posizione se non la finisci”, le dissi io.

“Meglio!”, disse Lei. “Così riderai ogni volta che mi vedi!”

“Guarda che già succede”, le dissi io prendendola per mano.

“Stronzo”, disse lei dandomi un cazzotto sulla spalla con la mano libera.

Andammo all’agenzia a piedi, passando da un vicolo all’altro nel centro di Napoli. Quando giravamo nei vicoli a piedi, Lei mi faceva da guida e mi spiegava un sacco di cose sulla città. Napoli è bellissima da girare a piedi.

Quando arrivammo l’agenzia aveva appena chiuso, così ci limitammo a dare uno sguardo dall’esterno mettendo le mani a coppa sul vetro per schermare la luce e vedere se c’era qualche poster sulle pareti che parlasse della Spagna. Ma nessuno dei poster appesi riguardava la Spagna, così decidemmo di tornare in agenzia un altro giorno. E già che eravamo lì e che ci trovavamo vicini alla solita pizzeria con il nostro solito cameriere, decidemmo anche di andarci a mangiare una pizza al solito tavolo.

Sfortunatamente il nostro solito cameriere non c’era quella sera, c’era invece un tipo con gli occhiali che non avevamo mai visto. Appena il tipo ci accolse dentro la pizzeria io e Lei ci lanciammo uno sguardo: Addio al nostro solito tavolo. E infatti il tipo ci diede un tavolo sistemato proprio al centro della prima sala dopo l’ingresso, una posizione pessima.

“Mi hanno assegnato un lavoro per la Casina Pompeiana”, disse Lei appena ci sedemmo. Io chiamai il cameriere perché mi ero appena accorto di essere uscito senza l’accendino. Il tipo con gli occhiali si avvicinò e gli chiesi se aveva da accendere. Lui tirò fuori l’accendino un po’ scocciato e me lo passò. Accesi la sigaretta e gli restituii l’accendino facendogli un cenno di ringraziamento con la testa. Lui si girò di scatto e se ne andò. “Hai capito che cosa ho detto?”, disse Lei appena il cameriere se ne andò. Veramente no, non avevo capito molto bene che cosa aveva detto, perché non avevo la più pallida idea di cosa fosse la Casina Pompeiana.

“Certo”, dissi, “la Casina Pompeiana, devi fare un lavoro”.

“E lo dici così?”, disse Lei. “Ma tu hai capito o no che devo fare un lavoro per la Casina Pompeiana?”, lo disse proprio accentuando il nome del posto con una certa enfasi, come se si trattasse di una cosa molto importante.

“Sì”, dissi io, “è proprio così che hai detto, devi fare un lavoro per la Casina Pompeiana, l’ho capito”.

“Ma scusa”, disse Lei, “tu sai di che cosa stiamo parlando? Sai cos’è la Casina Pompeiana?”.

“No”, dissi io.

“E quando me lo dici che non lo sai?”, disse Lei molto scocciata.

“Adesso… te lo dico adesso, ma ti stai scaldando per una cosa del genere?”

“Va bene, lascia stare”, disse Lei delusa. Non si stava incazzando, non si incazzava mai. Il massimo che poteva fare era scocciarsi, poi un attimo dopo essersi scocciata e un momento prima di incazzarsi, ti faceva quella faccia delusa che ti buttava subito a tappeto. KO tecnico alla prima ripresa, incontro finito.

“Aspetta, okay”, dissi io. “Mi dispiace per non avertelo chiesto prima, ma stavo cercando l’accendino e mi hai parlato di questa cosa proprio mentre stavo realizzando di averlo lasciato a casa, non ero molto attento”.

“E non eri attento perché pensavi all’accendino?”, disse Lei. Lo disse con tono incredulo, col tono di chi non riesce a credere che qualcuno possa trascurare una notizia sulla Casina Pompeiana per pensare a un accendino. Chi non fuma non riesce a rendersi conto delle esigenze di un fumatore. Non riesce a capire che quando un fumatore vuole accendere una sigaretta e si trova senza  accendino, quell’accendino diventa il centro stesso della sua vita. E visto che ne parliamo, c’è anche un’altra cosa che chi non fuma non potrà mai capire. Non potrà mai capire che la domanda Perché non smetti?, è una delle domande più insulse che si possano rivolgere a una persona che fuma. Non ho mai indotto nessuno a fumare, non mi sono mai sognato di chiedere a qualcuno Perché non cominci a fumare?, e nemmeno mi risulta di fumatori che abbiano mai fatto una domanda del genere a nessuno. Allora, dico io, se uno che fuma non si sogna nemmeno di indurre qualcun altro a fare lo stesso, per quale oscuro motivo uno che non fuma deve martellarmi le palle con domande insulse? Per fortuna che Lei non mi fece mai una domanda del genere. Non provò mai, nemmeno una volta, a chiedermi perché non smettevo di fumare. Forse vi sembrerà stupido, ma l’amavo anche per quello. L’amavo anche perché non mi aveva mai chiesto di smettere di fumare.

“Ti sembrerà assurdo, eppure è così, stavo pensando all’accendino”, le dissi io. Poi subito dopo arrivò il cameriere con le pizze e cominciammo a mangiare. I camerieri arrivano nei momenti più impensabili.

Mangiammo le nostre pizze in silenzio, non voglio dire che avevamo litigato, ma l’aria era un po’ tesa e nessuno dei due disse niente. Appena finito di mangiare richiamai il cameriere per accendere di nuovo. Il tipo con gli occhiali si avvicinò e quando gli chiesi se mi faceva accendere tirò fuori l’accendino dalla tasca, lo poggiò dritto sul tavolo e disse: “Questo glielo regalo”. Poi schizzò via prima che potessi dire qualunque cosa. Io guardai prima l’accendino e poi Lei. Cominciammo a ridere tutti e due senza aver detto ancora niente. Quella era la pizzeria dei camerieri pazzi, non dovete avere dubbi su questo.

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