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(Pensa e)

Quando arrivai a casa erano passate da poco le due e non avevo per niente sonno. Io e la notte siamo ottimi amici. Non era vero che il giorno dopo avevo da fare, il giorno dopo era sabato ed ero completamente libero. L’avevo detto solo per uscire da quella macchina con l’aria pesante.

(scava, scava e)

Mi spogliai, feci un caffè e mi sedetti sulla poltrona davanti alla televisione spenta. Il caffè di notte non mi fa nessun effetto, non influisce in nessun modo sul mio sonno. E a dirla tutta credo che non influisca sul sonno di nessuno. Quelli che non prendono il caffè di sera o di notte perché poi dicono di non dormire secondo me sono solo suggestionati. Se la quantità di caffè contenuta in una mezza tazzina fosse davvero in grado di bloccare il sonno per una notte intera, penso che dovrebbero vietare il caffè come è vietata la cocaina. Può anche essere che mi sbaglio, ma questa è la mia teoria sul caffè.

(fruga. Cerca, scava, pensa,)

Guardai la televisione spenta pensando alle notti insieme a Lei. Dobbiamo stare lontani dal letto, dicevamo, è pericoloso. Era vero, per noi due il letto era micidiale. Penso che se non avessimo dovuto mangiare e bere, avremmo passato anni dentro un letto senza alzarci mai. Non era solo per il sesso, era proprio che il letto era il nostro habitat naturale. Ci mettevamo nel letto a una piazza che c’era nel suo monolocale, Lei si stendeva a pancia in su, io mi schiacciavo di lato contro il muro e passavamo ore a parlare, scherzare, ascoltare musica e fare l’amore. Che volevo di più dalla vita? Niente.

(scava meglio, spolvera i pezzi, cataloga e sistema.)

Eri geloso, disse la mia vocina. Questa era una verità incontestabile, anche se lo nascondevo come il peggiore dei crimini. Il fatto è che la gelosia non puoi nasconderla tanto a lungo e se continui a tenerla soffocata, si sfogherà in altri modi. La mia gelosia ci aveva fatto litigare più di una volta, ma Lei non l’aveva mai saputo. Succedeva che scoppiavano dei litigi all’improvviso, senza nessun motivo apparente. Qualcosa che diceva a proposito di qualcuno mi si incastrava all’improvviso nel cervello, e le palle cominciavano a girare a manetta. E giravano, giravano, giravano. Giravano finché non trovavo un pretesto, un qualunque stupido, insignificante pretesto e facevo scoppiare il finimondo. Non le ho mai fatto capire che ero geloso, non gliel’ho mai detto. Non le ho mai fatto un commento sospetto, e nemmeno mi sono mai sognato di fare domande sulle persone con cui sarebbe dovuta uscire quando non c’ero. Non le ho mai chiesto niente dei suoi amici, tranne le cose che mi raccontava Lei e che io ascoltavo in silenzio. Mi acquattavo come una tigre nell’erba, e da quel momento in avanti ogni scusa sarebbe stata buona per litigare. Ogni scusa che fosse stata la più lontana possibile da un litigio per gelosia. Avevo sempre paura che qualunque domanda avessi fatto e qualunque cosa avessi detto, sarebbe stato immediatamente chiaro quanto fossi geloso.

(Un posto per ogni pezzo, ogni pezzo al suo posto: in questo gioco non puoi fermarti.)

Accesi una sigaretta e pensai che c’era bisogno di un po’ di musica, perché avevo appena disseppellito un nuovo pezzo del mosaico. Mi spostai in camera da letto e alzai la persiana: se sto in camera da letto con la persiana abbassata non riesco a pensare, mi sento murato vivo. Accesi lo stereo e mi sdraiai sul letto, quella sera c’era Battisti a farmi da colonna sonora.

(I.n. Q.u.e.s.t.o. G.i.o.c.o. N.o.n. P.u.o.i. F.e.r.m.a.r.t.i.!)

La gelosia, pensai. Andai a caccia di qualche ricordo legato alla mia gelosia e non ci fu bisogno di cercare a lungo. Ripensai a una sera lontana più di ottocento giorni, la sera del Pazzo del Quartiere.

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