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Dopo una decina di minuti che ce ne stavamo sdraiati in silenzio, arrivò Lucio:

“Dobbiamo andare, Emanuela dice che sente freddo”, disse. Lo credo bene che sentiva freddo, conoscendolo come minimo l’aveva spogliata dalla testa ai piedi.

Il viaggio di ritorno si svolse completamente in silenzio. Nessuno diceva una parola in quella macchina, e dopo una mezz’ora pensai che Emanuela e Lucio probabilmente avevano litigato, altro che freddo. Questo pensiero mi attraversò la testa come un lampo, ci persi proprio un momento a pensare una cosa del genere, perché alla fine della fiera non mi importava assolutamente niente se avevano litigato, stavo pensando a tutt’altro.

Pensavo a Tiziana: Mi piace?, mi stavo chiedendo. Le piaccio? Pensai che il fatto di chiedermi se le piacessi doveva significare che in qualche modo, da qualche parte dentro di me, lei doveva avermi lasciato un qualche segno che avrei dovuto sentire. Lo cercai senza trovare niente di particolare: era una ragazza carina, ci avrei fatto sesso, ero curioso di vederla in divisa, questo senz’altro. Ma non sarei mai andato in Austria con lei e nemmeno l’avrei portata in America con me.

A metà del viaggio di ritorno realizzai che avevo pensato a lei fin troppo. Ci avrei provato con lei? Forse, ma non quella sera.

Arrivati sotto casa di Lucio era chiaro che nessuno dentro quella macchina aveva voglia di proseguire la serata. Emanuela aveva una faccia che strusciava per terra e se non stava attenta ci avrebbe inciampato con i piedi mentre camminava. Tiziana e io eravamo silenziosi, ma tutto sommato ognuno di noi due stava bene a modo suo e si vedeva. Lucio spense la macchina e si girò con la testa a guardare fuori dal finestrino. A vederlo sembrava che avesse trovato una cosa interessantissima da guardare lì fuori. Ma aveva parcheggiato di fianco a un muro, e il muro si trovava esattamente dove stava guardando.

“Be’ ragazzi io vado che domani mattina ho un po’ da fare e mi devo alzare presto”, dissi per rompere il silenzio. Fate conto che non avevo detto niente, nessuno degli altri tre fece una piega lì dentro. Allora aprii lo sportello per scendere e Lucio disse:

“Tu e Tiziana vi siete scambiati i numeri di telefono? Perché non lo so se usciremo ancora in quattro.” Lo disse guardando me, ma stava parlando con Emanuela. Conoscendolo doveva essere incazzato a morte perché era andato in bianco e in qualche modo Emanuela avrebbe dovuto pagarla. Era davvero capace di non uscirci più nemmeno se lei l’avesse richiamato, era fatto così. L’ho visto incassare colpi tremendi, a volte l’ho visto perfino perdonare i tradimenti delle ragazze con cui stava insieme. Sopportava tutto, era sempre di buon umore ve l’ho detto. Ma mandarlo in bianco, quello era veramente imperdonabile dal suo punto di vista.

“Veramente no”, disse Tiziana, “non ce li siamo scambiati ancora”.

“Ti va di darmi il tuo numero?”, le chiesi allora io.

“Solo se tu mi dai il tuo”, rispose lei sorridendo.

Ci scambiammo i numeri di telefono, salutai tutti e me ne tornai a casa. Finalmente.

Non ce la facevo più, quando l’aria diventa pesante e la gente intorno a me è coinvolta in qualche litigio, non vedo l’ora di andarmene. Assorbo molto gli stati d’animo degli altri, sia nel bene che nel male. E non sono disposto a farmi coinvolgere più di tanto se si tratta di assorbire malumore.

Tornando a casa decisi che se Tiziana non si fosse fatta viva nei giorni successivi, l’avrei chiamata io oppure le avrei mandato un messaggio. Se lei mi avesse risposto picche pazienza, non me ne importava più di tanto. Ma perché? Ecco il punto, perché continuavo a essere così freddo nei confronti di chiunque? Perché non potevo riuscire a provare qualcosa di più di una semplice attrazione fisica per ogni donna che conoscevo?

Perché ci sei ancora dentro fino al collo, disse la mia vocina. Aveva ragione, non potevo negarlo. Dopo più di due anni ero arrivato a metà del mio lavoro di ricostruzione. Il mio puzzle aveva chiarito diversi punti e questo mi aveva aiutato ad avere un buon rapporto con il lavoro che stavo facendo. Adesso non mi sentivo più come un prigioniero sbattuto in un buco chiuso dall’interno. Adesso potevo entrare e uscire dalla mia cella d’isolamento quando volevo. Decidevo io i tempi, i modi, il materiale da analizzare e in quale stanza della mia coscienza prelevarlo. Avevo di nuovo voglia di uscire e incontrare nuova gente. Soprattutto avevo voglia di innamorarmi, posso dire che ce la mettevo tutta, se si può dire una cosa del genere.

Ma c’ero ancora dentro fino al collo. Io non lo so se aver incontrato il tipo di amore che avevo incontrato con Lei fosse stato un bene o un male per me. Tutto quello che vi posso dire sono due cose: la prima è che non sono mai stato così contento di vedere qualcuno come ero contento di vedere Lei. Ogni volta che la vedevo mi sentivo nascere, ogni volta. E la seconda è che la fine di quella storia mi precipitò nel posto più buio, profondo e vuoto che riuscissi a immaginare. Anzi, se non ci fossi finito dentro di persona non avrei mai nemmeno immaginato che esistessero posti del genere. Posti in cui cominci a precipitare e continui, continui, continui fino all’inverosimile, e dopo averlo raggiunto vai oltre. Continui fino al punto successivo a quello più profondo che avevi mai pensato possibile in vita tua. E vai oltre. E ti guardi intorno, e cerchi di aggrapparti a qualcosa, a qualcuno, una qualunque cosa che possa fermare, rallentare quella caduta senza fine. Ti guardi intorno e non vedi niente. Cerchi qualcuno, non importa chi, chiunque!, e non vedi nessuno. Arrivi solo a sperare che finisca presto quell’orrore. Ma l’orrore ti ha inghiottito e tu continui a precipitare.

Dopo più di ventiquattro mesi ero ancora nel buio. Lontano da me, molto lontano, riuscivo a vedere una lucina se mi concentravo con lo sguardo, proprio come quella sulla barca del pescatore che si vedeva dalla spiaggia. Questo sì, cominciavo a vedere un po’ di luce in lontananza. Poca.

E molto lontana.

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