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Quando arrivammo Lucio chiese cosa avremmo preferito mangiare:

“Cinese!”, urlò Emanuela dal sedile di dietro. Io la cucina cinese non la sopporto proprio. Non la capisco, per me la cucina cinese puzza e nessuno sulla faccia di questa terra sarà mai capace di convincermi del contrario. Ma quando sono in un gruppo mi adatto a qualunque decisione senza fiatare. Lo faccio per non guastare l’atmosfera, per me l’atmosfera è una cosa importantissima. Se sto cinque minuti insieme a qualcuno, chiunque sia, voglio che quei cinque minuti abbiano un senso, altrimenti preferisco non starci proprio. Siccome contraddire una donna su una decisione come la scelta del ristorante è un ottimo presupposto per fargli tenere il muso tutta la sera, non dissi niente. Se invece di cinese avesse detto Merda!, non avrei detto niente lo stesso.

Lucio sapeva che non sopporto la cucina cinese, allora si girò verso di me e disse: “Va bene cinese?”

“Benissimo”, dissi io. “E’ parecchio che non mangio in un ristorante cinese, per me va benissimo.”

“Aggiudicato”, disse lui guardando nel sedile posteriore attraverso lo specchietto. Da dietro arrivò un urletto di approvazione. Uno solo.

Allora mi girai verso Tiziana: “A te piace la cucina cinese?”, le chiesi.

“Insomma”, disse lei e si girò a guardare fuori dal finestrino. Le donne non hanno nessun riguardo per l’atmosfera. Anche se vi dicono di sì a una cosa che non hanno voglia di fare, vogliono che tu sappia che la stanno facendo controvoglia. Loro la fanno, ma tu devi sapere che non gli andava bene.

Quando arrivammo al ristorante c’era la fila fuori dalla porta. Dentro era pieno e c’erano una decina di persone fuori ad aspettare. Sulla porta c’era un tipo che prendeva i nomi per metterti in coda e ti chiamava quando era il tuo turno. Ci chiese il cognome di uno di noi:

“Galdieri”, dissi io e il tipo lo scrisse sul foglio.

“Fai Galdieri di cognome?”, mi disse Tiziana. “Non conosco nessun Galdieri, ma è un bel cognome.”

“Non faccio Galdieri di cognome”, gli dissi io parlando piano per non farmi sentire dal tipo all’ingresso. “E’ il cognome di un mio amico, ma mi piace così tanto che ogni volta che posso me lo vendo in giro.” Lei si fece una risata, era carina quando rideva.

Dopo una mezz’ora il tipo ci chiamò per entrare:

“Galdieri”, disse. Solo che io ero soprappensiero e non avevo capito che stesse chiamando noi.

Io non faccio queste cose, stavo pensando. Io non faccio queste cose.

Ero sotto il torchio della mia coscienza da più di due anni ormai. Era per la questione del tradimento. Ogni giorno, ogni santissimo giorno, la morsa che mi spremeva l’anima rinfacciandomi la colpa del tradimento, avanzava di un passo per stringermi uno scatto più forte: Tic!

Mi stava massacrando, mi svuotava la vita aggredendomi alle spalle senza preavviso nelle occasioni più impensabili. Magari mi stavo godendo un bel momento, o pregustavo una bella serata con qualcuna, ed eccolo lì il maledetto spauracchio della coscienza che saltava fuori come un pupazzo a molla compresso in una scatola: Ma tu l’hai tradita!

Io non faccio queste cose! Ne avevo veramente le palle piene di sentirmi rinfacciare dalla mia coscienza che l’avevo tradita. La verità era che per costringermi a lasciarla le avrei provate tutte, senza esclusioni di colpi. Ed era andata esattamente così. Avevo fatto quello che andava fatto, anche se avevo fallito nell’obiettivo di lasciarla. Non faccio queste cose, dissi mentalmente al pupazzo a molla del tradimento. E adesso levati dai coglioni che ho da fare.

“Galdieri, c’è Galdieri?”, ripeté il tipo all’ingresso.

Lucio che sapeva tutto della storia del cognome finto si girò verso di me: “Guarda che ti stanno chiamando”, disse indicando l’ingresso del ristorante.

“Galdieri non c’è?”, disse il tipo per un’ultima volta.

“Eccoci, siamo noi”, gli dissi.

“Venite”, disse lui e ci fece strada all’interno. Ci sistemò in un tavolo al centro della sala, che per me è una posizione odiosa. Il mio posto preferito sono gli angoli, non lo so perché. Forse è perché da lì hai la situazione sotto controllo e non sei continuamente sotto gli occhi di tutti. Mi piace osservare la gente seduta ai tavoli dei ristoranti, vedi un sacco di gente strana. Dopo una mezz’ora che sto seduto in un ristorante posso dirvi qualunque cosa delle persone nel raggio di cinque tavoli. Mi piace ascoltare quello che si dicono e cercare di indovinare che tipo di relazione c’è fra loro: se sono fidanzati, sposati, amici, amanti, quello che è insomma. E a seconda di che relazione li lega, mi interessa sentire di cosa parlano. Se beccate due amanti come vicini di tavolo per esempio, spiare la conversazione diventa una cosa interessantissima, è anche facile che ci scappi una bella litigata. Anche perché la gente ai tavoli dei ristoranti parla come se non avesse nessuno intorno. Sono convinti di essere invisibili, non lo so come mai fanno così, ma lo fanno. Parlano di cose personalissime come se fossero da soli chiusi in una stanza, invece che con un centinaio di persone intorno. E’ per questo che non mi piacciono i tavoli centrali nei ristoranti, perché ti pongono al centro dell’attenzione degli altri e sei tu ad essere sotto osservazione.

Quando il cameriere portò il menu lo studiai un quarto d’ora cercando qualcosa che mi ispirasse. Alla fine presi quegli involtini con le verdure dentro, che praticamente sono l’unica cosa che riesco a mangiare in un ristorante cinese. Presi solo quelli e nient’altro.

“Non hai fame?”, mi chiese Tiziana.

“Per niente, ho mangiato troppo a pranzo mi sa”, dissi io. La verità era che mi sarei mangiato un orso con tutta la pelliccia, perché a pranzo non avevo mangiato quasi niente. Ma la puzza dei piatti che avevo intorno era un deterrente micidiale.

“Dopo mangiato andiamo sulla spiaggia?”, disse Emanuela.

“Dici per vomitare?”, gli dissi io. Lucio scoppiò a ridere e per poco non mi sputava l’acqua in faccia. Emanuela che non aveva capito niente si guardava intorno come se le fosse sfuggito qualcosa.

“Ma allora non ti piace la cucina cinese!”, disse Tiziana girandosi verso di me. Lo disse come se avesse appena fatto una scoperta fantastica, una di quelle cose che ti cambiano la vita proprio.

“Non è che ci vado pazzo”, le dissi io per non offendere Emanuela che aveva avuto l’idea del ristorante cinese.

“Lo potevi pure dire”, mi disse Emanuela che nemmeno a dirlo si era offesa lo stesso. “Comunque vi va di andare in spiaggia?”, rilanciò.

“Per me va benissimo”, dissi io. Lucio e Tiziana fecero di sì con la testa e a quel punto era deciso: dopo mangiato saremmo andati in spiaggia. Tutto sommato quella era stata l’idea migliore della serata. Ho sempre avuto una forte attrazione per il mare. Ma una forte attrazione non rende molto l’idea, diciamo che lo amo con tutto me stesso. Ho un certo rapporto con il mare, è qualcosa di molto personale, proprio come una storia d’amore. Questa attrazione si era assottigliata molto dopo la fine della mia storia con Lei. Non so perché successe questa cosa, ma successe. Mi ricordo che dopo la fine della nostra storia andavo spesso al mare, cercando un aiuto da parte sua. Mi aveva sempre aiutato. Nei momenti difficili sono sempre andato al mare sapendo che mi sarebbe bastato guardarlo e toccare l’acqua e stare un po’ lì senza dire né fare niente, e qualcosa di buono sarebbe sicuramente venuto fuori. Una buona idea o semplicemente un attimo di conforto, come una pacca sulla spalla ricevuta da un vecchio amico. Ma quelle volte che ci andai per cercare di trovare un senso a quello che era successo tra me e Lei, non arrivò nessun aiuto. Lo sentivo lontano, o forse ero io ad essermi allontanato. Forse lui era semplicemente rimasto dove se ne stava da sempre, ero io che ero finito chissà dove. In un caso o nell’altro, continuavo ad andare al mare tutte le volte che potevo cercando di recuperare il vecchio rapporto che avevamo. Era una cosa veramente importante per me.

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