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Il mio lavoro proseguiva, ora dopo ora, giorno dopo giorno, notte su notte: pensa, scava, scava e fruga, fruga e scava, cerca, pensa

(Voglio fermarmiNON PUOI fermarti !)

spolvera i pezzi, osserva, cerca meglio, pensa pensa pensa: ogni tanto trovavo un pezzo, il mosaico si componeva. Uno dei primi tasselli che trovai si chiamava Come la fermavo? Lei sembrava ferma – certe volte -, ma doveva correre correre correre. Come la fermavo? Lei doveva correre. La potevate incatenare a un palo della luce e dopo cinque minuti si sarebbe liberata come Houdini, vi ci potete giocare il culo.

Dopo Cinzia (Lady Tampax per gli ammiratori) mi presi qualche mese di ferie dai rapporti con l’altro sesso. Loro non arrivavano, io non le cercavo e vissero tutti felici e contenti. Ero un cacciatore di risposte e dovevo lavorare. Un lavoro che non prevede ricompense, un gioco obbligatorio in cui l’unico partecipante gioca contro sé stesso senza alleati. L’avversario ti abita dentro e di solito è molto più forte di te.

Quando ero a casa e uscivo a caccia nella personalissima riserva della mia coscienza, mi facevo accompagnare sempre da un po’ di musica. Di solito erano i Pink Floyd la colonna sonora di quegli incontri all’ultimo sangue contro me stesso. Durante una di quelle battute di caccia, poco dopo l’incontro con Cinzia, trovai un pezzo di mosaico che mi impegnò per intere notti insonni. Il pezzo si chiamava I ricordi. Non si trattava di qualche ricordo in particolare, erano proprio I ricordi, era tutto l’insieme. Era quello che conservavo io di Lei e quello che avevo lasciato a Lei di me. Era il modo in cui mi avrebbe ricordato. Fu un pezzo duro da incastrare.

Non andavo fiero di come mi ero comportato nella mia storia d’amore. Non ne andavo fiero per niente. La verità è che avrei avuto una sola alternativa onorevole: dovevo troncarla all’inizio. Ma quella volta ci fu una cosa più importante del mio onore, più importante di me, più importante di qualunque cosa: quella volta l’amavo e questo cambiava tutto.

Per cosa viviamo esattamente? Noi, qui e adesso cosa stiamo a fare? Ha un senso tutto questo? Tutto quello che facciamo, tutto quello per cui soffriamo, lottiamo e ci sbattiamo dalla mattina alla sera, che senso ha esattamente? C’è un senso? C’è qualcosa del genere qui, proprio su questo pianeta, proprio in questa vita? Se vi aspettate che mi azzardo a scrivere qualche risposta, scordatevelo: non ne so niente. Però una cosa la so: quando stavo con Lei, Lei era il mio senso. Non so a voi quante volte sia capitata una cosa del genere nella vita, ma a me non era mai capitato prima. Lei fu il mio senso da subito e questa cosa non cambiò mai. Non so nemmeno come spiegarvelo, quindi non ci proverò, sappiate solo che era così.

C’era una stanza dentro di me in cui conservavo tutti i suoi ricordi. In ognuno di quei ricordi c’era una parte del mio significato, una parte del mio senso. Questo posto confinava con un’altra stanza in cui avevo sistemato tutti i ricordi di quello che avevo fatto in quella storia, che erano poi i ricordi che avevo lasciato io a Lei. E anche in questi, in ognuno di questi, c’era una parte del mio senso. Potrei dire che l’unione di queste due stanze formava quello che ero: in quelle due stanze avevo stipato me stesso. In tutte quelle notti che impegnai per sistemare I ricordi, quelle stanze diventarono un posto molto familiare per me. Diciamo che per qualche mese ho praticamente vissuto lì dentro. E ogni tanto ci torno ancora oggi, ma di solito mi limito ad aprire la porta e dare un’occhiata veloce dalla soglia. Sono posti pericolosi in cui stare.

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