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La prima volta che mangiammo insieme fu in una pizzeria a Napoli. Mangiammo la pizza a pranzo, perché a Napoli puoi mangiare la pizza quando vuoi. Io non conoscevo Napoli per niente e scelse Lei il posto. Appena entrammo il cameriere ci chiese se volevamo il solito tavolo. Questa cosa fu molto curiosa, perché noi due non eravamo mai stati insieme in quella pizzeria prima di allora. Non eravamo mai stati insieme in nessuna pizzeria se era per quello, era la prima volta in vita nostra che mangiavamo qualcosa allo stesso tavolo. Io e Lei ci lanciammo uno sguardo: Il cameriere è pazzo.

Mi girai verso il cameriere e gli dissi che il solito tavolo andava benissimo. Allora lui ci portò in una camera separata dalla stanza principale, era un posto molto intimo. La camera conteneva due tavoli in tutto ed erano entrambi vuoti. Il cameriere pazzo ci fece sedere in uno dei due, e io pensai che il nostro solito tavolo non era niente male.

Ordinammo subito da mangiare perché avevamo fame tutti e due. Dopo che il cameriere pazzo se ne andò con l’ordinazione, nella stanza calò un silenzio imbarazzante. Non sono molto bravo a interpretare il gioco delle parti. Immagino che avrei dovuto dire cose strepitose in un’occasione come quella, anche perché Lei cominciava a interessarmi. Avrei dovuto cercare di fare colpo, avrei dovuto intrattenerla con discorsi molto interessanti e frasi originali. Avrei dovuto fare qualcosa, su questo avevo pochi dubbi. Ma il fatto è che quando mi trovo in una situazione in cui mi sento costretto a parlare, nel mio cervello cala il buio totale. Allora feci una cosa abbastanza vigliacca, immagino: le girai la palla.

“Sei molto silenziosa”, dissi. Con il tempo imparai che il silenzio era il suo stato naturale.

“Più che silenziosa sono un po’ stanca”, disse Lei. Poi aggiunse: “Stanotte ho dormito poco”.

“Come mai?”, chiesi io cominciando a smollicare il pane. Ho questo brutto vizio di togliere la mollica dal pane un pezzetto alla volta e buttarla sulla tovaglia. Ora che finisco di mangiare la mia parte di tovaglia è ridotta come il sentiero di Pollicino nella foresta.

“Ero un po’ nervosa perché dovevamo incontrarci”, disse Lei con una schiettezza completamente spiazzante.

“Eri nervosa per la contentezza, spero”, dissi io.

“Sì certo, ero contenta”, rispose Lei. Poi subito dopo aggiunse: “Molto contenta”.

E Sorrise.

Guardatelo molto bene questo sorriso, guardatelo bene come lo guardai io e sappiate che da quel momento in avanti niente fu mai più come prima. Niente, potete prendermi in parola. Molto semplicemente ci fu una vita prima di quel sorriso e una vita dopo quel sorriso. Andò proprio così perché quando sorrise, proprio in quel preciso istante mi innamorai di Lei.

“Adesso che dici così mi fai ricordare una puntata del Gatto Silvestro, in cui c’era Silvestro che non riusciva a prendere sonno”, dissi subito dopo essermi innamorato. “E insomma è stato tutta la notte a rigirarsi nel letto: prendeva il cuscino, lo girava, lo toglieva, cambiava posizione, ma niente. Ogni tanto guardava l’orologio. E’ stato tutta la notte a guardare le ore che passavano sull’orologio. Appena prese sonno la sveglia cominciò a suonare e lui doveva alzarsi. Allora scattò a sedere sul letto, allungò le mani verso la sveglia, la fermò e si girò verso la telecamera: aveva gli occhi di vetro!”. Cominciai a ridere ricordandomi gli occhi di Silvestro che ti guardavano da dietro lo schermo, era una scena irresistibile. Rideva anche Lei, allora continuai: “Di vetro! Giuro! Erano tutti smerigliati, con delle profonde spaccature che li attraversavano da una parte all’altra, sembrava che dovessero scoppiare da un momento all’altro!”. A quel punto stavamo ridendo come due matti. Per fortuna che eravamo al nostro solito tavolo e non c’era nessun altro nella stanza tranne noi.

“Da morire”, dissi alla fine quando ripresi fiato.

“Da morire”, ripeté Lei subito dopo.

Il cameriere pazzo entrò nella stanza con le nostre due pizze: se non avete mai mangiato la pizza a Napoli non sapete che cosa vi siete persi. Mentre mangiavo pensavo che avrei voluto baciarla. Avrei voluto baciarla e dirle che mi ero innamorato di Lei. Devo baciarla prima di stasera, pensavo: era un bisogno mentale e fisico, me lo sentivo addosso, dentro e fuori, dovunque. La guardavo e mi sentivo lo stomaco annodato. Non sapevo nemmeno io come riuscissi a trattenere il desiderio di saltare dalla sedia e baciarla per un paio d’ore, o una trentina di giorni.

Mangiammo le nostre pizze, pagammo il conto e lasciai una bella mancia al cameriere: la mia solita mancia per lui. Uscimmo dalla pizzeria e ci guardammo intorno: mancava un quarto d’ora alle due.

“Che facciamo?”, le chiesi.

“Non saprei”, disse lei. “I negozi sono tutti chiusi a quest’ora”.

“I negozi sì, ma casa tua non è chiusa a quest’ora”, dissi io. Improvvisamente ero diventato molto sfacciato, la birra fa miracoli in certe occasioni.

“Vuoi vedere casa mia?”, mi chiese Lei.

“Con tutto me stesso”, risposi sorridendo. Non so nemmeno se avessi fatto un sorriso da lupo famelico, con la birra non si può mai dire. In ogni caso spero proprio di no.

“Allora andiamo”, disse Lei.

Viveva in un monolocale vicino al centro. Guardando dalla porta d’ingresso, in fondo alla stanza sulla parete di sinistra c’era il letto, a fianco c’era un comodino e subito dopo l’armadio, che arrivava quasi vicino alla porta. A destra dell’ingresso c’era l’angolo cottura, con una volta che scendeva dal soffitto. La volta era pitturata di blu, l’aveva dipinta Lei. In fondo a destra c’era il bagno e al centro della stanza un tavolo rotondo con due sedie.

“Ecco la mia reggia”, disse Lei appena entrati.

“E’ carina”, dissi io. Ed era carina davvero.

Mi fece sedere al tavolo e preparò il caffè. Io cominciai a sentirmi strano, ero emozionato che non ve lo posso raccontare. Prendemmo il caffè, io seduto al tavolo e Lei seduta sul letto. Guardai il soffitto per la centesima volta in dieci minuti, il silenzio che era calato nella stanza aveva trasformato l’emozione in imbarazzo. Sicuro che avrei detto qualche cazzata colossale se avessi provato a dire qualcosa di intelligente, così per la seconda volta nello stesso giorno passai la palla nelle sue mani:

“Dì qualcosa”, le dissi sporgendomi verso di Lei e poggiando i gomiti sulle mie ginocchia.

“Vorrei prenderti la mano”, disse Lei. Poi dopo un po’ aggiunse: “Adesso tocca a te: dì qualcosa.”

Le diedi la mano e pensai un po’ a quello che dovevo dire. Mi sentivo emozionato come un bambino al primo giorno di scuola. Non riuscivo a controllare questo stato di imbarazzo e ansia e paura e attesa e voglia, tutto mischiato insieme in un’emozione completamente nuova. Al primo appuntamento con una ragazza non ero stato tanto emozionato come lo ero in quel momento.

“Voglio darti un bacio”, le dissi. Il cuore batteva così forte che avevo paura lo sentissero dalla strada. Mi abbassai verso di Lei e la baciai sulle labbra. Prima un bacio, poi un altro, poi un altro ancora, poi mi alzai dalla sedia le diedi un altro bacio e mi sedetti sul letto di fianco a Lei. Poi le passai la mano dietro la testa, la spinsi verso di me e stavolta la baciai sul serio.

Improvvisamente mi venne voglia di aprire gli occhi mentre la baciavo: volevo guardarla, volevo vedere com’era quando mi baciava. Aprii gli occhi e la guardai: Lei aveva gli occhi chiusi e la sua fronte era corrucciata, come se stesse cercando di concentrarsi. Sembrava che volesse esprimersi, non so come dirvelo: mentre mi baciava si stava esprimendo. Attraverso quel bacio mi stava passando sé stessa: eravamo già l’uno dentro l’altra, ancora prima di fare l’amore. Stavamo già facendo l’amore.

Le tolsi la mano dietro la testa e l’abbracciai stringendomela addosso come potevo. Ci sdraiammo lunghi distesi sul letto, Lei mi stava sopra, dove volevo stare io. Allora la presi di nuovo dietro la testa e la spostai di lato, facendola passare sotto senza mai staccarmi dalle sue labbra. Lei cominciò a muoversi sotto di me e io insieme a Lei. A quel punto avrei voluto letteralmente strappargli i vestiti. Stavo pensando di spogliarla, ma mi sembrava che avrei dovuto aspettare un’eternità, mi sembrava che se non le fossi entrato dentro nei prossimi cinque, sei secondi al massimo, sarei morto su quel letto.

Lei staccò le sue labbra dalle mie e le avvicinò al mio orecchio sinistro: “Ti voglio”, disse con un filo di voce. Scattai sul letto come un pupazzo a molla, le slacciai le scarpe e gliele tolsi. Poi le sfilai i pantaloni, le calze, gli slip, ma quanta roba s’era messa? Dalla fine del nostro bacio mi sembrava che fossero passati due giorni, sì e no erano passati trenta secondi in tutto. Mi tolsi le scarpe e mi sfilai i pantaloni, poi fui subito sopra di Lei, fui subito dentro di Lei. Non c’era tempo per i preliminari, che cos’erano i preliminari? Niente, ecco che cos’erano, tutto fu niente in quegli interminabili secondi che mi separavano dal suo corpo. Esisteva solo che dovevo stare dentro di Lei, tutto il resto dell’universo era stato inghiottito nel nulla, tutto insieme e tutto in una volta.

Cominciai a guardarla negli occhi mentre facevamo l’amore, mi sentivo disperso in una dimensione completamente diversa da quella in cui vivevo di solito: era una dimensione liquida e solida allo stesso tempo, ero io che le scivolavo dentro, era Lei che accompagnava i suoi movimenti ai miei e li fondeva insieme in una cosa sola. Dopo un tempo senza tempo cominciò a scivolare di lato molto lentamente, come una barca portata dalla corrente. All’improvviso avvinghiò la sua gamba destra alla mia gamba sinistra e capii che voleva stare sopra di me. Ci scambiammo di posto e il mio braccio cominciò ad arrampicarsi nell’aria con la lentezza di un serpente che esca dalla cesta dell’incantatore. Non lo so che cosa volevo fare, tutto quello che so è che Lei lo sapeva. Incrociò il suo braccio al mio e cominciò a girarci intorno sfiorandolo da ogni parte con la mano. Sentivo i brividi arrivarmi dovunque, fin dentro le vene, fin dentro la testa, dentro i pensieri che sfumavano a uno a uno, chiamandomi sempre da più lontano fino a sparire del tutto.

La mia nuova dimensione acquistò improvvisamente una semplicità assoluta: io dentro di Lei, Lei sopra di me, non c’era nient’altro. Non c’era nessun mondo fuori da quella stanza, non c’era nessuna volontà e nessun pensiero residuo dentro di me. Era sparito tutto quanto, in tutto l’universo eravamo rimasti solo noi due che facevamo l’amore.

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