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Quando arrivammo in spiaggia il sole stava tramontando: il mare era calmo e spruzzato di ombre rosse. C’era ancora abbastanza luce però e quella fu una fortuna in un certo senso, perché avevo scelto un tratto di spiaggia completamente deserto. Non c’era nessuna casa intorno, non c’era gente sulla spiaggia e non c’erano macchine dove avevamo parcheggiato. L’unica luce era quella del sole che affogava lento all’orizzonte.

Scendemmo le scalette di legno che portavano dalla strada alla spiaggia e arrivammo fino alla riva. Lei guardava verso l’orizzonte senza dire una parola. Dio quant’era bella così.

L’abbracciai da dietro e la baciai sul collo. Lei prese le mie mani intorno alla sua vita e le strinse forte. Avrei voluto fermare quel momento per sempre, avrei voluto che qualcuno ci facesse una fotografia, avrei voluto essere la fotografia. Non c’era niente meglio di quello, non c’era un solo motivo al mondo per abbandonare quel momento, non uno. Avrei voluto nascere e morire su quella spiaggia, con tutta la vita concentrata in quell’unico momento.

“Ti piace qui?”, dissi alla fine.

“E me lo chiedi?”, disse Lei. Poi subito dopo aggiunse: “Perché con te è sempre tutto così perfetto?”.

Dalla sua bocca uscivano i miei pensieri, e non era la prima volta e neanche la seconda, e nemmeno l’ultima. Io pensavo le cose e Lei le diceva, succedeva di continuo. Eravamo più di due persone sulla stessa lunghezza d’onda, in certi momenti sembrava che fossimo un’unica persona tagliata in due.

“Non sono io, sei tu”, le dissi. Poi improvvisamente mi venne voglia di rotolarmi insieme a Lei sulla sabbia. Sapevo che questa cosa l’avrebbe fatta arrabbiare a morte, perché i capelli le si sarebbero riempiti di sabbia e Lei era molto gelosa dei suoi capelli. Ma l’idea che si sarebbe arrabbiata non mi fermò:

“Mi puoi reggere il cellulare in tasca?”, le chiesi. Non avevo tasche e la sabbia non va molto d’accordo con i telefoni cellulari.

“Sì, perché?”, mi chiese Lei.

“Perché potrebbe entrarci dentro la sabbia”, dissi io. Lei prese il mio telefono e lo mise nella tasca della giacca di pelle che portava. Io chiusi la tasca con la lampo.

“Addirittura!”, fece Lei. “Ma non c’è nemmeno vento, la sabbia non può entrarci”, disse.

“Aspetta a dirlo”, dissi io. Poi poggiai un piede dietro il suo e la tirai indietro fino a farla cadere insieme a me. Lei fece un urletto e disse qualcosa che non capii, doveva essere un vaffanculo o qualcosa del genere. Quando fummo tutti e due per terra l’abbracciai e cominciai a rotolare come uno scemo. Sentivo che parlava ma non capivo cosa stesse dicendo, c’era sabbia che volava dovunque: sugli occhi, nei capelli, sulla bocca, c’era sabbia dappertutto.

Quando mi fermai io stavo sotto e Lei sopra. La sua faccia era schiacciata contro la mia e mi sentivo la bocca piena di sabbia. Lei mi piantò le mani sul petto e fece per alzarsi, ma io la presi e le spinsi la testa verso la mia:

“Dammi un bacio”, le dissi.

UN BACIO?”, disse Lei sputacchiando sabbia ovunque. “Io adesso mi alzo e TI UCCIDO!”. La guardai e cominciai a ridere come un matto: era buffissima e bellissima, con i capelli tutti spettinati e pieni di sabbia e la faccia di una pantera che cerca solo il punto migliore per azzannarti. Si alzò in piedi: “Adesso sei contento?”, mi chiese.

“Insomma”, dissi io cercando di ridiventare serio.

“Non farti mai più venire in testa un’idea così cretina!”, disse Lei.

“Ma mica ti sei incazzata davvero?”

“Noooo, e perché mi dovevo incazzare davvero?”, disse. “Guarda che casino, vorrei solo sapere adesso come facciamo!”.

“Come facciamo a fare cosa?”, dissi.

“Guarda, per piacere!, lasciamo stare. Lasciamo stare che è meglio”. Era proprio incazzata di brutto. Allora mi buttai in ginocchio sulla sabbia davanti a Lei:

“Oddio, ti prego”, dissi. “Ti prego Mia Signora, perdona questo umile servo che pensava solo di fare del bene.”

“Alzati, non fare lo scemo”.

“Oh no, NO! L’intenzione dell’umile servo non è di alzarsi, no! L’umile servo ha tutta l’intenzione di ributtare la padrona nella sabbia fino ad ottenere il perdono.”

“Alzati, non riprovare a buttarmi ancora nella sabbia, non ci provare nemmeno.”

“Il servo vuole vedere cosa succede se ributta la padrona nella sabbia, è un umile servo taaaanto curioso!”

“Non ci provare, non sto scherzando. Se mi ributti nella sabbia mi arrabbio sul serio!”

SUL SERIO?”, dissi io. “Accorrete gente, ACCORRETE!”, urlai alla spiaggia deserta. “Adesso l’umile servo ributterà la padrona nella sabbia, e allora lei si arrabbierà SUL SERIO!”.

“Io me ne vado, ti aspetto in macchina”, disse Lei. Si girò per andarsene, ma io la placcai alle gambe da dietro: niente da fare, doveva tornare nella sabbia con me. Rotolammo un altro po’, stavolta in direzione della riva. Quando cominciai a vedere la sabbia bagnata mi fermai: avevo una mezza idea che se le avessi fatto bagnare i capelli mi avrebbe ucciso davvero.

“Hai finito?”, chiese lei quando mi fermai.

“Zì badrona”, dissi io. Poi vidi che aveva la gomma da masticare in bocca: “Mi dai la tua gomma?”, le chiesi rialzandomi.

“E’ piena di sabbia”, disse Lei tirandola fuori dalla bocca.

“Non importa, nel posto dove sto per spedirla ce n’è ancora di più”. Presi la sua gomma e ne feci un tutt’uno con quella che stavo masticando io. Poi gettai le due gomme unite nel mare che avevo di fronte. Le tirai più lontano che potevo e aspettai di vedere il punto in cui sarebbero cadute nell’acqua. “Ecco fatto”, dissi alla fine.

“Ti amo”, disse lei abbracciandomi. La strinsi forte mentre guardavo il mare: sulla linea rossa dell’orizzonte il sole stava perdendo la battaglia per la sopravvivenza, come tutte le sere. Il mare l’aveva inghiottito quasi completamente, erano rimasti solo pochi raggi di luce in lontananza, come l’ultimo colpo di braccia di un uomo che sta annegando.

“Andiamo a mangiare”, le dissi nell’orecchio. “Dai, ti porto a cavallo fino alla macchina.”

“A cavallo? E perché?”, mi chiese Lei.

“Non vorrei che ti sporcassi di sabbia”, le dissi prendendola in braccio. Lei mi diede un cazzotto sulla spalla e mi mandò affanculo: “Di cuore”, disse.

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