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Il giorno dopo il ritrovamento della mia Grande Paura lavorai come un matto. Mi alzai prima delle sette e cominciai la corsa di quel giorno. La buona notizia era che mi andava di correre e pensai che dipendesse dai grandi progressi che facevo con il mosaico. In parte dipendeva da quello, ma c’era anche un’altra cosa. Il fatto di analizzare i pezzi che trovavo con una freddezza tutta nuova rispetto al principio, allontanava dai miei pensieri la preoccupazione di perdere contatto con il mondo esterno. La costante del primo periodo di lavoro al mosaico era costituita dal fatto che o mi chiudevo nella cella e lavoravo alla risoluzione e l’incastro dei pezzi, oppure uscivo da lì dentro e cercavo di ricrearmi una specie di vita sociale o qualcosa che ci andasse vicino. Adesso invece riuscivo a conciliare le due cose e – udite udite – la notte riuscivo a dormire. Quando la notte non dormi sei rovinato. Aver ritrovato un certo rapporto con il sonno mi dava un’energia completamente nuova e avevo tutta l’intenzione di usarla.

Quel giorno lavorai dodici ore di fila senza fermarmi mai. Visitai tre clienti diversi, ognuno a una settantina di chilometri di distanza dall’altro. A fine giornata avevo percorso circa trecento chilometri e guidare era stata la parte meno faticosa del lavoro. Quando tornai a casa ero distrutto.

Diedi un paio di morsi alla pizza che avevo comprato e mi buttai sul letto. Guardai fuori dalla finestra: la luna era vicina e illuminava la strada a giorno. In certe giornate invernali cupe e pesanti di pioggia, quando le nuvole ti si abbassano sopra come una minaccia, alle quattro del pomeriggio c’era meno luce di quella sera. Dalla finestra entrava un fascio di luce bianca che inquadrava il mio letto come un gigantesco occhio di bue appeso al cielo.

La luna parla?, pensai. Eccome se parla, dice un sacco di cose: non devi fare altro che fissarla dalla finestra della tua camera da letto e lei ti dirà tutto quello che vuoi sapere.

Quella sera niente fucile, entrai nella riserva da naturalista: quella che avevo davanti non era una battuta di caccia, era un’escursione. Il tassello l’avevo trovato molto tempo prima e me lo rigiravo tra le mani aspettando il momento giusto per piazzarlo al suo posto. Vi ho già parlato del pezzo chiamato I Ricordi e vi ho detto che in realtà era composto da due parti: c’erano i ricordi che riguardavano me e quelli che riguardavano Lei. Vi ho anche detto che questi ricordi erano sistemati in due stanze diverse dentro di me. Finora avevo guardato nella mia stanza, dove c’erano i ricordi di quello che avevo fatto io. In questi ricordi Lei entrava in scena solitamente come soggetto passivo, che agiva per conseguenza diretta o indiretta delle mie azioni. Per aprire la sua stanza, quella dove c’erano i ricordi di quello che aveva fatto Lei e dove solitamente agiva da soggetto attivo, impiegai due anni e qualche mese. Fino ad allora da lì dentro avevo pescato solo qualche ricordo generico e a dirla tutta non li avevo nemmeno cercati, mi ero limitato a guardare passivamente i ricordi che di loro iniziativa avevano cercato me. Per entrare in quella stanza e mettersi a rovistare c’era bisogno di molto coraggio: Chi tocca questi fili muore, era la prima riga del motto inciso sulla porta d’ingresso chiusa a chiave nel mio cervello.

Sei avvisato, diceva subito sotto.

Guardai la luna e tornai col pensiero a un pomeriggio lontano più di due anni dal punto in cui mi trovavo quella sera. Lei era libera quel pomeriggio e mi aveva chiesto se poteva venire con me mentre lavoravo. Le avevo detto che sarei andato verso la zona del mare e lei adorava il mare. Era una bella giornata di aprile, il sole cominciava a fare sul serio e anche noi. Stavamo insieme da qualche mese ed eravamo nel nostro momento migliore.

“Guidi a tempo di musica”, disse Lei mentre ascoltavamo la radio in macchina. Non ho mai capito che cosa volesse dire, ma mi sembrò un complimento bellissimo.

“No no, è la musica che cerca di starmi dietro mentre guido”, scherzai io. Lei sorrise e seguì una mezz’ora di silenzio in cui nessuno dei due sembrava stare in macchina con l’altro. Io sembravo concentrato sulla guida, ma stavo pensando a tutt’altro. Conoscevo quella strada a memoria e su strade del genere spesso mi capita di inserire una specie di pilota automatico. La guida diventa una cosa del tutto indipendente rispetto ai pensieri: le mani sanno cosa devono fare, i piedi anche e in caso di emergenza diventa un problema dell’istinto entrare in azione. Il cervello resta del tutto libero e i pensieri possono andare dove vogliono: la macchina è uno dei posti migliori per pensare.

Quel pomeriggio non avevo bisogno di andare molto lontano per trovare quello a cui volevo pensare: stavo pensando a noi due, a quanto mi piaceva passare il tempo con Lei e fare le cose insieme. Pensavo al fatto che guidavo a tempo di musica. Stavo pensando che non ero mai stato così bene con qualcuno prima di allora.

“Che pensi?”, chiese Lei dopo un po’. La risposta a questa domanda era una faccenda molto più complessa di quello che potrebbe sembrare. Scoprirsi troppo in amore può essere una pessima idea. Ho sempre cercato di seguire regole molto rigide nei miei rapporti sentimentali. Il controllo della situazione è sempre stata una regola inderogabile per me: ho sempre voluto sapere cosa stavo facendo nel momento in cui lo stavo facendo. Ma il punto è che potete darvi tutte le regole che volete: quando la ruota dell’amore si mette in moto vi saltano gli schemi e quello che fino a poco prima sembrava di importanza vitale, diventa improvvisamente privo di significato. Quando tutto l’universo per voi comincia a girare intorno a un’unica persona, il controllo della situazione è un problema che appartiene al passato remoto. La situazione è già fuori controllo. E per la precisione è fuori controllo da un pezzo.

“Pensavo a te”, le dissi. “Pensavo a quanto mi piace fare le cose insieme. Penso che ti amo troppo”. Glielo dovevo dire, non avevo scampo.

“Che significa che mi ami troppo?”, chiese Lei sorridendo.

“Non lo so, ti amo troppo”. Le presi la mano e cambiai improvvisamente discorso: “Siamo quasi arrivati, ti starai rompendo le palle a morte, è quasi un’ora che stiamo in macchina”, dissi.

“Ma scherzi? Io adoro viaggiare in macchina”. Mi strinse la mano, sentivo la sua energia passarmi dentro come un flusso di corrente.

“Quando arriviamo avrò da fare per un’oretta, ti lascio in un centro commerciale che sta di strada e poi vengo a riprenderti”, le dissi.

“Sì. Quando hai finito andiamo sulla spiaggia?”, mi chiese.

“Quando ho finito andiamo sulla spiaggia”, le dissi io. “Ti amo”, dissi subito dopo, e le baciai la mano.

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