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Ero soddisfatto di quello che stava venendo fuori dal mio puzzle. Avevo fatto molti passi avanti quella mattina. Adesso cominciavo a vedere qualcosa. Avevo costruito i contorni, e un pezzo dopo l’altro, passo passo mi avvicinavo verso il centro del mosaico. Avevo appena incastrato un pezzo importante, questo lo sentivo. Ma c’era qualcosa che non andava, l’incastro non era perfetto.

Guardai la sveglia e vidi che erano le 8. Era tardi, dovevo alzarmi, radermi e vestirmi. Dovevo cominciare a correre.

In ufficio per tutta la mattina non riuscii a pensare ad altro che al mio nuovo incastro. Avevo trovato delle risposte, erano risposte importanti, il lavoro procedeva bene. E allora che cosa c’era che non andava? Perché mi sembrava di aver trascurato qualcosa in quello che avevo appena analizzato?

Stavo inserendo una pratica nel Sistema, e il programma continuava a darmi errore. Era un leasing per l’acquisto di una vettura, il cliente era un commercialista e io stavo caricando i dati della dichiarazione dei redditi. Il Sistema mi stava dicendo che c’era un’anomalia nel controllo finale, avevo sbagliato qualcosa nell’inserimento, ma era la terza volta che caricavo tutto da capo e alla fine mi arresi. Chiesi aiuto a Giusy:

“Non dirmi che c’è qualcosa che io so e che tu non sai”, disse lei. E’ una che non ti fa mai pesare niente quando chiedi aiuto, come no.

“Questo coso mi sta facendo incazzare seriamente, non capisco che cazzo vuole”, dissi io.

“Devi trattarli con dolcezza i computer e loro ti risponderanno con educazione”, questa era una cosa che le dicevo sempre io e me la stava sbattendo in faccia proprio nel momento giusto.

“Va bene, non so che cosa fare, mi vuoi aiutare o no?”, dissi. Non ero molto in vena di scherzi.

“L’hai già reinserita la pratica?”, chiese lei.

“Sì, tre volte”, risposi tra i denti. “Stavolta l’ho lasciata come sta, voglio proprio vedere se tu riesci a capire dove avrei sbagliato secondo lui”.

“Non avresti sbagliato, hai sbagliato: i Sistemi non sbagliano, sono gli uomini che sbagliano ad usarli”. Anche questa era mia, era in vena di citazioni Giusy quella mattina.

Si sedette al mio posto, smanettò nel programma per una decina di minuti, poi mi guardò come ti guarderebbe un giocatore di una mano di poker che sta per calare una scala reale:

“Guarda qua”, disse indicando il riquadro all’interno del monitor che conteneva il reddito del cliente.

“E allora?”, dissi io impaziente.

“E allora guarda qua”, stavolta indicò la dichiarazione dei redditi del cliente alla voce Reddito imponibile: le cifre erano identiche, ecco dove stava l’errore. Il reddito nel Sistema andava inserito depurandolo dei versamenti delle tasse, quindi non poteva coincidere con il reddito imponibile. Mi sentivo un perfetto idiota, non sapevo che dire.

“E’ incredibile, non capisco come ho fatto a fare una cazzata del genere”, dissi alla fine.

“Il diavolo si nasconde nei dettagli”, disse lei. “E se mentre fai una cosa ne pensi un’altra, si nasconde ancora meglio”. Mi conosceva come le sue tasche.

Quando tornai a casa quella sera non cenai e nemmeno mi feci la doccia, niente. Mi spogliai, seminai i panni per tutta casa, misi un cd dei Pink Floyd nel lettore e mi buttai sul letto. Dovevo capire che cosa avevo trascurato la notte precedente: il diavolo si nasconde nei dettagli.

Verso mezzanotte imboccai la strada giusta all’interno dei mille sentieri che stavo percorrendo nella mia testa. L’indicazione all’ingresso della strada diceva: La Paura.

La paura, ecco che cos’era. La notte precedente ero saltato alla conclusione di quell’analisi trascurando un pezzo fondamentale che avevo riesumato insieme al pezzo principale. Allora feci qualche passo indietro, cercando di incastrare questo nuovo pezzo. Si avvicinava più verso la cornice che non verso il centro, ma per vedere la figura intera c’è bisogno anche del contorno. E nella mia ricostruzione il contorno era una parte fondamentale, perché era da lì che ero partito.

Appena trovato il dettaglio mi venne fame. Presi un pacchetto di patatine in cucina e tornai in camera da letto. Cambiai cd nel lettore, come un cacciatore cambierebbe tipo di fucile e cartucce a seconda della taglia dell’animale che deve cacciare. Avevamo un animale di taglia grossa qui, diciamo un cinghiale selvatico. Misi su l’Unplugged di Paul McCartney, che per me equivaleva più o meno a imbracciare un fucile a pallettoni. Poggiai il cuscino allo schienale del letto, aprii il sacchetto di patatine e mi sedetti a gambe incrociate sul letto poggiando la schiena al cuscino. Nella mia testa squillò il telefono che avevo sul comodino, il telefono di casa mia. Nella mia testa non era mezzanotte e un quarto e non ero seduto sul mio letto mentre mangiavo patatine. Nella mia testa era l’una e mezza, stavo dormendo e Paul McCartney era sparito insieme a tutto quanto il resto. Nella mia testa mi svegliai di soprassalto e alzai la cornetta del telefono intontito dal sonno, senza capire bene che cosa stesse succedendo. Ero di nuovo tornato indietro di un paio di anni e una manciata di mesi.

“Ti amo”, esordì la voce dall’altra parte del telefono. Era Lei.

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