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Intanto era estate. Non c’è nessun periodo dell’anno che aspetto così tanto come l’estate. Vivo solo col sole, al freddo sono una batteria scarica. Ma come potete facilmente immaginare, per il sole di quella estate trasmettermi energia non fu una faccenda tanto semplice. Se la nostra storia non fosse finita, quell’anno saremmo andati in Spagna, avevamo già programmato tutto. Ma la Spagna non ci vide, né quell’anno né dopo. Andai in Sicilia invece, con un amico. Per tutto il tempo della vacanza non vedevo l’ora di tornarmene a casa. Naturalmente la compagnia non c’entrava niente e nemmeno la Sicilia, che ancora oggi non so dire se mi sia piaciuta o no. Molto semplicemente non avevo tempo di pensare a quello che vedevo intorno, stavo ricostruendo il puzzle e quello era un lavoro a tempo pieno.

Dopo due settimane finalmente tornai a casa. Dovevo vedermi con una tipa che avevo conosciuto da poco e appena tornato la chiamai. Lei era libera e decidemmo di uscire. Ancora prima di uscirci, stavo già cercando la scusa per mollarla. Se avessi potuto mi sarei chiuso in una caverna con un letto e una provvista per due anni, tutto quello di cui avevo bisogno era il mio puzzle da ricostruire. E quello me lo portavo dentro e mi seguiva ovunque, quindi sarebbe venuto anche nella mia caverna, dove avremmo potuto lavorare senza distrazioni. Ma non ci fu nessuna caverna in cui ricostruire puzzle, ci fu invece un appuntamento con questa sconosciuta.

La sconosciuta era discretamente brutta, orribilmente banale e molto comunista. Mi raccontò del suo meraviglioso viaggio a Cuba, la patria dei suoi sogni, una vera e propria terra promessa. Mi raccontò di Fidel Castro, il suo uomo politico ideale. Mi raccontò che con cinque dollari potevi mangiare aragoste appena pescate e cucinate davanti ai tuoi occhi dalla moglie del pescatore.

Quando disse delle aragoste fu uno dei pochissimi momenti in cui mi infilai nella conversazione per dire qualcosa: “E’ illegale”, dissi. “Lo sai che rischiano qualche anno di galera a venderle ai turisti? L’aragosta è monopolio di stato a Cuba.”

Embé?”, disse lei. Prese il mio pacchetto di sigarette che stava sul tavolino e me lo sventolò sotto il naso: “Qui le sigarette sono monopolio di stato, almeno le aragoste non ti ammazzano”.

A questo non seppi rispondere, così andò avanti a raccontarmi di tutte le cose meravigliose che aveva visto a Cuba. Mentre lei parlava, la mia mente lavorava.

L’unica cosa positiva di quella serata fu la scelta del ristorante: eravamo in una terrazza di legno sopra la spiaggia, con il tavolo praticamente affacciato sul mare. Era una serata molto calda, cielo stellato, candela accesa al centro del tavolo e una luna specchiata su un mare completamente piatto. Mi ricordo che mangiai l’impepata di cozze più buona di tutta la mia vita. Mancava solo una bacchetta magica che facesse sparire l’intrusa che avevo portato con me e sarebbe stata una serata perfetta.

Bevemmo un sacco di vino e alla fine della cena eravamo ciucchi come due scaricatori di porto. In quelle condizioni sarei anche riuscito ad arrivare fino in fondo se fosse stato necessario. Se non fosse intervenuto un miracolo a salvarmi, mi sentivo pronto a fare sesso con lei.

Dopo meno di un’ora arrivò il miracolo. Ci eravamo trasferiti sulla spiaggia, lei si stava strofinando come se volesse bucarmi i vestiti o qualcosa del genere. La mia mano non stava a guardare e dopo un lavoro molto attento era arrivata quasi in area di rigore:

“Aspetta un momento”, disse lei all’improvviso. Portava uno di quei vestiti lunghi estivi, quelli senza inizio e senza fine che te li infili dalla testa come un sacco e ti arrivano fino sotto le ginocchia. Si alzò il vestito e si avviò verso l’acqua. Non avevo idea di cosa volesse fare e sarebbe stato molto meglio se non l’avesse fatto. Arrivata con l’acqua all’altezza delle ginocchia, si infilò una mano nelle mutandine, armeggiò pochi secondi ed estrasse una cartuccia lunga cinque centimetri che una volta era stata bianca. Poi, come se niente fosse, si girò verso di me e buttò il tampax nell’acqua.

Una fitta di rabbia mi penetrò nel cervello e mi attraversò con una lunga scossa fino alla punta dei piedi. Quel tampax buttato in quel mare illuminato dalla luna, davanti a una spiaggia deserta sotto un cielo come quello mi sembrò peggio di uno sfregio: mi sembrò un vero e proprio stupro. Lei uscì dall’acqua e io non sapevo più che cosa dire: a quel punto mi era passata pure la sbronza.

“Andiamocene”, le dissi appena uscì dall’acqua.

“Come andiamocene?”, disse lei. Mi guardava come se le avessi appena rivelato di venire dal quadrante Sigma Ori nella nebulosa di Orione.

“Sì andiamocene, mi sta venendo da vomitare, ho bevuto troppo vino”, le dissi. Poi mi girai senza aspettare nessuna risposta e mi incamminai verso la macchina. Non vedevo l’ora di arrivarci.

Durante il viaggio di ritorno mi venne un’idea:

“Alle ultime elezioni non sapevo chi votare. Alla fine ho votato Previti”, le dissi di punto in bianco.

A quelle parole si voltò verso di me come un serpente a sonagli pestato sulla coda:

Tu hai votato chi?”, disse sgranandomi gli occhi addosso.

“Previti, non sapevo chi votare, alla fine ho messo una croce lì”, le risposi con aria distratta. Credo che se avesse avuto una pistola mi avrebbe sparato. Non era vero che avevo votato Previti, ma sul momento non mi venne idea migliore per cancellarla dalla mia vita prima ancora che ci mettesse piede. E vi dico di più: credo che non esistesse proprio un’idea migliore di quella per ottenere lo scopo. Appena arrivammo al parcheggio dove aveva lasciato la sua macchina, si fiondò letteralmente fuori dalla mia, aprendo lo sportello ancora prima che mi fermassi:

“Pensavo che fossi diverso”, disse sbattendo lo sportello. Credo che durante tutto il viaggio di ritorno non abbia pensato ad altro se non a cosa dire nel momento in cui fosse scesa dalla macchina: Pensavo che fossi diverso.

Se voleva colpirmi fece cilecca: ero fuori portata dal momento in cui quel tampax aveva toccato l’acqua. Se serve che ve lo dico, dopo quella sera non l’ho più vista né sentita.

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