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“Andiamo a mangiare cinese?”, dissi rompendo un silenzio che cominciava a diventare imbarazzante. Eravamo in macchina da una mezz’oretta direzione mare, obiettivo dichiarato cibo, obiettivo occulto perizoma.

“Se accosti un momento scendo e torno indietro a piedi”, disse lei poggiando la mano sulla maniglia dello sportello. Mi girai un attimo dalla sua parte e ci mettemmo a ridere tutti e due. Era simpatica, chi l’avrebbe detto di una vigilessa?

Finì che mangiammo nel tavolo d’angolo di una pizzeria piena di gente fino a scoppiare. Fu una fortuna capitare in un tavolo defilato, perché quella sera eravamo noi due a parlare come se non avessimo nessun altro intorno. Le chiesi della sua storia:

“Come mai è finita?”, le domandai. Quella fu una domanda abbastanza idiota, come tutte le domande fatte nei momenti sbagliati.

In tutta risposta ottenni un’alzatina di spalle e un leggero luccichio negli occhi, come se avessi stuzzicato lacrime appostate in attesa della domanda giusta. Una domanda come la mia, per esempio.

Strike one, mi disse la vocina.

Cambiai immediatamente argomento, chiedendole che cosa le sarebbe piaciuto fare dopo cena. Lei mi disse che odiava le discoteche, che Dio sia lodato. Disse che sul tardi saremmo potuti andare a bere qualcosa da qualche parte, ma subito dopo cena aveva una sola idea in testa, una e una sola: “Ti va di andare sulla spiaggia?”, mi chiese.

L’avrei baciata per quella domanda, mi dovete credere. Invece le risposi:

“Certo”, come se le stessi facendo un grande piacere. Non fu tanto la risposta, fu proprio il tono che mi venne fuori. Era il tono delle concessioni, un tono che non sopportavo nella voce di nessuno quando qualcuno lo propinava a me.

Strike two.

Al terzo sei fuori.

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