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“Pronto?”, rispose la voce al telefono dentro la mia testa.

Era Lei. Ero steso sul letto di casa, erano le sette del mattino e nel pensiero ero tornato indietro di due anni a quella telefonata. La notte avevo dormito malissimo e alle sei e trenta i miei occhi si spalancarono come due fari spenti nel buio della stanza. Mi girai nel letto un paio di volte cercando di riprendere sonno ma niente da fare. Allora mi alzai, feci un caffè, accesi una sigaretta e tornai nel letto.

Dovevo lavorare.

Pronto?

“Ciao sono io. Volevo dirti che ieri sera sono uscito con un’altra”. Le sparai quella cannonata nella cornetta e subito dopo le attaccai il telefono in faccia. Tre giorni prima avevamo litigato, volevo che la nostra storia finisse ma non riuscivo a lasciarla. Volevo che finisse perché i suoi modi mi stavano uccidendo. La mia vita e la mia morte erano nelle sue mani e questo era veramente troppo per me. Non avevo mai provato niente del genere per nessuno, la forza di quell’amore mi spaventava. Non potevo dipendere in quel modo da qualcun altro, doveva finire. Ma come? Come poteva finire se non riuscivo a lasciarla? Mi farò lasciare da Lei, pensai.

Lei aveva un modo tutto suo di vivere il rapporto. E io avevo un modo tutto mio. E quei due modi non riuscivano a incontrarsi: eravamo innamorati, ma non riuscivamo a incontrarci. Lei era chiusa, era chiusa come un’ostrica chiusa. Mi scriveva cose meravigliose, il meglio di tutte le cose che ogni persona innamorata sogna di sentirsi dire, di sentirsi dare. E poi non me le diceva, e poi non me le dava. Le scriveva e le chiudeva nel cassetto del suo comodino. Lo scoprii per caso una sera che litigammo ed eravamo a casa sua. Le dissi che la nostra storia non aveva senso, che Lei non mi dava niente e che volevo lasciarla. Allora Lei si alzò e cominciò a girare intorno al tavolo rotondo che c’era al centro della stanza. Girava come un leone in gabbia, senza dire niente. Le chiesi di fermarsi ma non lo fece. Continuò a girare, perché era fatta così: quando si arrabbiava, quando era spaventata, quando le situazioni cominciavano a prendere delle pieghe inaspettate e incontrollabili, si chiudeva in sé stessa e non diceva più niente.

Io ero seduto sul letto e la guardavo senza parlare, aspettando che dicesse qualcosa. Ma Lei non disse niente, girò intorno a quel tavolo per un’eternità. Alla fine mi alzai:

Io me ne vado, dissi. Allora Lei si fermò, andò verso il letto e aprì il cassetto del comodino:

Ecco! , disse. Prese una busta da lettere gonfia come le guance di un sassofonista alla terza ora di concerto, la prese e la buttò sul letto. Ecco quello che provo per te!, mi disse come rinfacciandomelo. Ogni sera, ogni sera! Ogni sera prima di andare a dormire ti scrivo qualcosa e ti dedico una poesia, ogni sera! Come fai a dire che non ti amo!

Guardai la busta sul letto e poi guardai Lei. L’avrei uccisa.

Tornai verso il letto senza dire niente e aprii la busta. Presi in mano il malloppo di lettere che c’era dentro, mi sedetti e cominciai a leggere dal primo foglio. Mi ci vollero due ore per leggere tutto. Lei stette tutto il tempo seduta in silenzio, con il braccio sul tavolo a reggersi la testa. Questo era il suo modo.

Volevo dirti che ieri sera sono uscito con un’altra. Poi attaccai il telefono.

Chiamò quasi subito:

“Volevo dirti che sei un gran maleducato”, disse appena alzai la cornetta per rispondere. Se l’era presa perché le avevo attaccato il telefono in faccia. L’avevo colpita. Bene.

“E tu sei una stronza”, risposi io.

“Che vuol dire che sei uscito con un’altra?”, disse Lei abbassando lievemente il tono della voce. Non urlava mai, in tutto il tempo che siamo stati insieme non ha urlato una sola volta, mai.

“E’ italiano no?”, dissi io. Avevo paura. Adesso che l’avevo fatto me la stavo facendo addosso dalla paura.

“E perché l’hai fatto?”, chiese Lei.

“Perché mi andava”, non era la risposta che avevo programmato, stava andando tutto a puttane. Mi sentivo come uno che butta un cerino in un rovo di spini per farlo bruciare e improvvisamente si rende conto che sta appiccando fuoco a tutta la foresta. Era troppo tardi per tornare indietro e avevo troppa paura per andare avanti.

“Ti andava? Sei uscito con una perché ti andava. E che avete fatto?”, chiese Lei come se si stesse informando per conto di un’amica.

“Che abbiamo fatto? Siamo usciti, siamo andati un po’ in giro e poi siamo andati a bere una birra”. Ecco il momento esatto in cui l’avevo tradita. Le stavo mentendo, non avevo avuto il coraggio di andare fino in fondo e le stavo dicendo una bugia, non era quello il piano. Il piano era che dovevo farmi lasciare. Il piano era che la sera prima sarei dovuto uscire con questa tipa, ci avrei fatto sesso, poi avrei chiamato Lei, le avrei detto che avevo fatto sesso con un’altra e Lei mi avrebbe lasciato. Il piano stava andando a puttane. Tutto stava andando a puttane: il piano, io, Lei, la nostra storia, la mia vita, il mio cervello, tutto.

“Siete andati a bere una birra, e poi?”, chiese Lei.

“E poi niente, cosa poi? Niente. L’ho riportata a casa, era tardi”. Non era vero niente, ormai stavo mentendo su tutta la linea, stavo improvvisando. La sera prima ero uscito con un mio amico che aveva sempre un’amica di qualche amica disposta a dartela per una cena e quattro cazzate dette in compagnia. Ed era andata proprio così: eravamo andati a cena al mare, poi eravamo andati in un locale a dire le quattro cazzate in compagnia. E poi eravamo andati a casa del mio amico e avevamo fatto il resto fino alle quattro di mattina. Poi ero tornato a casa, mi ero messo a letto senza riuscire a dormire e avevo pensato che il giorno dopo mi sarei fatto lasciare.

“Ieri sera sei uscito con un’altra e si è fatto tardi”, disse Lei. “E perché lo stai dicendo a me?”

“Perché volevo farti incazzare”, c’ero dentro fino al collo. Avrei dovuto fare i conti con me stesso per quello che stavo facendo, lo sapevo benissimo questo. Ma ormai non sarei più riuscito a dirle la verità, a quel punto avrei negato anche sotto tortura. L’avevo tradita e la mia coscienza me l’avrebbe fatta pagare cara, ma era sempre meglio che perdere Lei. O almeno così mi sembrò quella sera.

Quella telefonata si chiuse poco dopo senza arrivare a niente. Il giorno dopo la richiamai e la rassicurai ancora sul fatto che tra me e la tipa non era successo assolutamente niente.

“Guarda che se avete fatto qualcosa te lo taglio, – voce fuori campo di Lorena Bobbit”, disse Lei. Ci mettemmo a ridere e io mi sentii un verme. Stavo scoprendo cose di me che non mi piacevano per niente. Quella storia doveva finire, dentro di me sapevo che in un modo o in un altro doveva finire. Non riuscivo a lasciarla, dovevo fare in modo che mi lasciasse Lei. L’avrei esasperata in tutti i modi, finché non se ne fosse andata. Se ne doveva andare perché l’avevo tradita. Se ne doveva andare per quanto l’amavo.

Due mesi dopo ottenni quello che volevo. Adesso, due anni dopo, ero steso sul letto di casa mia cercando di trovare una soluzione a quello che avevo voluto.

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