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L’Abitudine è la più grande assassina di tutti i tempi. Spazia in tutti i campi, non si limita all’omicidio dei rapporti fra le persone, uccide anche i rapporti tra le persone e le cose, i ricordi, le passioni. Ero consapevole di questo fatto, e stavo aspettando. Stavo aspettando che la Grande Assassina lavorasse a mio favore: aspettavo che uccidesse il suo ricordo. Aspettavo di abituarmi all’idea che non l’avrei mai più avuta con me, perché il tempo guarisce tutte le ferite, giusto? Sbagliato.

Aspettavo di tornare quello di prima. Ma non succedeva niente di tutto questo e più il tempo passava, meno possibilità avevo di tornare indietro e ritrovare quello che ero. Il mio rapporto con il mondo e tutto quello che conteneva era radicalmente cambiato. Cambiato per sempre? Era esattamente quello che mi stavo chiedendo.

Ho sempre provato una grande diffidenza per i cambiamenti. Se fosse dipeso da me avrei voluto avere sedici anni per sempre. Non tanto per l’età in sé, quanto per il modo di rapportarmi a quello che avevo intorno. A sedici anni mi guardavo intorno e vedevo un gruppo di amici, oggi faccio la stessa cosa e vedo un branco di lupi. Credo che non siano loro ad essere cambiati, sono i miei sguardi. Il punto è che forse sono sempre stati lupi, ma preferivo pensare che fossero amici. In fondo la realtà è una questione meno assoluta di quanto sembra: dipende tutto da come la percepisco.

Ma se quello che ero non c’era più, allora chi ero io. Ero un altro? Sì ma un altro chi?

Ero cresciuto per la terza volta nella mia vita, ero al terzo salto nel buio. Il primo era avvenuto intorno ai dodici anni: avevo scoperto l’autoerotismo e con quello mi si stavano aprendo le porte del sesso e dell’adolescenza, con tutto quello che significava.

Il secondo salto lo feci mano nella mano con Rossella, intorno ai ventitré anni: ero diventato adulto e non c’era molto da stare allegri per il cambiamento. E adesso ero al terzo salto, ed ero solo come non lo ero mai stato in vita mia. Ero solo dentro. Me ne andavo sulla mia nave alla ricerca del Capitano e improvvisamente avevo capito che il Capitano era morto. E la nave era vuota.

Pensavo che se avessi rimesso a posto il mio puzzle avrei anche potuto ritrovare me stesso. Se avessi capito perché la mia storia era finita e fossi riuscito ad accettarlo, probabilmente sarei potuto tornare quello di prima. Avevo sbagliato molte cose, non avevo dubbi su questo. Ma si può sbagliare no? Cazzo sì che si può sbagliare, altroché. Passando attraverso l’analisi di quello che avevo sbagliato io e quello che aveva sbagliato Lei, sarei riuscito a trovare la soluzione di quel maledetto mosaico. Sarei riuscito a dare un nome ad ogni cosa, a sistemare tutti i pezzi al loro posto e alla fine sarei riuscito a capire cosa era andato così storto da provocare la fine di tutto.

Sarei riuscito a capire perché non sapevo amare. Tutto sommato se non fossi riuscito a ritornare quello che ero, avrei sempre potuto recuperare le mie cose migliori e trasferirle nel nuovo me stesso. Era quella l’Esperienza, no? Ma certo che era quella, tutto quello che dovevo fare era tornare nel Buco e riprendere il lavoro da dove l’avevo lasciato. In quel mosaico c’erano le risposte che stavo cercando, questo era il motivo per cui mi ero dato la pena di ricostruirlo un pezzo alla volta. Quel mosaico aveva le mie risposte, e perdio me le avrebbe date.

Ma c’era ancora un po’ di tempo prima di tornare dentro. Avevo voglia di fare sesso vero, sesso animale. Avevo bisogno di una lurida, chiamai Rossella.

Uscimmo, mangiammo la solita pizza, lei disse le solite cose, io feci le solite risate e dissi le solite stronzate e alla fine della serata finì nel solito modo. Quando tornai a casa la mia vocina mi stava aspettando.

Dobbiamo finire il lavoro, l’hai tradita

Era venuto il momento di tornare al lavoro, dopo mesi di latitanza stavo tornando dentro la mia cella. Il faro smise di pulsare, il puzzle smise di chiamare.

Ma non stasera, pensai. Stasera ho scopato e mi sento bene, non stasera. Domani. Domani penso a Lei, domani penso al Tradimento. Domani penso a quello che ero e che non sono più. Entrai nella cella, chiusi dall’interno e spensi la luce per mettermi a dormire.

La stagione di caccia era entrata nel vivo.

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