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Sabrina mi lasciò al telefono, che è un pessimo modo per lasciare qualcuno. Ne esiste uno buono?

Quando il telefono squillò erano quasi le otto di sera e io ero sotto la doccia. Non ho un buon rapporto con il telefono, non sono uno di quelli che quando squilla e non possono rispondere se la prendono comoda e continuano a fare quello che stanno facendo. A dirla tutta non so proprio come facciano a restare indifferenti mentre c’è qualcuno che li cerca: se qualcuno ti cerca è segno che deve dirti qualcosa, come fa a non interessarti chi ti sta cercando e cosa ti deve dire? Mistero.

Mi precipitai fuori dalla doccia cominciando a contare mentalmente gli squilli. Dopo aver allagato mezza casa cercando il maledetto telefono, il risultato fu che quando risposi quello dall’altra parte aveva appena attaccato. Andai a vedere nelle chiamate perse chi mi cercava, vidi che era Sabrina. Allora tornai verso il bagno, mi misi un asciugamano intorno alla vita, presi uno straccio e asciugai il corso d’acqua che partiva dal corridoio e finiva nella cucina dove ero andato a rispondere. Poi mi accesi una sigaretta e richiamai Sabrina:

“Sì?”, rispose lei come se non sapesse chi la stava chiamando.

“Ciao, sono io. Prima non sono riuscito a rispondere perché ero sotto la doccia”, le dissi.

“Ah sì?… Che fai?”, chiese lei con tono distaccato. Il che mi fece un po’ incazzare: come sarebbe a dire che faccio? La stavo chiamando dopo aver allagato mezza casa per rispondere alla sua telefonata, ecco che cosa stavo facendo.

“Ti sto telefonando perché mi avevi chiamato tu, prima di fare questo stavo facendo la doccia, te l’ho detto”.

“Sei nervoso?”, ribatté lei. Voleva litigare.

“Io no, e tu?”, accettai la sfida, ma quella volta era qualcosa di più di una sfida solo che io non lo sapevo ancora.

“Io nemmeno. Senti ti ho chiamato per parlare di noi due”, andò dritta al punto.

“Dimmi”, altra sigaretta.

“Senti io non so bene come dirtelo. Ho pensato molto alla nostra storia, non ci trovo molto senso, anche se stiamo insieme da poco. Non mi sento apprezzata, non mi sento amata, mi sembra che tutto succeda quasi per caso tra noi due, tranne il sesso. Non possiamo stare insieme così, non mi piace”. Era partita come un treno e non fermava in nessuna stazione.

Cercai di trovare il punto debole in quello che stava dicendo, è un meccanismo che scatta automaticamente quando qualcuno mi dice qualcosa che non mi piace.

“Va bene, parliamone, se non ti piace dimmi esattamente cosa c’è che non va”, le dissi.

“Te l’ho detto, non mi sento amata… non mi sento apprezzata… senti io ci ho pensato, non voglio più andare avanti”. Allora mi resi conto di quanto fosse grave la situazione.

“Mi stai lasciando?”, le chiesi brutalmente cercando di metterla in difficoltà.

“Non mi sento amata!”, scoppiò improvvisamente lei. “Non lo capisci? Come te lo devo dire? Tu non mi AMI!”, adesso era davvero arrabbiata.

“Come fai a dire una cosa del genere!”, risposi altrettanto incazzato. “Tu non sai quello che ho DENTRO! COME fai a dire una cosa del genere!!”

“Ma è proprio questo il punto! IO NON SO CHE COSA HAI DENTRO! Ti sembra NORMALE?”. Non sapevo più che cosa dire, aveva ragione lei, non era per niente normale.

“Va bene”, dissi allora in tono perentorio. “Mi vuoi lasciare? Lasciami, fai come ti pare. Non posso parlare con te se mi tieni una pistola puntata alla tempia, non si può parlare in questo modo. Hai chiamato con l’intenzione di lasciarmi, avevi già deciso, non ci posso fare niente se hai già deciso ancora prima di parlare con me. Lasciamo stare”. Era un bluff, non volevo che finisse. Ci stavo bene insieme e a modo mio le volevo bene. Era un modo strano e incomprensibile, ma le volevo bene.

“Senti, mi dispiace…”, disse lei quasi cominciando a piangere.

“Ti dispiace? Hai preso una decisione, portala fino in fondo senza dire stronzate. Lasciamo stare dai, salutiamoci che è meglio”. Certe volte sono un vero pezzo di merda.

Non c’era niente che potessi dire che le avrebbe fatto cambiare idea. Ma la cosa peggiore era che non c’era niente che mi sentissi di dire. Anche se non volevo che finisse, non avrei comunque fatto niente per evitarlo se questo era quello che voleva lei.

Sabrina ovviamente non sapeva niente di tutto quello che mi stava succedendo dentro da due anni a quella parte. Non sapeva niente di puzzle, prigioni, stanze e celle d’isolamento chiuse dall’interno. Ma a qualche livello in cui le anime di due persone vicine si parlano senza parlare, aveva sicuramente intuito che c’era qualcosa di serio che non andava. Questo tipo di intuizioni sbagliano raramente e lei fece bene a dare ascolto alla sua. Con tutto quello che dovevo ancora risolvere dentro di me, nella mia vita c’era posto per altre persone solo per passaggi molto brevi. Se non mi avesse lasciato lei, l’avrei fatto io. Non so quando ma l’avrei fatto, proprio come avevo fatto con Gea.

Dentro di me vivevo un conflitto devastante tra due parti in gioco con la stessa forza: c’era una parte che voleva restare sola, voleva chiudere il mondo fuori dalla porta di casa e non avere nessun altro intorno tranne la propria ombra, discreta e silenziosa. E c’era un’altra parte che avrebbe voluto tornare a essere quello che era prima. Avrebbe voluto ritrovare il piacere di farsi coinvolgere nelle cose e soprattutto avrebbe voluto ritrovare una donna con cui passare più di una settimana o un paio di mesi. C’era una paura strisciante che era partita dal fondo del pozzo nero che stagnava nella mia coscienza da quasi due anni e adesso aveva trovato forza e vigore per farsi avanti con tutta la sua violenza. Aveva cominciato muovendosi nel buio, la sentivo lontana non sapevo che cos’era ma sapevo che c’era. Niente più di una sensazione, che in quei due anni era cresciuta nutrendosi delle insicurezze generate dai miei pensieri e che adesso veniva fuori prepotentemente, spinta verso l’alto dal gesto di Sabrina: ero terrorizzato dall’idea che non avrei amato più nessuno in tutta la mia vita.

Sabrina mi piaceva, perché non l’amavo?, mi chiedevo. Nessuna risposta.

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