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Facemmo l’amore sotto il portico di un chiosco chiuso sulla spiaggia. Era la stessa spiaggia dove eravamo stati la prima sera che uscimmo insieme. Faceva un po’ freschetto, ma chi sentiva niente. Entrare dentro Tiziana fu come infilare un wurstel in una scodella di burro fuso. Facemmo l’amore in maniera abbastanza tradizionale, niente invenzioni speciali. Io stavo seduto su una sedia del chiosco, lei stava seduta sopra di me con la sua bocca sulla mia bocca, restammo in quel modo per tutto il tempo. Più che a un’immagine in movimento, somigliavamo a una fotografia. Eravamo statici. A guardarci sembravamo due persone similvive che stavano cercando di fare qualcosa. Che cosa nessuno avrebbe saputo dirlo. Non fu una scopata memorabile.

Il momento che proprio non sopporto è quando finisce tutto che devi ripulirti. Lo odio quel momento, non so che darei per farne a meno. Non so come potrei farne a meno, ma non so che darei per eliminarlo.

“Che hai?”, queste furono le parole con cui Tiziana spezzò quel silenzio speciale che si crea tra due persone che hanno appena finito di fare l’amore.

Non lo so che cosa avevo, ma qualunque cosa fosse non pensavo che fosse così evidente. Girai lo sguardo sulla spiaggia deserta e buia: Tu non sai amare, mi disse Rossella nella testa.

No Rossella, io non so amare, le (mi) risposi. Non ho la più pallida idea di dove si cominci e dove si finisca. Non ho idea di quando si finisca. Non so amare, non so dare, so solo prendere. E ne vuoi sapere una? Sono peggiorato di brutto.

“Non ti piaccio?”, mi chiese Tiziana cercando di interpretare il mio silenzio. Questa cosa mi spezzò il cuore di schianto, me lo ridusse a qualcosa con meno consistenza della sabbia che stavo guardando. Furono anche le parole, ma più di tutto fu il tono con cui lo disse. Mi aggredì una sensazione di impotenza, la gola mi diventò del diametro di una sigaretta schiacciata: qualunque parola cercasse di passarci attraverso rimaneva strozzata. A che serve parlare se non si possono comunicare le sensazioni? Che cos’altro c’è di così importante da dire se non puoi dire quelle?

“Tu mi piaci”, le dissi alla fine. In quel momento mi pentii di averla portata sulla spiaggia e di averci fatto l’amore. Mi dispiaceva per lei, perché sapevo che l’avrei lasciata. Mi dispiaceva che fosse appena uscita da una storia d’amore importante, e per colmo di sfortuna avesse incontrato uno come me. Uno che aveva in testa solo il suo lavoro

(Dobbiamo finirlo)

uno che l’avrebbe lasciata per andare a caccia di risposte. Uno che respirava, pensava e viveva nel suo passato ventiquattro ore al giorno, sette giorni la settimana. Uno senza presente.

Calò un silenzio imbarazzante, si sentiva che stavamo stuzzicando corde pericolose. Ma quando vedo che una conversazione prende una brutta piega, invece di cambiare strada mi ci butto a capofitto.

“Tu che cosa ti aspetti da me?”, le chiesi. Una volta me la fece una ragazza questa domanda. Avevo diciotto anni, eravamo appoggiati a una macchina e lei mi sparò questo cazzotto in faccia: Che ti aspetti da me?

Niente, le dissi io. Ma non fu una risposta, fu una reazione. Per istinto l’avrei mandata direttamente a fare in culo a una domanda del genere, e una parte di me dovette proprio frenarsi alla grande per non farlo. Ma tra me e l’istinto c’erano di mezzo gli ormoni. Arginarono la mia reazione come una diga ostruisce un fiume in piena: Cambia strada bello, da qui non passi. La verità era che qualcosa io me l’aspettavo da lei, indovinate che cos’era?

Tiziana invece non ebbe nessuna reazione istintiva alla mia domanda, ci pensò sopra un bel po’ prima di rispondere.

“Mi aspetto l’inizio di una storia”, disse alla fine. “Non mi interessa ancora sapere se durerà oppure no, ma non sono nemmeno una da una sera e via”. La schiettezza è stata sempre una delle cose che ho guardato con più ammirazione negli altri, quelle poche volte che l’ho trovata. E’ una specie di tesoro.

“Non avrai nessuna storia con me”, le dissi altrettanto sinceramente.

“Allora riportami a casa”.

Prima finite di parlare, mi disse improvvisamente la vocina. Stavo per alzarmi quando lo disse, perché quando qualcuno mi chiede di riportarlo a casa io lo riporto a casa.

“Prima finiamo di parlare”, dissi. Lei si era alzata in piedi davanti a me, io accavallai le gambe e mi accesi una sigaretta.

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