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I libri, gli autori dei libri, i personaggi dei libri. I film, gli autori dei film, gli sceneggiatori, i registi, qualche attore: questi sono i miei migliori amici di sempre. Gente che non fa domande, ti dà molto e non chiede niente in cambio, non ti fa nessuna predica e da te non si aspetta niente. Non pretendono di insegnarti qualcosa e se alla fine ti danno qualche morale della favola non ti chiedono mai se l’hai capita oppure no.

Nel periodo in cui uscivo con Tiziana stavo leggendo la saga dell’Ultimo Cavaliere, di Stephen King. Roland era uno dritto, c’è poco da fare. Uno che parlava a testa bassa, con il mezzo sigaro in bocca e la mano poggiata sul calcio di sandalo della pistola infilata nel cinturone. Un uomo che viveva in un altro Quando e un altro Dove, che parlava di onore e rispetto, di cose giuste e sbagliate. Un uomo con una missione, un ruolo, un senso, uno scopo. Roland il pistolero, l’ultimo cavaliere della sua stirpe, era un uomo che non esisteva. Eppure era vero. Roland era molto più vero di tanta gente che conosco.

Vi sto parlando di Roland perché se la mia vocina avesse avuto una voce, la sua voce sarebbe stata proprio quella di Roland. Una voce che anche quando vi rimprovera vi parla con calma, e anche quando vi parla con calma vi sta rimproverando. Una voce che vi inchioda con le spalle al muro ogni volta che dice qualcosa, perché vi dice cose che non vorreste mai sentirvi dire. La voce che nel processo contro me stesso rappresentava l’Accusa, l’avvocato di parte avversa, il mio peggior nemico: io. Probabilmente la mia vocina era la parte sopravvissuta di quello che ero stato prima del terzo salto.

Lei era una stronza, mi disse mentre aspettavo Tiziana di fronte al bar dove avevamo l’appuntamento.

Sacrilegio.

Non è possibile…, risposi a me stesso completamente spiazzato. Ero spiazzato da tutto: dal momento scelto per iniziare un contraddittorio come quello, dal concetto espresso, dalla sicurezza con cui era stato espresso, dalla violenza con cui realizzai quel pensiero dentro me stesso.

Era una stronza, continuò la vocina-Roland per niente impressionata, ma non una stronza qualsiasi, no: Lei era la Capostronza Universale.

Questo è proprio un momento del cazzo per un pensiero del genere. Lei ha avuto la sua parte di responsabilità, ma non mi sento di dire che fosse stronza, era soltanto presa…

Da sé stessa, era presa da sé stessa e basta: era talmente presa che se ne fregava di tutto. Se ne fregava di te, del tuo amore, di voi due, del vostro rapporto, delle tue aspettative, delle SUE aspettative: perché ti ha amato, forse anche solo per cinque minuti, ma ti ha amato. In quei cinque minuti Lei teneva a te nella stessa misura in cui tu tenevi a Lei, con la stessa intensità. Ma era talmente stronza che se n’è fregata anche di sé stessa. Era talmente stronza che era la Capostronza Universale.

Tiziana scese dalla macchina e mi salutò sorridendo. Il mio sguardo le passava attraverso: il mio sguardo attraversava lei, la macchina che le stava dietro, il lampione dietro la macchina, l’insegna del distributore di benzina dietro il lampione, i palazzi dietro l’insegna, tutto. Restai a guardarla come ipnotizzato e le feci un cenno con la testa per rispondere al saluto, poi prima che si avviasse verso la mia macchina cercai di riprendere il controllo della situazione.

Mi sono rotto il cazzo di tutti questi confronti, pensai.

Tu sei l’Imperatore dei tuoi pensieri. Sei la vittima e il carnefice, la preda e il cacciatore, il Re e l’ultimo servo di corte. Tu comandi, tu ubbidisci, tu decidi, disponi, fai e disfai. Sei l’unico vero artefice di tutto quello che ti succede dentro. Ficcatelo bene in testa, perché poche cose contano davvero come questa. Questo confronto non è un confronto: questo confronto sei tu. Questo è il tuo lavoro e dobbiamo finirlo, che ti piaccia o no.

Lo finiremo, ma non adesso. Adesso c’è Tiziana.

Dobbiamo finire il lavoro, disse la vocina. Poi non disse più niente.

Tiziana entrò nella macchina e io la baciai sulle labbra. Lei sgranò gli occhi un po’ spiazzata dal mio bacio. A dirla tutta ero spiazzato anch’io, ma feci finta di sapere quello che stavo facendo.

Sono proprio diventato qualcun altro, pensai avviando la macchina.

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