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La cosa più fastidiosa del mio regime di libertà provvisoria era la mancanza di un senso di appartenenza. Durante il periodo di permanenza nel Buco non potevo rendermene conto, perché il mio senso di estraneità a quello che mi succedeva intorno era totale. Tutto quello che succedeva per me era semplicemente indifferente. Il problema adesso era che nel momento in cui avrei voluto reintegrarmi, il mondo mi appariva come un perfetto sconosciuto. Era come se fossi appena sbarcato da una navicella aliena e i miei compagni mi avessero detto: Questo è il pianeta Terra, da oggi in poi sarà la tua casa, vai e cerca di ambientarti. Per aiutarti ti verrà fornita una nuova identità alla quale dovrai abituarti: questo è il nuovo Te Stesso, e questo è il tuo nuovo pianeta.

Non mi riconoscevo in niente. Non era solo quello che mi succedeva intorno, quello che facevano gli altri, era quello che facevo io. Molto spesso mi trovavo a pensare: Ma io faccio questo? E da quando?

Non riuscivo più a legarmi a niente e nessuno, non riuscivo più a provare una vera passione per niente e nessuna persona al mondo. Mi sentivo vuoto, era come se mi avessero portato via qualcosa per non restituirmela mai più. Un pezzo fondamentale, qualcosa di veramente importante per interagire con il mondo. Non avevo idea di quale pezzo potesse trattarsi, tutto quello che sapevo era che non stava più al suo posto. Qualunque pezzo fosse e dovunque fosse non era più dentro di me.

Sabrina mi piaceva, anche se era strana a modo suo e dopo qualche mese che ci stavamo frequentando cominciai a rendermene conto a mie spese. Mi piaceva, ma sapete che vi dico? Vi dico che se fosse sparita nel nulla in un giorno qualunque e senza nessun preavviso o motivo di alcun genere, tutto quello che avrei fatto sarebbe stato cancellare il suo numero dalla memoria del mio telefonino, punto e basta.

Il mio cuore era precipitato a livello di sussistenza: lui pompava il sangue nelle vene alla giusta pressione per farlo arrivare al cervello, fine. La mia passione, i miei sentimenti, il mio trasporto per quello che vedevo intorno, le mie aspettative con tutte le mie speranze e le ambizioni erano andati completamente a puttane. Non c’era più niente da salvare, era tutto sparito. Al posto dei miei sentimenti era rimasto uno spazio vuoto, visibile da qualunque punto di osservazione guardassi dentro me stesso. Era come affacciarsi alla bocca di un pozzo cercando di vederne il fondo: tutto quello che avevo davanti era un posto profondo, vuoto e completamente buio.

Ma Sabrina scopava da dio. A letto faceva letteralmente i numeri, mi mandava al manicomio. Credo che questo fosse il motivo per cui non la lasciai subito: lasciare una ragazza capace di fare quello che faceva lei era completamente fuori discussione. Il problema fu che dopo un mese che ci stavamo frequentando senza mai litigare, lei fece Il Domandone:

“Ha un senso la nostra storia?”, mi chiese dentro l’ascensore mentre salivamo verso casa.

“Certo che ha un senso, perché me lo chiedi?”, dissi io cercando di assumere l’aria di quello che c’era rimasto male alla domanda. Lei non si fece impressionare per niente:

“Perché ci penso da un paio di giorni e non lo so, è come se tu fossi sempre distaccato, è come se stessimo insieme solo per fare sesso.” Ecco una ragazza che aveva fatto centro al primo colpo, ma non c’era nessuna bambolina in palio per un centro del genere. Quel discorso poteva portare in tanti posti nessuno dei quali avrebbe rappresentato un premio.

“Pensi che io stia con te solo per fare sesso? Vuoi dire questo?”, dissi mentre aprivo la porta di casa.

“No…”, la sua sicurezza stava vacillando e questo era buono, perché mi stava venendo duro, come succedeva ogni volta che entravo dentro casa con lei.

“Non devi pensare cose del genere”, le dissi spingendola verso la camera da letto. “E’ un mese che stiamo insieme e non abbiamo mai litigato, stiamo benissimo insieme. Vediamo di non infilarci dentro pippe mentali senza capo né coda. In un mese non si può capire tutto e non si può avere la sicurezza su tutto”, parlavo fermo davanti a lei al centro del corridoio, a metà tra la cucina e la stanza da letto. “Questi discorsi si avvitano su sé stessi e possono rovinare tutto in un attimo. Voglio fare l’amore con te”, le dissi baciandola.

E sembrerà strano ma quella sera era davvero così, non volevo fare solo sesso. In quel preciso istante, proprio mentre la stavo baciando al centro del mio corridoio, dritto davanti a lei con una mezza verità nell’aria e una mezza bugia in tasca, volevo davvero fare l’amore con lei. Mi sentivo perso e a tratti impaurito, nonostante la mia ostentata sicurezza. Volevo ritrovare la strada per i miei sentimenti, volevo riempire quel pozzo vuoto, profondo e buio. Volevo amarla, in quel momento volevo amarla con tutto me stesso, con tutto quello che era rimasto voglio dire. Ma non si sceglie di amare, così come non si sceglie di smettere di amare. Mi resi conto che sarei dovuto tornare nel Buco per quello, avrei dovuto sistemare tutti i pezzi e finire il mio puzzle prima di essere nuovamente pronto ad amare chiunque. Lo sentivo, era dentro di me, nell’aria che respiravo, nelle parole che dicevo, in quelle che non dicevo, era dovunque. Era il faro che pulsava, il mio lavoro lasciato a metà, non ancora finito ma mai dimenticato.

Spinsi Sabrina dentro la camera da letto e accesi la luce mentre continuavo a baciarla – Mi piace farlo con la luce accesa, disse lei la prima volta che la portai a casa provocandomi un’erezione immediata -. La buttai sul letto senza mai staccare la mia bocca dalla sua.

Dobbiamo finire il lavoro, disse la voce nella mia testa mentre le infilavo la mano nelle mutandine.

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