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Passai l’estate successiva con Lara, fino a settembre. Eravamo io e Lara Croft, dovevamo ammazzare un sacco di cattivi in giro per il mondo e passai l’estate in quel modo. Lara era stata un regalo di Gea, una delle cose buone che aveva lasciato nella mia vita. A pensarci oggi, Gea mi lasciò solo cose buone: un bel ricordo, la passione per Tomb Raider, delle buone ricette e qualche altra cosa.

Lara Croft era la mia donna ideale: non parlava mai, non chiedeva niente, non si aspettava niente, non pretendeva che tu le dicessi in continuazione quanto la amavi e quanto era bella, non ti chiedeva nemmeno di essere fedele, niente. Lei era lì, sempre pronta quando la volevi, non faceva altro che aspettarti nel punto in cui l’avevi lasciata. Lara mi portava via dai miei pensieri, mi prendeva per mano e mi trasportava in un mondo che non c’è, un mondo in cui avevi sempre un’altra possibilità se sbagliavi qualcosa. Lara si prese cura delle mie notti, non mi chiedeva niente e mi dava tantissimo.

A settembre mi resi conto di essermi allontanato dal Buco. Non sapevo dire quanto fossi lontano, ma ero uscito e stavo respirando aria nuova. Il puzzle era rimasto nella mia cella d’isolamento, era incompleto e ogni tanto mi chiamava. Una voce lontana nella memoria, latente. Una specie di sottofondo continuo a qualunque altro pensiero. Non diceva niente in particolare, non chiedeva di essere finito, non mi rinfacciava di averlo lasciato incompleto e non mi metteva nessuna fretta. Si limitava ad emettere un fascio di luce a intermittenza, come quella di un faro.

Sono qui e ti sto aspettando: dobbiamo finire il lavoro, dobbiamo scavare e pensare, dobbiamo frugare. Dobbiamo spolverare i pezzi col pennellino, li dobbiamo elaborare, catalogare, sistemare. Fai con comodo, goditi la libertà provvisoria, quando torni mi trovi qui ad aspettarti. Perché torni, lo so che torni. Dobbiamo finire il lavoro.

Alla fine di dicembre un mio amico fece un incidente con la macchina. Lo ricoverarono in un ospedale di un paese da queste parti. Niente di grave, ma doveva stare ingessato e con la gamba in trazione per un certo periodo di tempo. La seconda volta che andai a trovarlo c’era un’infermiera molto carina che si prendeva cura di lui. Mettete un camice bianco addosso a una donna carina e quello non sarà più un semplice camice bianco, diventerà un mantello sopra un sogno sessuale. Il sogno sessuale sotto il mantello si chiamava Sabrina.

Le visite al mio amico si intensificarono a dismisura dopo aver conosciuto Sabrina. Il giorno che lo dimisero andai a prenderlo e lui mi disse che Sabrina gli aveva chiesto di me. Non doveva dirmi altro: si stava alzando dal letto appoggiandosi alla mia spalla e appena disse questa cosa mi dimenticai che aveva una gamba rotta e mi precipitai nel corridoio sperando di trovarla. Lui ricadde pesantemente sul letto bestemmiando, io a malapena riuscii a sentirlo dal posto in cui mi trovavo con la testa.

Trovai Sabrina due stanze più in là, aspettai che finisse quello che stava facendo e quando uscì dalla stanza le dissi che siccome stavo portando via il mio amico e non saremmo più tornati, forse era il caso di scambiarci i numeri di telefono:

“Non si sa mai”, dissi. Non mi chiedete che cosa significa perché non lo so. Ci scambiammo i numeri e lei mi disse di chiamarla qualche volta se mi andava. Altroché se mi andava.

Adesso farò passare un tempo esagerato prima di chiamarla, pensai, tanto per non farle venire l’idea che le sto sbavando dietro.

Il tempo esagerato furono 48 ore: due giorni dopo la chiamai, quattro giorni dopo eravamo in un bar a fare colazione insieme. Una settimana dopo quello scambio di numeri di telefono, stavo facendo l’amore col mio sogno sessuale. Stavo sfruttando la mia libertà provvisoria al meglio, niente da dire.

Il puzzle nella mia cella d’isolamento continuava a lampeggiare: Io sono qui.

Pensai che non avevo nessuna voglia di richiudermi dentro me stesso per ricominciare a scavare. La mia nuova condizione mi piaceva. Il fatto di respirare aria nuova e dormire la notte mi piaceva. Sabrina mi piaceva, stava nascendo una storia e non volevo rovinare tutto senza motivo.

Se pensate che avrei avuto qualche rimpianto a lasciare il mio lavoro in sospeso vi sbagliate di grosso. Quello era un lavoro tanto duro quanto inutile: non avrebbe avuto nessuna conseguenza pratica sulla mia vita, tranne forse restituirmi una parte di quello che avevo perso per strada. Forse.

Non mi stavo sciroppando tutto quel lavoro perché lo volevo fare o perché pensavo che mi sarebbe servito a qualcosa: lo stavo facendo solo perché non avevo scelta. Ero obbligato a farlo, non potevo sottrarmi, rifiutarmi o nascondermi. E avrei continuato a farlo solo se quell’obbligo fosse tornato a farsi vivo.

E tornò. Per la precisione si presentò senza bussare una sera che stavo facendo il resoconto dei miei miglioramenti prima di mettermi a dormire.

Potrebbe anche essere tutto finito, pensavo. Potrei essermene fatto una ragione, perché no? Alla fine è più di un anno che ci penso sopra.

L’hai tradita, disse una voce da qualche parte dentro la mia testa . Quella fu una coltellata alla schiena. Era un pezzo nuovo, cazzo se lo era. Doveva essere analizzato, catalogato e sistemato. Lo gettai mentalmente nella mia cella d’isolamento, adesso non avevo voglia di occuparmene, ero in libertà provvisoria. Adesso c’era Sabrina, era appena arrivata nella mia vita e volevo concentrarmi su di lei, perché mi piaceva. Poteva diventare una storia importante, certo che poteva. Aveva tutti i numeri per diventare una storia importante da come era cominciata. Magari se tutto fosse andato bene sarei evaso per sempre dal Buco, non sarei mai più tornato lì dentro e non avrei nemmeno dovuto analizzare e sistemare il nuovo pezzo. Magari riuscivo a mandare affanculo il mio puzzle, dal momento che il mio amore aveva mandato affanculo me, perché no?

Perché dobbiamo finire il lavoro, disse ancora la vocina.

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