(11)

11

I pezzi di merda come me trovano sempre qualche brava ragazza disposta a corrergli dietro, è questo il guaio. E mi dovete credere se vi dico che è un guaio tanto per loro quanto per noi. Perché quando qualcuno vi asseconda è più facile adagiarsi che farsi domande.

Per questo tipo di guaio, Tiziana il giorno dopo mi chiamò. Mi chiese se la sera prima avesse sbagliato qualcosa. Io non avevo nemmeno presente che ci fosse stata una sera prima. Ero completamente preso dalla Novità: Lei aveva scritto, Lei mi aveva ricordato,

(Male, ti ha ricordato male)

Lei parlava.

Tiziana mi chiese se mi andava di uscire ancora. Io le dissi che andava bene, certo che saremmo usciti, perché no? Glielo dissi di impulso, senza capire molto di quello che mi disse lei. Senza tenere in nessuna considerazione la sua persona, le sue aspettative, le speranze, i desideri, niente. Le dissi che sì, saremmo usciti ancora e avremmo fatto tutto quello che voleva lei. Una parte di me era così contenta per la Novità che avrebbe detto di sì anche se mi avesse chiesto di andare in volo sulla luna sbattendo le braccia nell’aria. Che problema c’era?

Ve lo ricordate l’ultimo giorno di scuola prima dell’estate? Io me li ricordo tutti, mi ricordo ogni ultimo giorno di scuola dal primo all’ultimo anno delle superiori. Mi ricordo quei giorni perché furono gli ultimi Giorni Perfetti che vissi prima di essere sparato nell’età adulta. I Giorni Perfetti me li portavo dietro dalle scuole medie. Sabato pomeriggio, una bella giornata di tarda primavera, sole alto e caldo ma non troppo. Cielo azzurro, niente compiti per il giorno dopo, niente interrogazioni in vista. Anna che mi citofonava per chiedermi di andare al boschetto e una partita di calcio alle cinque del pomeriggio contro Quelli delle Case Bianche con la squadra completamente sbilanciata a nostro favore: questo era un esempio di Giorno Perfetto. Era un giorno in cui la felicità ti scoppiava a ripetizione nella testa, come se fosse sempre mezzanotte la sera di capodanno. Il cuore ti galoppava in petto come un purosangue tenuto troppo a freno e improvvisamente sbrigliato. Un giorno in cui ne infilavi una dietro l’altra e tutte a tuo favore: Boom! Boom! Boom!

Un Giorno Perfetto.

Il giorno dopo la Sua mail fu un giorno perfetto. Per quanto riesca a ricordarmi, quello fu il primo vero giorno perfetto dall’ultimo anno di scuola, quando sembra che il peggio ormai sia alle spalle e non immagini che il vero peggio non l’hai ancora mai visto in vita tua. Il giorno dopo la sua mail sorridevo nell’anima, ecco il punto. Sorridevo nell’anima anche se

(Ti ha ricordato male)

una parte di me voleva chiedersi se Lei mi avesse mai amato. Ma la gioia di averla letta tracimava gli argini della coscienza e ricopriva tutto di una luce dimenticata. Una luce che veniva da lontano e splendeva forte e calda come il sole delle mie giornate perfette.

Tiziana in un certo senso rimase vittima di questo mio momento di grazia. Quando mi chiese di uscire io ero abbastanza euforico, facevo lo splendido con battute brillanti su tutta la linea. Ma lei naturalmente non c’entrava niente.

Passammo un paio d’ore al telefono. Mentre parlavamo un sotto livello della mia coscienza lavorava alla mail che avrei scritto di lì a poco. La mia parte migliore era impegnata in quel lavoro e la mente residua che parlava con Tiziana ne risultava assolutamente drogata.

Quando attaccai il telefono erano le sette del pomeriggio. Mi piazzai immediatamente davanti al computer e cominciai a scrivere. Per scrivere una cosa che poteva essere letta in due minuti (cronometrati) ci impiegai quasi tre ore. La bellezza di un’ora e mezza di scrittura per ogni minuto da leggere. Non venne nemmeno fuori un granché, nel senso che non dicevo niente di veramente speciale. Ma questo non è importante, quello che è importante è che dopo quel primo scambio di corrispondenza Lei continuò a scrivere. Scriveva a intermittenza e senza nessuna continuità temporale: poteva scrivermi due mail in uno stesso giorno e poi sparire per i successivi tre mesi come se niente fosse. Era presente a modo suo, proprio come era sempre stato. Io so solo che ogni volta che le rispondevo cominciava il conto alla rovescia per il suo prossimo Risveglio. Non sapevo quando ci sarebbe stato, ma sapevo che ci sarebbe stato e tanto bastava. Almeno fino a quando non avessi incastrato l’ultimo pezzo del mosaico.

Questa voce è stata pubblicata in 4 Anni Dopo. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *