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Devo confinare Il Ricordo, pensai. Ero steso sul letto di casa: Devo confinare Il Ricordo. Avevo appena trovato il mio nuovo tassello.

Ma dire che era nuovo non è esatto. Più che di un nuovo tassello si trattava di un vero e proprio rigurgito di memoria. Vi ho già parlato delle due stanze in cui avevo sistemato tutti i ricordi di quella storia. Adesso vi devo dire che quando ritrovai quel pezzo del puzzle, probabilmente fui troppo ottimista pensando di liquidare la questione in quattro e quattr’otto. Perché quello non era un unico pezzo, erano due pezzi in uno. C’erano i ricordi che riguardavano me e quelli che riguardavano Lei. Per quanto riguardava i primi ero più o meno a posto (almeno fino a quel momento, perché in seguito come vedrete avrei rigurgitato anche quelli per rielaborarli, come fa la pecora con l’erba), ma i ricordi di Lei, be’ quella era tutta un’altra storia. Quelli non erano sistemati per niente, pulsavano come una ferita fresca di giornata.

Arrivai alla conclusione che o confinavo Il Ricordo o Il Ricordo avrebbe confinato me, non c’erano alternative. Il Ricordo era Lei, chiusa in una delle due stanze che contenevano me stesso. La stanza più dolorosa delle due. Era tutta Lei. Era tutto quello che mi tornava in mente all’improvviso, come una secchiata d’acqua gelata in piena faccia. Era quello che era capace di dire, quello che era capace di fare. L’assenza di tutto quello mi stava annientando e qui non sto parlando di nostalgia, la nostalgia non rende l’idea. Era come se qualcuno vi ficcasse la testa in un sacchetto di plastica e cominciasse a stringere sempre di più fino a farvi mancare l’aria. A quel punto dire che avreste nostalgia dell’aria sarebbe quantomeno riduttivo.

Dovevo assolutamente confinare Il Ricordo, dovevo seppellirlo. Ma dove potevo confinarlo? Mi seguiva ovunque, era sempre con me, non mi lasciava mai un minuto, niente. E c’era anche un’altra cosa: cominciavo ad essere stanco di seppellire quello che mano a mano veniva a galla. Tra scavare per ritrovare e scavare per seppellire, stavo spalando terra da quasi un anno ormai e mi dovete credere se vi dico che cominciavo a essere veramente stanco.

Il Ricordo mi incantava: era bello come guardare una stella cadente che dura dieci minuti. Di una bellezza capace di annientarmi, perché era una bellezza che apparteneva al passato e poteva rivivere solo nei miei pensieri.

Devo confinarlo, pensai: Devo confinare Il Ricordo. Il telefono squillò da qualche parte dentro casa mia.

Uno

Per prima cosa cominciai a contare gli squilli mentalmente. Lo faccio sempre quando non ho il telefono vicino, per capire che margine mi resta per trovarlo prima che quello che sta dall’altra parte riattacchi.

Due

Scattai a sedere sul letto, guardai per terra cercando le pantofole che ovviamente si trovavano dall’altra parte, allora mi alzai scalzo e

Tre

mi diressi nella direzione da dove provenivano gli squilli: non riuscivo a ricordarmi dove avessi lasciato il maledetto telefono. Lo squillo proveniva dalla

Quattro

direzione della cucina. Entrai in cucina, diedi uno sguardo veloce e mi ricordai che non ero proprio stato in cucina da quando ero tornato a casa. Il salotto!, pensai. Il salotto si trova

Cinque

di fianco alla cucina. Entrai e finalmente vidi il telefono sul divano. Di solito arrivo sempre in tempo per rispondere nell’attimo esatto in cui quello che sta

Sei

dall’altra parte riattacca. Quella volta non fu così:

“Pronto?”, risposi col fiato corto.

“Ciao amore, ti disturbo? Sei impegnato?”. Gea faceva sempre due domande alla volta.

“Ciao, no che non mi disturbi”, ero appena stato salvato dai gorghi del Ricordo. Mi avrebbero tirato a fondo molto in fretta senza quella telefonata.

“Che stavi facendo?”, mi chiese lei.

“Stavo preparando la cena”, stavo per suicidarmi l’anima pensando a Lei.

“Oggi sono stata in centro, ho comprato un completino intimo che non vedo l’ora di farti vedere”. Il sesso era una costante nei discorsi con Gea, e molto spesso riusciva a ingripparmi il cervello con quello che mi diceva. Il sesso è un’ottima cosa, soprattutto quando lo fai con una persona complice. E’ una questione di intesa reciproca, di sapere cosa vuole l’altro, come lo vuole, dove lo vuole, per quanto tempo e via così. Tutte cose che non puoi costruire in un rapporto occasionale.

“Non vedo l’ora di vedertelo addosso”, dissi io.

“Amore io ho pensato una cosa”, era partita in quarta lo sentivo dal tono della voce. Mi accomodai sul divano aspettando di sentire a che cosa aveva pensato.

“Dimmi”.

“Ti ricordi prima di conoscerci che ti avevo chiesto se ti andava di fare sesso al telefono?”.

“Sì mi ricordo, ma adesso non è il momento, sono stanco, fa caldo e…”

“No no, non voglio farlo adesso”, mi interruppe lei. “Ho pensato di farlo in un altro modo. Hai presente che sotto casa tua ci sono quelle panchine dietro gli alberi che si vedono dalla finestra della tua camera da letto?”.

“Sì”, ero proprio curioso di sentire che novità era stata capace di partorire.

“Ecco, io ho pensato che la prossima volta che vengo da te, verso le due di notte quando lì sotto non c’è nessuno, potrei sedermi su una di quelle panchine. Potrei indossare una minigonna e tu mi guarderesti dalla finestra mentre stiamo al telefono, e poi parlando potremmo vedere dove vanno a finire i nostri discorsi”. C’era poco da vedere dove andassero a finire i discorsi: erano già ingabbiati in un senso unico obbligato. Sul cartello d’ingresso c’era scritto: Sesso telefonico con Gea seduta sulla panchina e Massimo affacciato alla finestra come un ebete masturbatore.

“Scusa Gea, ma non capisco il motivo di tante complicazioni. Se tu sei qui da me, che bisogno c’è di andare sulla panchina e fare sesso a cinquanta metri di distanza con un telefono, se possiamo fare l’amore come tutte le persone normali del mondo?”. Fu una risposta un po’ dura lo so, ma volevo che si togliesse quell’idea dalla testa.

“Ma amore non c’è nessun bisogno, solo che mi piacerebbe provare, ecco. Poi non dobbiamo arrivare fino alla fine, io potrei salire da te appena sentiamo che è il momento e faremmo l’amore”, insidiosa no?

“Gea non so che dirti in questo momento, semmai ne riparliamo quando ci rivediamo.”

“Ma tu mi vuoi rivedere?”, mi chiese senza nessun motivo al mondo.

“Certo che ti voglio rivedere, cosa c’entra adesso questo? Voglio rivederti, ma il sesso al telefono non mi convince molto, è tutto qui.”

“Va bene, allora visto che ne parliamo, quando ci rivediamo?”

“Oggi è mercoledì, sabato prossimo c’è il compleanno di un mio amico, potremmo vederci l’altro fine settimana.”

!”, disse lei. Il suo entusiasmo mi piaceva da morire. E anche la sua iniziativa con quella storia del sesso telefonico, anche quella mi piaceva. Il sesso al telefono in sé no, ma l’iniziativa, quel suo modo di pensare a diversi modi di fare l’amore con me, quello sì che mi piaceva.

La telefonata durò ancora un po’, con i soliti argomenti di cui parlano due persone che hanno una storia. Ve li risparmio, il repertorio lo conoscete senz’altro a memoria.

Finita la telefonata andai davvero a preparare la cena. Il mio match con Il Ricordo era stato interrotto dal gong e restava tutt’ora sospeso. Sul tabellone che campeggiava sopra il ring all’interno della mia testa scorreva una scritta rossa:

INCONTRO SOSPESO. RINVIATO A DATA DA DESTINARSI.

Tutti a casa, per oggi non si festeggiano vincitori.

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