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Fermi tutti, disse una voce nella mia testa. Fermi tutti. Staccai il collegamento da internet e chiusi il programma di posta elettronica, poi mi alzai dalla sedia e andai in cucina per farmi un caffè. Mi era passata la nausea, passato il sonno, mi era passato il mondo. Un fiotto di adrenalina mi aveva scopato il cervello, non capivo più niente. C’era una sua mail nel mio programma di posta elettronica e io dovevo ancora leggerla. Impensabile.

Aspettai che uscisse il caffè, lo versai nella tazzina, lo zuccherai e tornai davanti al PC. Mentre lanciavo di nuovo il programma di posta pensai che quello era il momento più bello degli ultimi due anni e mezzo. Cliccai sulla mail che mi interessava, la lettera si aprì sullo schermo. Il momento più bello degli ultimi due anni e mezzo cominciava così:

Ci provo.
Oggi mi sono capitate un po’ troppe cose. Non so cosa scriverò.

Non lo rileggerò. Non cancellerò niente.

Era una lettera piena di punti esclamativi, c’erano punti esclamativi dappertutto. Mi rimproverava questo, mi rimproverava quello, io avrei solo voluto baciarla. Chi ha detto che la vita è troppo breve? La vita è una questione lunga e complessa, altro che stronzate. E’ piena di punti esclamativi, e punti interrogativi, e punti e basta. Vivere è un tale casino che veramente c’è da chiedersi a chi sia venuto in mente di chiamare la nascita il dono della vita. A parte che qualcuno dovrebbe spiegarmi che razza di regalo è un regalo che devi restituire, ma è proprio tutta la faccenda vita che non si sposa col concetto di regalo. Spero che il giorno che mi venga in mente di mettere al mondo un figlio il pisello mi caschi per terra. Guardate che non è un pensiero negativo il mio, è proprio che non vorrei mai fare a nessuno lo scherzetto di dargli il dono della vita, meno che mai vorrei farlo a mio figlio. Vivere è una questione troppo incasinata, meglio restare nell’inesistenza secondo me.

Appena finito di leggere la mail mi buttai sul letto:

Lei ti lasciava solo e da allora non è cambiato niente, disse la mia vocina bastarda.

La cosa peggiore della lettera che avevo appena letto era il fatto che Lei non si ricordasse assolutamente niente. Era evidente che parlava di qualcosa di vago e latente nella memoria. Qualcosa di lontano che ti devi sforzare di riacchiappare prima che ti sfugga altrimenti non riuscirai a scriverlo. Una cosa come: Aspetta… com’era quella cosa… quella volta che… aspetta… com’era… e appena ti folgora l’illuminazione ti sbrighi a scriverla prima che scappi a rinchiudersi nel baule dei ricordi lontani che ognuno di noi si porta dentro. I ricordi per caso, quelli che non ti parlano più da molto tempo ormai, quelli che quando li ripeschi dici: Ma pensa tu! E’ vero!

E’ vero un cazzo, non è vero un bel niente. L’unica cosa vera era il fatto che negli ultimi trenta mesi aveva pensato ad altro, beata lei. Fu allora che mi chiesi per la prima volta se mi avesse mai amato o se per caso mi fossi inventato tutto. L’amore è una questione di intensità, spero che siate d’accordo su questo. E allora la potevo girare finché volevo ma il punto era: Una che oggi scrive con la sua leggerezza, con quanta intensità può aver amato? Dipende, ecco la fregatura di sempre: dipende. Perché alcuni tendono a rimuovere i ricordi, specialmente quelli intensi e in qualche modo dolorosi. O troppo coinvolgenti, troppo invadenti insomma. E’ proprio così, alcuni hanno la zona di rimozione forzata, e spostano le cose nel cimitero dei ricordi intensi. E’ una specie di autodifesa per non farsi sputtanare la vita dal passato. E’ una cosa buona questa, solo che io non ce l’ho. Ma Lei? Lei ce l’aveva?

Per la risposta a questa domanda avrei dovuto avere pazienza. Non mi ero sciroppato trenta mesi di cella d’isolamento per niente: in fatto di ricerca e pazienza ero un esperto a tutto campo ormai. Per avere le risposte che rispondono ero disposto ad aspettare tutto il tempo che ci sarebbe voluto. Adesso avevo ristabilito un contatto, Lei aveva scritto e non era una cosa da poco. Dovevo tenere aperto il canale di comunicazione, dovevo tornare a parlare con Lei. Dovevo chiarire questa storia che Lei mi lasciava solo, dovevo capire se dentro di Lei ci fosse la zona rimozione. Queste due risposte formavano un unico pezzo e per averle avrei dovuto aspettare più di un anno da quella sera. Fu uno degli ultimi pezzi di mosaico che sistemai prima degli Ultimi Tre Giorni.

Sì ma non le scriverò domani, pensai prima di addormentarmi. Farò passare qualche giorno, tanto per non dare l’impressione che stessi qui ad aspettare proprio Lei. Mi addormentai pensando che mi sarebbe piaciuto accendermi una sigaretta.

Il giorno dopo le scrissi, che ve lo dico a fare.

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