(1) Parte Seconda: Dieci e Venticinque

Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro.
E’ quello il punto al quale si deve arrivare – Franz Kafka

Giornalista: “Frank, cosa stai facendo?”

Frank: “Cosa sto facendo?”

Giornalista: “Sì…”

Frank: “Ti sto giudicando in silenzio” – Tom Cruise, Magnolia

Nel Paese della Memoria il tempo è sempre Ora.

Nel Regno dell’Allora gli orologi ticchettano

Ma le loro lancette non si muovono mai.

C’è una porta introvata

(O perduta)

E la memoria è la chiave che la apre – Stephen King, Song of Susannah

E’ giunto il tempo di discutere di molte cose – Lewis Carroll, Attraverso lo specchio

1

Il pensiero mi aggredì all’uscita della doccia il venerdì pomeriggio intorno alle sette. Circa un’ora dopo sarei dovuto andare a prendere Tiziana: dopo la sua risposta affermativa del giovedì, avevamo deciso di andare a cena al mare.

Stavo cercando l’asciugamano grande per asciugarmi, perché anche se vivo solo da anni non ho mai il buon senso di prepararmi le cose per tempo. Mi aspetto sempre che un folletto gentile esca dal nulla all’improvviso e faccia il lavoro sporco per me. E’ per questo che i miei pasti sono affidati al caso, il lavello della cucina somiglia a uno stagno di alligatori almeno venti giorni al mese e l’asciugamano grande non è mai pronto quando esco dalla doccia.

Nella mia testa ci fu uno scatto improvviso, come se qualcuno avesse appena aperto la gabbia di un animale selvatico. Nello spazio di tempo che separa la nascita di un’idea dalla sua consapevolezza, il pensiero-aggressore mi arrivò alla percezione come una frustata sulla schiena: Non ce la farò mai, pensai mentre aprivo il cassetto del mobile dove tenevo gli asciugamani. Non ce la farò mai a ritrovare me stesso e il mio senso. Mai.

Mi diedi una strapazzata veloce ai capelli con l’asciugamano, poi me lo legai intorno alla vita e andai a sedermi sul divano per fumarmi una sigaretta. Guardai l’orologio: le sette e dieci.

Mentre fumavo guardando il tavolo della sala da pranzo senza vedere nessun tavolo della sala da pranzo, né nessuna sala da pranzo se era per quello, mi partì un contraddittorio nella testa tra due fazioni di pensiero: I Buoni erano convinti che avremmo spaccato il culo al mondo se il mondo non ci avesse restituito il Signor Me Stesso. I Cattivi rispondevano che non c’era un bel niente da restituire, perché Me Stesso era morto e sepolto da un pezzo ormai. Cibo per i vermi dell’anima, se esistevano vermi del genere; e su questo punto ero e resto convinto che vermi del genere esistano e non siano meno reali di quelli che vi fanno cu-cu da sotto terra.

Spiacenti, il Signor Me Stesso è morto ripassi nella prossima vita, grazie.

Non ce la farò mai a recuperare me stesso, sono perso, andato, fottuto, pensai. Sono rimasto fermo a tre anni fa, non mi sono mosso di un centimetro da allora. Da allora in poi hanno agito i miei Sostituti per me, sia dentro che fuori dal Buco. Non sono mai più stato me stesso nemmeno per un giorno.

Sei solo stato fermo, mi disse la vocina. Ci sei sempre stato, devi solo andarti a recuperare. Devi solo finire il lavoro.

Solo due tipi di persone mi risulta che possano stare immobili per così tanto tempo: i morti e le mummie. E non mi risulta che le seconde siano più vive dei primi.

Sei stato fermo, questo è vero, ma respiravi, c’eri, ci sei. Hai scritto a Lei, i morti non mandano

e-mail.

Il tempo viaggia in una sola direzione, e quella direzione è in avanti. Non potrei tornare indietro a recuperarmi nemmeno se lo volessi. Se sono ancora vivo da qualche parte, e dico SE, allora morirò dove mi trovo, dovunque sia. Un giorno smetterò di scriverle e così saprò che sono morto: niente più messaggi nella bottiglia da mettere in mare.

Non puoi tornare indietro, questo è vero. Ma per recuperarti non c’è bisogno di tornare indietro, hai solo bisogno di recuperare il tuo Senso, quello che tieni ancora chiuso nelle Stanze.

Non c’è più vita in quelle stanze di quanta ce ne sia in un cimitero. Sono solo mucchi di ricordi polverosi, sono quello che ero. Quello che ERO!

E’ solo il tuo salto nel buio. E’ solo il tuo terzo salto: la ricostruzione del puzzle riporterà tutto in ordine. Alla fine del lavoro, quando le cose saranno chiare, riavrai quello che devi riavere, e lascerai indietro quello che non ti serve più. E’ stato così anche le altre due volte: tu non sei più quello che eri a quattordici anni, non lo sei più da un tempo molto più lungo di tre anni. Il tuo problema di oggi è l’analisi e la comprensione dei tuoi sbagli, è la ricomposizione del mosaico, la ricostruzione della mappa degli errori. Il tuo problema di oggi non è ritrovare te stesso, è accettare quello che te stesso è stato. Accettare quello che te stesso ha fatto.

Io rivoglio indietro quello che ero, cazzo! ERO IO!

Lo riavrai, alla fine del lavoro lo riavrai. In versione riveduta e corretta, perché non debba succedere mai più che tu prenda a calci in culo le persone importanti della tua vita.

Non l’ho presa a calci in culo, mi stavo solo difendendo.

Da cosa?

Da quanto l’amavo. Dal fatto che Lei non si lasciasse amare.

Questa è solo una parte della verità. L’altra parte, quella di cui non parli, è che tu volevi le Rosselle. C’era la via giusta per avere le Rosselle: dovevi lasciarla.

Non potevo lasciarla! L’amavo!

Non potevi nemmeno avere tutte e due le cose, questo è un fatto. Ci sono parti del te stesso che vuoi riavere che sarà meglio che muoiano sull’isola. Sei al tuo terzo salto e nei salti si cambia, anche questo è un fatto.

Quindi ho ragione io, non tornerò quello che ero.

Tornerai quello che eri, con qualcosa in meno e qualche altra cosa in più. Vuoi riavere indietro il tuo Senso, questo significa riavere indietro quello che eri. E lo riavrai, alla fine del lavoro riavrai il tuo Senso. E’ nell’aria, lo puoi già sentire, lo puoi già vedere. E’ la luce sulla barca del pescatore: è lontana, è debole, è ondivaga, ma C’E’. Se ti concentri con lo sguardo la vedi, è proprio lì, dove prima dell’inizio del mosaico il mare e l’orizzonte erano fusi in una macchia di catrame.

Guardai l’orologio, segnava le sette e trenta. Rimasi un attimo fermo, con la testa sgombra da tutti i pensieri. Alle sette e trentuno del venerdì che uscii con Tiziana pensai due cose: la prima fu che la mia vocina non aveva tutti i torti, e probabilmente alla fine del mio lavoro sarei riuscito a riavere indietro le parti di me stesso che mi interessavano.

Chissà se stasera Tiziana porta il perizoma, e se lo porta chissà se riuscirò a dargli un’occhiata da vicino. Chissà se riuscirò a toccarlo. Per esempio con la lingua.

Questa fu la seconda cosa che pensai.

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