About

Tutto quello che state per leggere è stato scritto tra il maggio del 2003 e il dicembre del 2004. Ho cercato di pubblicarlo con diversi editori, che in diversi modi me lo hanno rispedito indietro. Nel 2009 internet è venuto in aiuto con il fenomeno del self-publishing, e oggi il libro può essere acquistato online in formato cartaceo a questo link.

Potete comunque leggere il libro online in questo sito. Se invece volete contattarmi, è la mia email.

Grazie per essere passati qui dentro.

Pubblicato in About | Lascia un commento

Premessa

E’ stato un percorso lungo quello che sto per raccontare. Una strada lunga, faticosa e tutta in salita. Un percorso iniziato quattro anni fa con la fine di una storia d’amore. Oggi sono arrivato in un punto da cui mi sento di poter guardare indietro senza correre il rischio di diventare una statua di sale, è per questo che sto scrivendo questo racconto. E’ un racconto nel senso stretto del termine: racconterò i fatti più importanti degli ultimi quattro anni della mia vita interiore. Marco Polo raccontò i suoi viaggi, io vi racconterò il mio. Un viaggio dentro me stesso durato quattro anni.

Questo racconto servirà prima di tutto a me e voglio essere sincero: questo è il motivo principale per cui lo sto scrivendo. Ma c’è almeno un altro motivo. Lo sto scrivendo anche per alcune persone che sono passate nella mia vita in questi quattro anni. Per alcune di queste persone non ho avuto molto tempo, la mia mente era sempre altrove: stava viaggiando. Se qualcuna di loro leggesse quello che sto per raccontarvi, potrebbe trovare alcune risposte e se vi sembra poco vi sbagliate di grosso. Una risposta del genere di quelle che intendo in questo discorso non è mai una cosa da poco. Per dirne una, se avessi avuto le risposte che cercavo belle e pronte, magari questo mio viaggio sarebbe stato molto più breve. E credetemi, in un viaggio del genere anche un giorno in meno, un solo giorno in meno, può fare molta differenza. Ma quando le risposte che cercate le custodisce un’altra persona e questa persona non è intenzionata a darvele, resta poco da fare no? Resta solo da mettersi in cammino e andarle a cercare. Resta solo da trasformarsi in cacciatori di risposte, per tutto il tempo che ci vorrà.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(1) Parte Prima: Il Buco

Chiudo un giorno.
Non ho rubato.
Non ho ucciso.
Come se avessi rubato,
come se avessi ucciso – Aldo Gar

Non smetteremo di esplorare
E alla fine di tutto il nostro andare
Ritorneremo al punto di partenza
Per conoscerlo per la prima volta – Thomas S. Eliot

Tutto ciò che avete da fare è tenervi il vento alle spalle – J. Conrad

Uomo libero, tu amerai sempre il mare.
Il mare è il tuo specchio:
tu contempli la tua anima
nell’infinito travaglio delle sue onde,
e il tuo spirito non è un abisso meno amaro – C. Baudelaire

Sono le dieci e venticinque, e non ho più niente da perdere – J. Woods, C’era una volta in America

1

L’inizio di questo racconto coincide con una fine: a giugno del 1999 finiva una storia d’amore. Ne finiscono tante di storie d’amore e in tutti i mesi dell’anno, ma quella che finì a giugno del 1999 era la mia.

Poche volte nella vita ho avuto una percezione così chiara di quello che stava succedendo come la ebbi in quel mese di giugno: nel momento in cui la mia storia stava finendo, sapevo che sarebbe finita. Lo sapevo con una certezza assoluta, è questo che voglio dire: lo sapevo come so il mio nome, o la mia data di nascita e poche altre cose. Insomma lo sapevo. L’ultimo giorno che litigammo, l’aspettai sotto casa dalle tre del pomeriggio alle dieci di sera. Sette ore che a ricordarle oggi mi sembrano sette anni. Mi ricordo tutto di quelle sette ore, potrei scrivere pagine intere solo raccontandovi cosa è successo in quelle sette ore. Mi ricordo le facce delle persone che passavano per strada – le guardavo tutte, sperando che una di loro fosse Lei -, mi ricordo il discorso che facevano i due con la bancarella piazzata proprio lì vicino a me, mi ricordo cosa pensavo, insomma tutto. I miei sensi stavano funzionando al centodieci percento in quel momento, forse è per questo che i miei ricordi di quel giorno sono così precisi.

Lei non arrivò. Alle dieci di sera decisi che avevo aspettato abbastanza: mi alzai dal marciapiede, mi diedi una sgrullata ai jeans e andai a recuperare la macchina nella piazza dove l’avevo parcheggiata.

La vedi questa piazza? Guardala bene, perché la stai guardando per l’ultima volta: non rivedremo mai più questa piazza io e te, dissi al cruscotto della macchina prima di partire.

E se vi sembra patetico, surreale o assurdo non mi interessa, correrò il rischio. Perché andò esattamente così e ve lo sto raccontando.

Tornai verso casa, il mio piccolo inferno personale era solo all’inizio. Il viaggio era appena cominciato e l’esordio fu chiaro da subito: da lì in avanti niente sarebbe stato facile, nemmeno le cose che lo sembravano, niente. Era la fine delle cose semplici, la fine dei passaggi a buon mercato, la fine delle mille cazzate che avevo fatto in quella storia. Insomma era la fine, questo penso che si sia capito.

Quella notte non sono riuscito a dormire e fu così per le quattordici notti successive: niente dormire, niente mangiare, niente lavorare, niente vivere. Niente di niente tranne un pensiero tagliente, continuo, presente, vivo e costante come un’ossessione: E’ Finita.

Le ore erano completamente vuote e inutili, giorno e notte erano diventati un’opinione, non si erano nemmeno ribaltati tra loro, erano semplicemente scomparsi insieme a tutto quanto il resto: tutto l’universo iniziava e finiva con due parole: E’ Finita. Mi alzavo dal letto, facevo un caffè, mi accendevo una sigaretta e tornavo a letto. Chiudevo gli occhi cercando di dormire, mi giravo nel letto, cambiavo cuscino, lo toglievo, lo riprendevo, mi coprivo, mi scoprivo e mi giravo ancora: era una battaglia tra me e il mio letto e stavo perdendo dieci a zero, mi stava annientando. Allora mi rialzavo, bevevo un altro caffè, fumavo un’altra sigaretta e via nel letto: Stavolta sono sfinito, adesso riesco a dormire.

Niente da fare, sono andato avanti così per quattordici giorni, alla fine sarò svenuto non lo so. Non lo so, perché ripensandoci oggi io ancora non so dire come sono riuscito a dormire: credevo che sarei morto di sonno, nel senso letterale del termine. Intorno al decimo giorno credevo che non avrei mai più dormito in tutta la mia vita.

Il quindicesimo giorno mi svegliai intorno alle quattro del pomeriggio e appena sveglio decisi che dovevo assolutamente uscire da casa e cercare di allontanare quel pensiero ossessivo: dovevo scopare, ecco che cosa dovevo fare. Adesso mi faccio una scopata e mi passa tutto, pensai proprio così. Il che equivale più o meno a curare un infarto con una camomilla, ma in quel momento non lo sapevo.

Telefonai a Rossella. Abbiamo avuto una storia io e Rossella, più o meno dieci anni fa. Ma nel corso del tempo ci siamo rivisti parecchie volte. E’ una tipa un po’ stronza, insomma se uno pensa di passarci la vita insieme s’è ripulito. Però come ho fatto sesso con lei non l’ho mai fatto con nessuna, mai, né prima né dopo: la numero uno. Nel corso degli anni quando ero libero da altre storie l’ho chiamata molte volte. Lei non era quasi mai libera da storie, ma se pensate che questo rappresenti un problema per Rossella vi state sbagliando di grosso. Lei fa quello che vuole fare quando gli va di farlo e questo è tutto. In un certo senso è una posizione invidiabile. Quindi la chiamai e uscimmo la sera stessa.

Mangiammo una pizza e poi via a fare quello che tutti e due sapevamo che avremmo fatto.

Quella sera sono stato malissimo.

Mi dava fastidio tutto: mi dava fastidio il modo in cui era vestita, il modo in cui mangiava, la sua voce, il suo profumo, il suo odore, i suoi capelli, tutto. E la cosa più strana è che lei non si accorse di niente, continuava a parlare non so di cosa, e parlava, parlava, parlava: non mi ricordo una sola parola, ma mi ricordo che non smetteva più di parlare.

Facemmo l’amore in macchina. Io mi sentivo una specie di prigioniero di guerra, lontano da casa, da solo e sotto tortura: lo so che quella serata l’avevo voluta io, ma adesso che c’ero dentro non vedevo l’ora che finisse. Mentre facevamo l’amore improvvisamente mi venne voglia di piangere e di vomitare, insieme. Credo che non piansi perché volevo vomitare, e non vomitai perché volevo piangere, sembra strano ma credo che andò proprio così. Cercai di finire quell’orrore il prima possibile, poi scappai letteralmente al mio posto, ma lei non mi dava tregua. Ovviamente non sapeva niente di quello che stava succedendo nella mia vita e mi si buttò addosso, voleva essere coccolata. Quello fu veramente troppo: aprii lo sportello e scesi dalla macchina per respirare un po’ d’aria. Intanto la sensazione di vomito era passata, ma lo stomaco era completamente annodato dalle lacrime: non sapevo più come trattenermi, mi dovete credere, allora alzai gli occhi al cielo.

Lei mi vide fare questo gesto, scese dalla macchina e si girò dalla mia parte:

Teeesoro! Che romantico… vuoi guardare le stelle?”, mi chiese.

Volevo guardare le stelle? Io volevo morire. Non fra due giorni, non fra sei ore, non fra cinque minuti, volevo morire in quel preciso istante, in quell’attimo di disperazione in cui la situazione mi stava completamente sfuggendo di mano, in cui non ero più padrone di niente, meno che mai di me stesso. Volevo cascare per terra e morire, perché non potevo nemmeno piangere. Lei si avvicinò e mi abbracciò. Allora cominciarono a scendermi le lacrime, scendevano da sole e non potevo farci più niente. Non fu un pianto vero e proprio, perché non avevo convulsioni, singhiozzi o niente del genere: avevo solo queste lacrime che scendevano da sole e non sapevo come fare per fermarle. Lei continuava a parlare, ci credete che non si accorse di niente? Restammo abbracciati tutto il tempo, lei con la bocca sulla mia spalla a parlare, io con la testa nascosta tra i suoi capelli a piangere. Non c’erano lampioni dove stavamo, ma c’era lo stesso molta luce: il cielo era stellato e c’era la luna. Una gran bella serata di merda, niente da dire.

Dopo quella sera non richiamai Rossella per molto tempo. Non mi ricordo se quella notte sono riuscito a dormire, in ogni caso in quel periodo la mia insonnia divenne cronica quindi importa poco se dormii o meno quella notte in particolare, perché da lì in avanti le notti insonni sarebbero state un fedele compagno di viaggio. In quelle notti pensavo e ripensavo alla mia storia, analizzavo ogni fatto alla ricerca dei miei errori, stavo ancora cercando di capire perché fosse finita, ma certe volte non c’è un perché. Certe volte finisce e basta.

Il problema della mia storia era nell’insieme, non era una cosa in particolare. Non era io l’ho tradita, o lei mi ha tradito e cose del genere. Forse era tutto un problema, ma non era così, non lo so come spiegarvelo. Diciamo che Il Problema era come un puzzle: composto da tanti tasselli, tanti piccoli problemi che messi al posto giusto nel tempo, alla fine formavano Il Problema. Ecco, in quelle notti andavo alla ricerca di tutti quei piccoli tasselli che formavano il mio personalissimo mosaico. E li trovavo, altroché se li trovavo, ne trovavo fin troppi. Non escludo di averne inventato perfino qualcuno, mi sentivo responsabile di tutto, forse questo era l’aspetto peggiore. Ed era anche la bugia più grande che mi raccontavo in quel periodo, perché oggi so che come in tutte le storie complesse con almeno due partecipanti, infamia e gloria erano ben distribuiti.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(2)

2

Intanto era estate. Non c’è nessun periodo dell’anno che aspetto così tanto come l’estate. Vivo solo col sole, al freddo sono una batteria scarica. Ma come potete facilmente immaginare, per il sole di quella estate trasmettermi energia non fu una faccenda tanto semplice. Se la nostra storia non fosse finita, quell’anno saremmo andati in Spagna, avevamo già programmato tutto. Ma la Spagna non ci vide, né quell’anno né dopo. Andai in Sicilia invece, con un amico. Per tutto il tempo della vacanza non vedevo l’ora di tornarmene a casa. Naturalmente la compagnia non c’entrava niente e nemmeno la Sicilia, che ancora oggi non so dire se mi sia piaciuta o no. Molto semplicemente non avevo tempo di pensare a quello che vedevo intorno, stavo ricostruendo il puzzle e quello era un lavoro a tempo pieno.

Dopo due settimane finalmente tornai a casa. Dovevo vedermi con una tipa che avevo conosciuto da poco e appena tornato la chiamai. Lei era libera e decidemmo di uscire. Ancora prima di uscirci, stavo già cercando la scusa per mollarla. Se avessi potuto mi sarei chiuso in una caverna con un letto e una provvista per due anni, tutto quello di cui avevo bisogno era il mio puzzle da ricostruire. E quello me lo portavo dentro e mi seguiva ovunque, quindi sarebbe venuto anche nella mia caverna, dove avremmo potuto lavorare senza distrazioni. Ma non ci fu nessuna caverna in cui ricostruire puzzle, ci fu invece un appuntamento con questa sconosciuta.

La sconosciuta era discretamente brutta, orribilmente banale e molto comunista. Mi raccontò del suo meraviglioso viaggio a Cuba, la patria dei suoi sogni, una vera e propria terra promessa. Mi raccontò di Fidel Castro, il suo uomo politico ideale. Mi raccontò che con cinque dollari potevi mangiare aragoste appena pescate e cucinate davanti ai tuoi occhi dalla moglie del pescatore.

Quando disse delle aragoste fu uno dei pochissimi momenti in cui mi infilai nella conversazione per dire qualcosa: “E’ illegale”, dissi. “Lo sai che rischiano qualche anno di galera a venderle ai turisti? L’aragosta è monopolio di stato a Cuba.”

Embé?”, disse lei. Prese il mio pacchetto di sigarette che stava sul tavolino e me lo sventolò sotto il naso: “Qui le sigarette sono monopolio di stato, almeno le aragoste non ti ammazzano”.

A questo non seppi rispondere, così andò avanti a raccontarmi di tutte le cose meravigliose che aveva visto a Cuba. Mentre lei parlava, la mia mente lavorava.

L’unica cosa positiva di quella serata fu la scelta del ristorante: eravamo in una terrazza di legno sopra la spiaggia, con il tavolo praticamente affacciato sul mare. Era una serata molto calda, cielo stellato, candela accesa al centro del tavolo e una luna specchiata su un mare completamente piatto. Mi ricordo che mangiai l’impepata di cozze più buona di tutta la mia vita. Mancava solo una bacchetta magica che facesse sparire l’intrusa che avevo portato con me e sarebbe stata una serata perfetta.

Bevemmo un sacco di vino e alla fine della cena eravamo ciucchi come due scaricatori di porto. In quelle condizioni sarei anche riuscito ad arrivare fino in fondo se fosse stato necessario. Se non fosse intervenuto un miracolo a salvarmi, mi sentivo pronto a fare sesso con lei.

Dopo meno di un’ora arrivò il miracolo. Ci eravamo trasferiti sulla spiaggia, lei si stava strofinando come se volesse bucarmi i vestiti o qualcosa del genere. La mia mano non stava a guardare e dopo un lavoro molto attento era arrivata quasi in area di rigore:

“Aspetta un momento”, disse lei all’improvviso. Portava uno di quei vestiti lunghi estivi, quelli senza inizio e senza fine che te li infili dalla testa come un sacco e ti arrivano fino sotto le ginocchia. Si alzò il vestito e si avviò verso l’acqua. Non avevo idea di cosa volesse fare e sarebbe stato molto meglio se non l’avesse fatto. Arrivata con l’acqua all’altezza delle ginocchia, si infilò una mano nelle mutandine, armeggiò pochi secondi ed estrasse una cartuccia lunga cinque centimetri che una volta era stata bianca. Poi, come se niente fosse, si girò verso di me e buttò il tampax nell’acqua.

Una fitta di rabbia mi penetrò nel cervello e mi attraversò con una lunga scossa fino alla punta dei piedi. Quel tampax buttato in quel mare illuminato dalla luna, davanti a una spiaggia deserta sotto un cielo come quello mi sembrò peggio di uno sfregio: mi sembrò un vero e proprio stupro. Lei uscì dall’acqua e io non sapevo più che cosa dire: a quel punto mi era passata pure la sbronza.

“Andiamocene”, le dissi appena uscì dall’acqua.

“Come andiamocene?”, disse lei. Mi guardava come se le avessi appena rivelato di venire dal quadrante Sigma Ori nella nebulosa di Orione.

“Sì andiamocene, mi sta venendo da vomitare, ho bevuto troppo vino”, le dissi. Poi mi girai senza aspettare nessuna risposta e mi incamminai verso la macchina. Non vedevo l’ora di arrivarci.

Durante il viaggio di ritorno mi venne un’idea:

“Alle ultime elezioni non sapevo chi votare. Alla fine ho votato Previti”, le dissi di punto in bianco.

A quelle parole si voltò verso di me come un serpente a sonagli pestato sulla coda:

Tu hai votato chi?”, disse sgranandomi gli occhi addosso.

“Previti, non sapevo chi votare, alla fine ho messo una croce lì”, le risposi con aria distratta. Credo che se avesse avuto una pistola mi avrebbe sparato. Non era vero che avevo votato Previti, ma sul momento non mi venne idea migliore per cancellarla dalla mia vita prima ancora che ci mettesse piede. E vi dico di più: credo che non esistesse proprio un’idea migliore di quella per ottenere lo scopo. Appena arrivammo al parcheggio dove aveva lasciato la sua macchina, si fiondò letteralmente fuori dalla mia, aprendo lo sportello ancora prima che mi fermassi:

“Pensavo che fossi diverso”, disse sbattendo lo sportello. Credo che durante tutto il viaggio di ritorno non abbia pensato ad altro se non a cosa dire nel momento in cui fosse scesa dalla macchina: Pensavo che fossi diverso.

Se voleva colpirmi fece cilecca: ero fuori portata dal momento in cui quel tampax aveva toccato l’acqua. Se serve che ve lo dico, dopo quella sera non l’ho più vista né sentita.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(3)

3

Il mio lavoro proseguiva, ora dopo ora, giorno dopo giorno, notte su notte: pensa, scava, scava e fruga, fruga e scava, cerca, pensa

(Voglio fermarmiNON PUOI fermarti !)

spolvera i pezzi, osserva, cerca meglio, pensa pensa pensa: ogni tanto trovavo un pezzo, il mosaico si componeva. Uno dei primi tasselli che trovai si chiamava Come la fermavo? Lei sembrava ferma – certe volte -, ma doveva correre correre correre. Come la fermavo? Lei doveva correre. La potevate incatenare a un palo della luce e dopo cinque minuti si sarebbe liberata come Houdini, vi ci potete giocare il culo.

Dopo Cinzia (Lady Tampax per gli ammiratori) mi presi qualche mese di ferie dai rapporti con l’altro sesso. Loro non arrivavano, io non le cercavo e vissero tutti felici e contenti. Ero un cacciatore di risposte e dovevo lavorare. Un lavoro che non prevede ricompense, un gioco obbligatorio in cui l’unico partecipante gioca contro sé stesso senza alleati. L’avversario ti abita dentro e di solito è molto più forte di te.

Quando ero a casa e uscivo a caccia nella personalissima riserva della mia coscienza, mi facevo accompagnare sempre da un po’ di musica. Di solito erano i Pink Floyd la colonna sonora di quegli incontri all’ultimo sangue contro me stesso. Durante una di quelle battute di caccia, poco dopo l’incontro con Cinzia, trovai un pezzo di mosaico che mi impegnò per intere notti insonni. Il pezzo si chiamava I ricordi. Non si trattava di qualche ricordo in particolare, erano proprio I ricordi, era tutto l’insieme. Era quello che conservavo io di Lei e quello che avevo lasciato a Lei di me. Era il modo in cui mi avrebbe ricordato. Fu un pezzo duro da incastrare.

Non andavo fiero di come mi ero comportato nella mia storia d’amore. Non ne andavo fiero per niente. La verità è che avrei avuto una sola alternativa onorevole: dovevo troncarla all’inizio. Ma quella volta ci fu una cosa più importante del mio onore, più importante di me, più importante di qualunque cosa: quella volta l’amavo e questo cambiava tutto.

Per cosa viviamo esattamente? Noi, qui e adesso cosa stiamo a fare? Ha un senso tutto questo? Tutto quello che facciamo, tutto quello per cui soffriamo, lottiamo e ci sbattiamo dalla mattina alla sera, che senso ha esattamente? C’è un senso? C’è qualcosa del genere qui, proprio su questo pianeta, proprio in questa vita? Se vi aspettate che mi azzardo a scrivere qualche risposta, scordatevelo: non ne so niente. Però una cosa la so: quando stavo con Lei, Lei era il mio senso. Non so a voi quante volte sia capitata una cosa del genere nella vita, ma a me non era mai capitato prima. Lei fu il mio senso da subito e questa cosa non cambiò mai. Non so nemmeno come spiegarvelo, quindi non ci proverò, sappiate solo che era così.

C’era una stanza dentro di me in cui conservavo tutti i suoi ricordi. In ognuno di quei ricordi c’era una parte del mio significato, una parte del mio senso. Questo posto confinava con un’altra stanza in cui avevo sistemato tutti i ricordi di quello che avevo fatto in quella storia, che erano poi i ricordi che avevo lasciato io a Lei. E anche in questi, in ognuno di questi, c’era una parte del mio senso. Potrei dire che l’unione di queste due stanze formava quello che ero: in quelle due stanze avevo stipato me stesso. In tutte quelle notti che impegnai per sistemare I ricordi, quelle stanze diventarono un posto molto familiare per me. Diciamo che per qualche mese ho praticamente vissuto lì dentro. E ogni tanto ci torno ancora oggi, ma di solito mi limito ad aprire la porta e dare un’occhiata veloce dalla soglia. Sono posti pericolosi in cui stare.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(4)

4

Nel mese di dicembre di quell’anno scrissi una lettera a Panorama. Me la pubblicarono nello spazio della posta. In quella lettera rispondevo a un signore di Napoli che aveva scritto poco tempo prima che Internet allontana le persone. Ogni persona che abbia messo piede in Internet nella sua vita può dire come questa sia una cazzata fenomenale. Più o meno era questo il concetto che avevo espresso in quella lettera, solo che l’avevo detto con altre parole, parole che potessero essere pubblicate. E infatti la pubblicarono, con tutta la mia firma e il mio indirizzo e-mail. Mi ricordo che mi scrisse un sacco di gente dopo la pubblicazione di quella lettera: non si può avere idea della visibilità che riesce a dare un giornale, anche se scrivi quattro righe pubblicate nella pagina della posta. Fra le mail che mi arrivarono ce n’era una che portava il nome Gea nel sender. Gea mi fulminò a cominciare dal nome. Completamente fulminato ancora prima di leggere il testo della mail, quello già non serviva più a niente. Tutto quello che mi serviva di quella mail era l’indirizzo e il nome del sender.

Gea mi diceva che avevo proprio fatto bene a rispondere a quel signore, che cazzo!, gli avevo proprio risposto per le rime, se l’era cercata alla grande e bla e bla e bla. Lessi tutto molto in fretta perché ero impaziente di rispondere, di conoscerla meglio, di sapere qualcosa di più di lei: a quel punto avevo bisogno di informazioni.

La prima impressione che mi diede in quella mail fu quella di una donna abbastanza superficiale. Il che andava benissimo, perché alcune donne sono superficiali in tutto tranne che nel sesso. In quel periodo non avevo nessuna intenzione di cercare l’amore della mia vita, quello l’avevo già trovato e perso, grazie tante. Non toccavo una donna da mesi e vi dico la verità: la prima cosa che mi venne in testa leggendo il suo nome era che volevo conoscerla. Volevo conoscerla in quel senso.

La mia mail di risposta fu una vera e propria imboscata. Era costruita dall’inizio alla fine, niente era detto per caso in quella mail, non c’era nemmeno una frase fuori controllo, niente di improvvisato: la mia premeditazione era totale.

Lei mi rispose quasi subito. Mi disse che mi aveva scritto la prima mail solo per dirmi che era d’accordo con me, ma adesso che le avevo risposto l’avevo veramente incuriosita e voleva conoscermi meglio. Intanto cominciava a presentarsi. Era sui trentacinque anni, separata, viveva da sola e non aveva nessuna storia al momento. Riuscite a immaginare quante lucine colorate mi si accendevano in testa mentre leggevo quelle cose? Mi era letteralmente scoppiata una festa nel cervello e gli invitati erano tutti ubriachi a giudicare dal casino che stavano facendo. Le cose si stavano mettendo meglio di quanto potessi mai immaginare. Scrissi la mail di risposta e le feci avere anche il mio numero di telefono, nel caso le fosse andato di chiamarmi. Il giorno dopo chiamò.

La voce era abbastanza interessante e parlava meglio di quanto mi aspettassi. Diceva anche cose interessanti. Forse non era così superficiale come credevo e questa non era una buona notizia. In ogni caso mi sarei occupato della cosa in seguito, adesso dovevo arrivare a conoscerla, poi avrei pensato a tutto il resto: una cosa per volta e senza spingere, di solito funziona.

Nei giorni successivi avevamo preso l’abitudine di sentirci un’oretta tutte le sere, durante il giorno ci mandavamo sms a raffica. Dopo un paio di settimane di terapia intensiva mi stavo coinvolgendo più di quanto avessi previsto all’inizio. Queste cose ti sfuggono di mano come niente: ti distrai un momento, metti un piede nel posto sbagliato e ti ritrovi dentro la buca insieme alla preda. Amen.

Dopo un mesetto di telefonate io per lei ero Amore, lei per me era Tesoro. Una sera le dissi che volevo incontrarla. Lei sulle prime fece un po’ di storie, ma nemmeno tante. Era imbarazzata, aveva paura di non piacermi, di rovinare tutto e cose del genere. Niente che non superò nei successivi dieci minuti. Poi, dopo avermi detto di sì, venne fuori con una proposta:

“Senti, io voglio chiederti una cosa… ma non ho il coraggio”.

“Dai, dimmi”, le dissi.

“E’ una cosa un po’ spinta… dai mi vergogno, lasciamo stare”. Pericolosamente insidiose come poche altre cose le donne. Lasciamo stare: non avremmo mai potuto lasciare stare a quel punto e lei lo sapeva meglio di me.

“Dai, dimmi, abbiamo detto che dobbiamo dirci tutto no? Allora dimmi, non ti preoccupare, stai parlando con me, mi puoi dire tutto”.

“Hai mai fatto sesso al telefono?”

La lingua mi si inceppò con tutto il resto della bocca: “No”, dissi dopo un momento di silenzio. Ed era la verità, io questa storia del sesso al telefono non l’ho mai capita. Non ho mai capito quelli che si fanno arrivare la bolletta da duemila euro per fare sesso al telefono con una sconosciuta. Che poi non so se le avete mai viste quelle delle hot line. Qualche volta ne hanno intervistata qualcuna in televisione. Roba che preferirei accoppiarmi con un insetto piuttosto che toccare una cosa di quelle. La più bella che ho visto era una cicciona capellona e brufolosa che avrebbe fatto vomitare un topo. Anch’io qualche volta faccio delle cose strane e sicuramente molte volte avrò speso male i miei soldi, ma c’è qualcuno di voi lì fuori che non scherza per niente.

Gea non era una della hot line, d’accordo. Ma questo non cambiava niente: il sesso è la cosa meno parlata che ci sia. Il sesso si sviluppa in ambiente fare non in ambiente dire. Tutto quello che sono disposto a dire nel sesso sono le porcate durante il rapporto. E’ una cosa troppo ridicola mettersi a fare l’amore con un telefono.

Solo che se lei l’aveva chiesto così esplicitamente, magari era una questione importante dal suo punto di vista. In quel momento speravo proprio di no, perché arrivato a quel punto volevo davvero incontrarla, la mia predisposizione era cambiata molto rispetto all’inizio. Ero già caduto dentro la buca insieme alla preda, ma se giocavo male quella carta rischiavo addirittura che lei saltasse fuori e mi lasciasse da solo lì dentro. Risposi No e aspettai la prossima mossa.

“Ti andrebbe di farlo con me?”, disse lei. Non poteva andarmi peggio.

“Mi stai chiedendo di fare sesso al telefono adesso?”

“Sì. Sei stanco? Non ti va?”. Molte domande vengono fornite con la risposta.

“Un po’ stanco, sì”.

“Però una cosa te la devo dire”, rilanciò lei. “Io non porto le mutandine”.

Quello fu un pugno nello stomaco.

“Non le porti adesso? Cioè sei senza mutandine?”, e che aveva detto?

“Sì, non le porto adesso, ma non le porto mai. Non porto le mutandine da quando avevo vent’anni. Mi danno fastidio, senza mutandine mi sento più libera. Mica ti dà fastidio?”

Fastidio non era esattamente il concetto che avevo in mente in quel momento.

“No, non mi dà fastidio per niente, anzi l’idea mi eccita da morire”.

Lei rise: “Sono contenta… non vedo l’ora di conoscerti, amore”.

A chi lo diceva. Ero lontano milioni di chilometri dal punto in cui ero partito: freddo e distaccato, la situazione completamente in controllo, parole e aperture misurate col contagocce. In quel momento non uno solo di quei punti di partenza era sopravvissuto: Non porto le mutandine aveva travolto il poco che era rimasto in piedi. C’ero dentro fino al collo, e anche qualcosa di più.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(5)

5

Il nuovo pezzo mi capitò tra le mani per caso, sono sicuro di questo. Saltò fuori alla fine di una giornata di lavoro stranissima e a modo suo abbastanza difficile. Quel giorno avevo appuntamento con la titolare di un grande negozio di abbigliamento qui in città. Un bel negozio organizzato su due piani, con i soffitti alti e decorati. Al piano di sopra c’erano anche gli uffici e io ero sempre contento quando dovevo andare lì. Il negozio era ricavato da un palazzo storico e chi l’aveva arredato era riuscito a creare un matrimonio perfetto tra rispetto dell’antichità e modernizzazione. Per questo mi piaceva così tanto. Sono compromessi difficili da trovare, ma quel tipo che l’aveva arredato aveva fatto un ottimo lavoro.

Verso mezzogiorno chiamai la titolare e le chiesi se potevamo vederci prima di pranzo. Lei mi disse che prima di pranzo era proprio impossibile, ma potevamo mangiare qualcosa insieme e discutere di lavoro. Io li odio i pranzi di lavoro: il pranzo è un momento di pausa, non è un momento di lavoro. Ma la tipa era una cliente importante e per i clienti importanti si fa un piccolo sforzo, no? Quindi accettai e restammo d’accordo che ci saremmo visti verso le 13.30 in un ristorante di un centro commerciale. La scelta del posto fu anche peggiore del fatto che stavo per affrontare un pranzo di lavoro: in quel ristorante andavano a pranzo tutti i fighetti incravattati nel raggio di dieci chilometri e quello fu veramente difficile da accettare. Il piccolo sforzo era diventato un grande sforzo, ma per i clienti importanti si fanno anche grandi sforzi. E a volte per i clienti importanti si fanno cose strane, come sarebbe successo a me poche ore dopo.

Alle 13.30 ero al ristorante, sono un tipo puntuale e non sopporto i ritardatari. I ritardatari vi rubano il tempo per farci quello che vogliono loro e questo è inaccettabile per come la vedo io. La signora era puntuale anche lei, arrivammo praticamente insieme. Ci salutammo, io dissi le solite frasi di circostanza, lei da parte sua fece lo stesso e poi ordinammo da mangiare.

“Avete già contattato il fornitore per l’arredamento del negozio?”, chiesi io. Dovevano fare una ristrutturazione completa e avrebbero anche cambiato tutto l’arredamento. Era un contratto importante per me, io ero quello che avrebbe curato l’aspetto finanziario per l’acquisto del nuovo arredamento attraverso un contratto di leasing.

“Sì, sto aspettando che mi mandino il preventivo finale, ci siamo accordati per uno sconto particolare sul prezzo e sto aspettando il preventivo.”

“Ottimo, allora appena le arriva me lo gira via fax, serve anche a me per l’istruttoria. Appena ricevo il preventivo contatto anche il fornitore”, le dissi.

“Va bene”, disse lei. “Avete bisogno di documenti aggiornati sulla società? Quando abbiamo fatto l’ultimo contratto? Non mi ricordo.”

“L’ultimo l’anno scorso. Sì, ho bisogno dei bilanci aggiornati e dei modelli unici dei soci.” Lei non rispose, stava guardando alla sua destra come se ci fosse una cosa particolarmente interessante da vedere. Allora ci guardai anch’io, ma non c’era niente alla sua destra. A tre metri da noi c’era il muro e nient’altro.

“Servono i bilanci aggiornati e i modelli unici dei soci”, ripetei un po’ più forte pensando che fosse sovrappensiero.

“Mi chiama un’ambulanza per piacere?”, disse lei girandosi verso di me. Lo disse con un tono calmissimo, come se mi avesse chiesto: Ordiniamo un aperitivo prima del pranzo?

“Cioè?”, dissi io guardando verso il muro. Guardandoci meglio, come se ci fosse scritta la risposta sopra.

“Mi può chiamare un’ambulanza? Mi sto sentendo male”. Ma non avreste detto che quella era una persona che si sentiva male, nessuno l’avrebbe detto: era tranquillissima mentre parlava, aveva il solito colorito, sembrava proprio tutto a posto insomma.

“Be’ ma un’ambulanza… mi sembra eccessivo”, dissi io. “Magari provi a bere un bicchiere d’acqua, certe volte…”

“No guardi, mi chiami un’ambulanza per piacere, mi sto sentendo veramente male”. Cominciavo ad ammirarla seriamente. Per chiedere l’ambulanza così insistentemente in una situazione come quella, sicuramente si stava sentendo male in maniera seria, qualunque cosa fosse, perché io ancora non avevo la più pallida idea di che problema potesse avere. Avreste dovuto vederla: non il minimo cambiamento nel tono di voce, non una scena di panico, né niente di niente: lei voleva solo un’ambulanza, tutto qui. Allora presi il cellulare in tasca, ma ovviamente non c’era campo. Mi alzai, andai verso la cassa e chiesi al tipo che stava seduto lì di chiamare il 118 e chiedere urgentemente un’ambulanza perché c’era una signora che si stava sentendo male.

Dove? Chi si sente male?”, disse lui saltando in piedi.

“Una signora. Per piacere può chiamare l’ambulanza? Il mio telefono non prende”, dissi io un po’ spazientito.

“Non c’è campo qui”, disse lui come se la cosa fosse di un’importanza fondamentale. “Ma la signora è svenuta? Che si sente esattamente?”, chiese subito dopo. Non so se fosse più preoccupato per la signora o per il motivo per cui si sentisse male. Magari gli stavano frullando nella testa immagini di qualche data di scadenza presa un po’ allegramente tra quelle stampate sulle confezioni che teneva in cucina.

“Non lo so”, risposi io. “Ma c’è bisogno di un’ambulanza, è urgente.” Era urgente? Non ne avevo la più pallida idea. Il tipo non parlò più, prese il telefono e chiamò il 118 chiedendo che mandassero un’ambulanza il prima possibile. Io tornai al tavolo dalla signora. Il tipo dietro la cassa mi seguì:

“Signora, si sente male?”, le chiese appena arrivati al tavolo. “Abbiamo chiamato l’ambulanza, sta arrivando. Ecco, intanto beva un bicch…”

“Vi annuncio che sto per morire”, disse la signora. La mia ammirazione per lei era alle stelle. Poi subito dopo girandosi verso di me: “Mi scusi se glielo chiedo, mi può tenere la mano per favore?”. Oddio, l’aveva chiesto all’ultima persona al mondo capace di fare una cosa del genere. Auguratevi di non avermi mai vicino quando vi sentite male. Ci sono quelli che in queste situazioni sanno sempre quello che bisogna fare. Io non sono uno di quelli. Non so mai che cosa fare, non so mai che cosa dire, finisce sempre che dico qualche cazzata di quelle grosse. Non so mai quando è il momento di chiamare l’ambulanza, per esempio. O di portarvi al pronto soccorso, insomma quando serve un medico, quel momento non lo so per niente. Se voi starnutite e mi chiedete di chiamarvi un’ambulanza, io ve la chiamo subito, ma solo perché me l’avete chiesto. E allo stesso modo, se vi prende un infarto con me vicino e non riuscite a parlare, per voi è finita, siete spacciati. Sono capace di farvi morire senza alzare un dito, continuando a chiedere semplicemente: Che hai? Che ti senti? Che c’è?, finché non crepate lì davanti a me. Non è per cattiveria, sia chiaro, è che non lo so proprio.

Allora presi la mano alla signora e non dissi niente. Il tipo della cassa era sbiancato nel frattempo. La signora no, a guardarla sembrava la più sana fra noi tre:

“Signora ci può dire che cosa si sente?”, chiese il tipo della cassa.

“Non lo so, mi sento che sto per morire. Non vedo più niente, è tutto annebbiato, non mi sento più la parte sinistra del corpo, la gamba sinistra mi formicola tutta, il braccio sinistro non lo sento per niente.”

“Ma si sente male come se stesse per svenire?”, chiesi io preoccupato a quel punto. Non sono un dottore ma gli accidenti che mi venivano in testa per quei sintomi che aveva descritto erano uno peggio dell’altro: infarto, paralisi, ictus… A un tratto pensai che la signora avrebbe davvero potuto morire lì davanti a me, mentre le tenevo la mano e le stavo parlando. Mi sembrava impossibile che stesse davvero succedendo, mi sentivo come in un sogno.

“No, svenire no, mi sento completamente cosciente, ma non sento più la parte sinistra del corpo e non vedo quasi niente”, disse lei.

Nel frattempo intorno a noi si erano radunate un po’ di persone che guardavano la scena: c’era chi consigliava altri bicchieri d’acqua, chi diceva che l’ambulanza c’avrebbe messo troppo ed era il caso di correre subito all’ospedale in macchina, chi sosteneva l’esatto contrario:

“Non bisogna muoverla”, disse un tizio in tono perentorio, come se si trattasse di un incidente stradale. Uno aveva addirittura consigliato di farla sdraiare su un tavolo finché non arrivava l’ambulanza.

Mentre stavano ancora discutendo su quello che era meglio fare, una voce alle mie spalle disse: “Fate passare, fate passare!”. Mi girai e vidi due infermieri che spingevano una barella. Appena dietro di loro c’era una signora in camice bianco: quella era la più brutta dottoressa che avessi mai visto in tutta la mia vita.

“E’ arrivata l’ambulanza signora, stia tranquilla”, dissi lasciandole la mano.

La dottoressa si avvicinò: “Signora mi può dire che cosa si sente?” e girandosi verso di me: “Adesso ci pensiamo noi, faccia allontanare tutta questa gente, qui manca l’aria”. Adesso ci pensavano loro? E chi li poteva ringraziare, quella era la frase più bella che avevo sentito nell’ultima mezz’ora.

Mentre caricavano la signora sulla barella, incredibilmente dissi: “Signora, vuole che venga con lei?”. Era la frase migliore vista la circostanza ed era incredibile che la stessi dicendo proprio io.

“Sì, grazie”, disse la signora.

“Va bene, andiamo. Lei ci segua in macchina”, mi disse la dottoressa più brutta del mondo.

“No, io salgo in ambulanza con voi”, le risposi secco.

“Questo non…”, iniziò lei.

“Non è il momento de discute, un posto c’è in ambulanza, nun c’è problema”, intervenne uno dei due infermieri sforzandosi di parlare in italiano.

Gli infermieri cominciarono a spingere la barella verso l’ambulanza, io rimasi un po’ indietro con la dottoressa: “Che cos’ha la signora?”, le chiesi.

“Non lo sappiamo ancora”, rispose lei senza guardarmi. Era chiaro che ce l’aveva con me per il fatto che sarei salito con loro in ambulanza. Avrei voluto fare altre domande ma lasciai stare.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(6)

6

Appena dentro l’ambulanza mi guardai intorno cercando un posto dove sedermi. Non osavo chiedere niente a nessuno perché era chiaro che ero un ospite scomodo lì dentro. Uno dei due infermieri stava tirando fuori l’apparecchio per misurare la pressione, la dottoressa si stava mettendo lo stetoscopio alle orecchie, l’infermiere con l’accento romano aveva appena chiuso la porta gridando verso l’autista: “Vai!”. L’autista partì a razzo e a momenti finivo con la faccia sopra la bombola dell’ossigeno, al che ne dovevano ricoverare due.

“Se sieda qua”, mi disse l’infermiere con l’accento romano indicando un piccolo spazio a fianco a lui.

Non vedo niente!”, disse la signora.

“Stia calma signora, la vede la mia mano?”, le disse la dottoressa piazzandole la mano più brutta del mondo a due centimetri dal naso.

“No, no! Non vedo più niente!”, disse la signora con tono allarmato per la prima volta dall’inizio di tutta la faccenda.

“Signo’, dentro l’ambulanza ce stiamo io, l’artro infermiere, il signore che l’accompagna e la dottoressa: nun se sta a perde niente”, disse il mio infermiere preferito. Ecco uno che volevo avere nella mia ambulanza se mi fossi sentito male.

“E’ vero”, dissi io verso la signora. “Non si preoccupi, stiamo per arrivare all’ospedale. Vuole che avvisi qualcuno dei suoi familiari? Posso chiamare il negozio e dire a loro di chiamare casa sua per avvisarli.”

“Sì grazie, sì, mi farebbe un grande piacere”, disse la signora. “Oddio… mi scusi per tutti i problemi che le sto dando oggi, non mi era mai successa una cosa del genere”.

“Non lo dica nemmeno, si rilassi, adesso ci penseranno i dottori e sistemeranno tutto”, dissi io.

Appena arrivati in ospedale la signora sparì con la dottoressa e i due infermieri dietro la porta del pronto soccorso e io mi ritrovai da solo nel piazzale davanti la porta d’ingresso. Dovevo chiamare il negozio per avvisare e dovevo accendermi una sigaretta. Nell’ultima ora era successa qualunque cosa e lo stress mi stava piombando addosso tutto insieme. In una parte lontanissima del mio cervello una vocina provò a farsi sentire, ma quello che stava dicendo non mi piaceva per niente. Voleva parlarmi della mia storia d’amore: Non è il momento!, pensai, e chiamai immediatamente il negozio della signora. Sapevo che avrei trovato qualcuno anche se era l’ora di pranzo, perché il negozio faceva orario continuato e di solito commessi e impiegati mangiavano un panino a turno. Gli storici del futuro potrebbero tranquillamente riassumere la nostra epoca in uno slogan: Non ci fermiamo mai. A volte penso proprio di essere nato nel momento sbagliato.

Al negozio mi rispose una commessa e mi feci passare la segretaria nell’ufficio. Le spiegai la situazione e le chiesi di avvisare la famiglia. Quando mi chiese che cosa avesse la signora le risposi che aveva diversi sintomi e che la stavano visitando: non sapevo che cos’altro dire. Lei rispose che avrebbe immediatamente avvisato la famiglia e poi sarebbe venuta in ospedale. Risposi che mi sembrava una buona idea e la salutai.

Dopo poco arrivarono i familiari della signora, che nel frattempo era stata ricoverata nel reparto di Medicina generale. Andai a vedere come stava e a salutarla. Le dissi che sarei comunque ripassato a trovarla se fosse rimasta lì e le chiesi che cosa le avevano detto i dottori. La buona notizia era che nel frattempo le stava tornando la vista e sentiva di nuovo il braccio sinistro. I dottori erano ancora vaghi, stavano facendo tutti gli accertamenti, sarebbero stati più precisi dopo aver avuto i risultati.

La signora rimase ricoverata un paio di giorni durante i quali la rivoltarono come un calzino. Alla fine conclusero che si era trattato di un attacco di emicrania oftalmica, dovuta molto probabilmente ad un eccesso di stress. Oggi qualunque cosa ti succede ti dicono che dipende dallo stress. Le consigliarono comunque di rivolgersi a uno psichiatra e le dissero che avrebbe potuto avere bisogno di psicofarmaci per controllare gli eccessi di stress in futuro. Bella merda.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(7)

7

Quando tornai a casa ero stravolto dalla stanchezza. Mi sentivo come se avessi lavorato per cinque giorni di seguito senza fermarmi mai. E c’era qualcosa di peggio, mi sentivo triste e depresso. Avrei dovuto incontrare Gea la settimana successiva, ma questo pensiero non mi consolava per niente. Mentre aspettavo l’ascensore per salire verso il pianerottolo di casa, feci un riepilogo veloce della mia vita e non mi piaceva per niente quello che stavo guardando. Non c’era niente che mi piacesse, nemmeno una cosa, nemmeno Gea senza mutandine, niente. Mi stava sfuggendo tutto di mano, stavo vivendo una vita che non sentivo più mia. La stavo guardando e mi sembrava la vita di un altro.

Infilai la chiave nella serratura e proprio mentre aprivo la porta, nella mia testa saltò fuori la vocina che voleva parlarmi in ospedale:

Hai cannato, disse.

La mia storia non c’era più, avevo lasciato un pessimo ricordo alla persona che per me contava più di tutte, il mio cervello era ridotto a una centrifuga di pensieri sconnessi, sul lavoro non riuscivo a concentrarmi e la mia vita stava andando a puttane. Avevo cannato alla grande.

Il ritrovamento di questo pezzo apriva un problema assolutamente nuovo per me: la condivisione. Non c’era modo di scavalcare questo passaggio, era una parte stessa del tassello. Per elaborare a fondo quel pezzo avevo bisogno di un aiuto, dovevo rivolgermi all’esterno.

La vera novità del nuovo corso fu l’ingresso del Pubblico. Fino ad allora c’erano stati due attori, una storia, un inizio e una fine. Era arrivato il momento di aprire i cancelli al pubblico. Lo spettacolo stava per andare in scena dopo la fine, strano no? Mica tanto.

Procurai il pubblico. Il nuovo corso passò attraverso la condivisione dei miei pensieri con chiunque capitasse a tiro. E questa novità non fu una cosa da poco per me. Di solito non condivido nessuno dei miei pensieri davvero importanti. Quando vuoi dividere un pensiero importante con qualcuno, la gente ragiona come il cazzo. Non dicono mai la cosa giusta al momento giusto, questo succede solo nei film, nella vita non succede mai.

La prima persona in assoluto con cui parlai della mia storia d’amore fu la segretaria dell’ufficio dove lavoro. Con lei ho sempre avuto un’amicizia particolare. Faccio parte di quelli che non credono all’amicizia tra uomo e donna, ma con lei sono amico nel senso stretto del termine. E questa è l’eccezione che conferma la regola.

Giusy diventò da subito una fan accanita della mia Ex-Lei. La adorava letteralmente, faceva un tifo sfacciato. Non c’era una sola cosa dove mi dicesse che avevo ragione, non una. La frase più ricorrente durante i miei racconti era: Che Grande, riferito a Lei ovviamente. Giusy non era di grande aiuto, c’era già un avvocato con le palle dentro di me che difendeva la parte avversa. Questo avvocato era un tipo cattivo di suo, molte volte mi sbatteva con le spalle al muro durante le mie notti insonni. Non aveva certo bisogno di assistenti esterni, mi sembrava che si stesse esagerando.

Nonostante questo continuai a parlarne con lei. Parlare con lei mi serviva, perché mi resi conto che insieme al mio puzzle stavo costruendo un muro tra me e il mondo esterno. Stavo lentamente ma inesorabilmente scivolando verso un isolamento completo e questo non andava per niente bene. Era come se mi fossi chiuso in un buco e stessi costruendo un muro dall’interno.

Giusy e Gea mi aiuteranno a uscire dal Buco, pensai. Ognuna a modo suo, loro due mi tireranno fuori da qui dentro.

Ma nessuna delle due avrebbe fatto niente del genere, perché la cosa che ancora non mi era chiara era il fatto che io volevo stare in quel buco, perché quello era l’unico posto dove mi sentissi veramente al sicuro. Quella era la mia cella d’isolamento nella coscienza e nessuno può raggiungervi in una cella d’isolamento chiusa dall’interno. Nella mia cella ero invulnerabile. Il muro era già bello che finito a quel punto.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(8)

8

La mattina che andai a prendere Gea alla stazione dei pullman avevo una faccia che sembrava appena uscita dalla centrifuga di una lavatrice. La notte non avevo dormito e la mattina appena alzato mi sarei voluto svitare la testa per sostituirmi la faccia con qualcosa di meno sgualcito.

Quando arrivai davanti allo specchio in bagno mi diedi un’occhiata: Che faccia di cazzo, quello fu il primo pensiero della giornata. L’ideale per un primo appuntamento, complimenti. Comprereste una macchina da quest’uomo?, pensai guardandomi nello specchio.

No, disse la parte sana del mio cervello. E allora vaffanculo, risposi a me stesso. Poi feci il possibile per sistemarmi al meglio. Certe volte una doccia fa miracoli. Quella mattina no.

Gea arrivò su un pullman rosso a due piani, come quelli inglesi. Veniva dal sud, la città è inutile che ve la dico. Quei pullman erano la mia passione da bambino, volevo sempre stare al primo posto davanti al vetro al piano di sopra. Recentemente ho sentito al telegiornale che un pullman di quelli è andato a sbattere contro la volta superiore dell’ingresso di una galleria e ci sono stati diversi morti nell’incidente. I morti stavano tutti al piano di sopra. Dopo questa notizia ho cambiato idea sui pullman a due piani.

C’eravamo scambiati le foto con Gea, ma la gente di persona è sempre diversa. Lei poteva essere così diversa che non riuscivo a riconoscerla? Cominciavo a chiedermelo, perché da quel pullman continuava a scendere gente e lei non riuscivo a vederla.

“Sei Massimo?”, mi sento dire a un certo punto dietro le spalle.

Mi giro e la vedo: “Se tu sei Gea, io sono Massimo”, okay okay, questa me l’ero preparata.

Lei scoppiò a ridere e mi abbracciò. Entrammo subito in confidenza, e questo mi piaceva. Erano le 9.30 della mattina e la giornata stava cominciando veramente bene. Dopo cinque minuti che parlavamo Gea non lo sapeva, ma nella mia testa era già stata spogliata, misurata, valutata, provata, girata, rigirata e tutto quello che riuscite a immaginare più un po’.

Ci fermammo a fare colazione in un autogrill in autostrada. Dopo la colazione lei mi chiese una sigaretta:

“Mi porti a casa tua?”, mi chiese mentre gliela accendevo.

“Sì certo, ma avevo pensato che prima volevo farti vedere…”

“Ho voglia di te, è più di un mese che aspettiamo, non voglio vedere niente adesso. Portami a casa tua”, disse senza aspettare che finissi di parlare.

A me queste cose dette così sfacciatamente mi mandano completamente in confusione, mi spengono il cervello e non riesco a dire più niente.

Dissi solo: “Andiamo”. Mi ricordo che la presi per mano e la portai verso la macchina. Questa cosa me la ricordo perché di solito non prendo per mano nessuno.

Prima di arrivare a casa lei mi chiese di fermarmi da un tabaccaio che vendesse le ricariche per i telefonini. Doveva ricaricare il telefonino e chiamare il suo ex marito. Lo doveva chiamare perché era a lui che aveva lasciato sua figlia per venire a trovare me. Gli ex mariti non sono mai del tutto ex. A volte penso che i mariti diano meno fastidio degli ex mariti. Sto dicendo che secondo me quelli che hanno una relazione con una donna sposata, hanno meno problemi con il marito di quanti non ne abbia uno che ha una relazione con una donna separata. Insomma gli ex mariti stanno sempre tra le palle, i mariti no. Quelli non sanno nemmeno che esisti.

“Adesso lo chiamo, gli chiedo se è tutto a posto e poi abbiamo tutto il tempo per noi amore”, disse Gea appena ricaricato il telefonino. Ma naturalmente le cose non andarono così, perché lei lo chiamò e lui disse qualcosa tipo:

“Sì sì, qua è tutto a posto, pensa a scopare tu che a nostra figlia ci penso io”.

Non vi dico la reazione di lei. Cominciò a urlare nel telefono che non era certo venuta a divertirsi da queste parti! LUI sapeva BENISSIMO che era venuta per un VIAGGIO DI LAVORO! E lei proprio NON RIUSCIVA a capire COME potesse dirle una cosa del genere, quando era PROPRIO LUI che SPARIVA DALLA FACCIA DELLA TERRA per mesi INTERI senza MAI farsi sentire dalla figlia!

La conversazione durò una decina di minuti in tutto, durante i quali io sarei voluto sparire dalla faccia della terra. Assistere a discussioni del genere mi mette sempre in imbarazzo, anche perché a volte mi trovo d’accordo con la tesi sostenuta da qualche ex marito e questo non lo posso certo raccontare in giro.

Alla fine della telefonata feci un lungo giro con la macchina perché già avevo capito che avrei dovuto subire un paio d’ore di scosse di assestamento da parte sua. In queste situazioni di solito mi limito a fare su e giù con la testa, aspettando che passi il peggio.

Poi andammo a casa e restammo chiusi dentro fino all’ora di pranzo del giorno dopo. Avrei voluto portarla a cena da qualche parte la sera, ma vi assicuro che dentro casa mia stavano succedendo cose molto più interessanti di qualunque cena abbiate mai fatto in vita vostra.

Durante quel primo incontro passammo molto più tempo dentro casa che fuori. Lei mi piaceva, io le piacevo: di solito è più che sufficiente. Ma tra noi c’era qualcosa di più già da quella prima volta, già prima di quella prima volta. Non dico che ero innamorato, direi una bugia. Ma non sarebbe una bugia molto grande. Solo un po’.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(9)

9

Il lunedì mattina riaccompagnai Gea alla stazione dei pullman. Tutto quello che mi ricordo di quella mattina è che eravamo letteralmente distrutti. Venivamo fuori da una non stop sessuale di due giorni e lo portavamo scritto in faccia. Ci salutammo con la promessa di rivederci presto, molto presto.

Durante il viaggio di ritorno verso casa la macchina mi lasciò a piedi sull’autostrada. Chiamai il carroattrezzi perché la questione sembrava seria. Mentre aspettavo il soccorso, mi chiesi chi mi sarebbe capitato questa volta. Mi trovavo più o meno nella zona in cui qualche anno prima mi soccorse un tipo piuttosto simpatico. E’ importante che ti arrivi un soccorritore simpatico quando stai smadonnando, certe volte fa la differenza. Be’ quell’altra volta il problema era completamente diverso, ma il tipo del carroattrezzi riuscì lo stesso a lasciarmi qualcosa a cui pensare.

Era successo che avevo fatto un paio di piroette con la macchina sull’asfalto, dopo essere stato tamponato da un signore che dichiarò alla polizia: Stavo cambiando la cassetta nello stereo, non guardavo la strada e non l’ho visto. Cambiava la cassetta nello stereo a 150 chilometri orari.

Mi prese in pieno da dietro e la macchina cominciò a sbandare violentemente. Dopo un paio di sbandate in cui ero ancora convinto che sarei riuscito a controllarla, la macchina si intraversò smentendomi clamorosamente, dopodiché decollò letteralmente da terra e cappottò un paio di volte prima di fermarsi in un canaletto di scolo laterale. Si fermò dritta e completamente distrutta. Io non mi feci nemmeno un graffio. Quando scesi dalla macchina sembravo quello che avrebbe dovuto soccorrermi.

Il tipo che guidava il carroattrezzi, dopo aver recuperato quello che restava della macchina, svitò le targhe: Stamattina sei uscito con la macchina, stasera rientri con le targhe, disse mentre me le dava.

Questa cosa può sembrare sgradevole detta a qualcuno che era nelle condizioni in cui ero io, ma lui non lo disse per dire una cosa sgradevole. Lo disse come per rifletterci sopra, come se avesse pensato ad alta voce. Certe volte non è quello che dici, è come lo dici.

Speravo che arrivasse lui anche quel giorno, ma non fui così fortunato. Arrivò uno con la faccia più lunga della mia, era uno di quelli perennemente incazzati con il mondo e tutto quello che c’è sopra. Quelli che vi trasmettono la tensione anche a dieci metri di distanza.

Recuperò la macchina e mi accompagnò all’officina Alfa Romeo da cui andavo di solito. Lo pagai e lo salutai. Come si dice? Senza rimpianti.

Il meccanico dell’Alfa guardò la macchina, fece qualche test e scosse la testa:

“Qui ci vogliono almeno un paio di giorni di lavoro”, sentenziò.

Che potevo fare? Il capo era lui, gli lasciai la macchina e tornai a casa a piedi. Dall’officina erano più o meno una ventina di minuti di strada camminando lentamente. La passeggiata fu un’esperienza nuova in un certo senso. Ero talmente schiavo della macchina da non rendermene conto fino a quando non rimasi senza. La nuova esperienza mi piacque al punto che decisi di uscire a piedi anche nei giorni successivi.

Vidi più cose in quei due giorni a piedi che in tutta la mia vita passata di automobilista. La prima giornata che mi ritrovai senza macchina, dopo dieci minuti che camminavo mi sentivo così bene che decisi di prendermi un giorno di ferie dal lavoro solo per camminare. Mi fermai, chiamai Giusy in ufficio per avvisarla e ricominciai a camminare.

C’erano due negozi nuovi (perlomeno per me lo erano) all’angolo della strada, a non più di duecento metri da casa mia, ma per me potevano essere duecento chilometri perché fino a quella mattina non li avevo mai visti. Ma la cosa che mi mise definitivamente KO per tutta la giornata erano quei due cavalli: sembravano usciti dal pennello del più geniale degli artisti, non sembravano neanche veri tanto erano belli nella loro semplicità. Due cavalli stesi sull’erba, una puledra che allattava il suo piccolo. Mi sentivo come se avessi appena visto la cosa più bella di tutta la mia vita.

Mentre continuavo a guardarmi intorno, mi venne in mente che mi trovavo a non più di venti minuti di strada da un posto in cui andavo sempre quando ero piccolo. Era un guado del fiume Cosa, un rigagnolo di acque puzzolenti che da bambini chiamavamo La Cosa, ed in quel punto era possibile attraversarlo saltando su tre o quattro sassi (non ricordavo con precisione il numero), per passare da una parte all’altra del fiume. Decisi di andare a vedere se era ancora tutto così. Arrivato in prossimità del guado ritrovai immediatamente il sentiero fangoso che conduceva dritto dritto al fiume. Accelerai il passo, ero impaziente di vedere se quei sassi fossero ancora al loro posto.

E c’erano.

Incredibilmente trovai tutto come l’avevo lasciato venti anni (secoli?) prima. Gli stessi odori, gli stessi sassi, lo stesso fango, la stessa acqua, perfino i detriti che si dibattevano sul fondo alto non più di mezzo metro, sembravano essere gli stessi. Guardai i sassi posati nell’acqua e saltai sul primo più vicino a me. Guardai il fiume, e mi venne l’impulso di prendere un sasso dalla riva e lanciarlo nell’acqua, solo per il piacere di sapere che una traccia del me stesso di venti anni più vecchio avrebbe potuto ritrovare un equivalente sasso lanciato lì dentro dal bambino che ero stato. Mi venne l’impulso, ma ero incantato dai ricordi. Stavo ripensando ai momenti felici passati a scoprire quelle meraviglie che solo un bambino avrebbe potuto trovare in quell’ammasso di rifiuti che mi circondava. Non volevo interrompere il ricordo, e non lo feci, ripromettendomi di lanciare il sasso più tardi. Ma i ricordi presero il sopravvento e alla fine mi dimenticai di lanciare il sasso.

Passai dall’altra parte del fiume, e decisi che già che ero lì e che sarei dovuto tornare indietro a piedi, tanto valeva fare un salto anche in un altro posto. Era un prato che si trovava lì vicino, il prato delle Case Bianche.

Noi da bambini chiamavamo quel posto così perché era sovrastato da un enorme palazzone bianco, e i ragazzi che ci abitavano erano Quelli delle Case Bianche. Quelli delle Case Bianche erano terribili, erano il terrore della mia infanzia e di quella dei miei amici, il nostro incubo. Erano ragazzi di un paio d’anni più grandi di noi, ma a dodici anni due anni di età in più possono equivalere alla differenza tra un lottatore di Sumo e una scamorza. Ritrovai anche il prato, con qualche cespuglio di troppo, ma era lì. Era lo stesso prato in cui avevamo giocato a pallone, litigato, fatto a botte, fumato e riso a crepapelle. Era lui, non c’era nessun dubbio. Ricordavo perfino gli odori, quegli indimenticabili fiori della memoria che avevo tanto respirato da piccolo, senza sospettare che sarebbero rimasti dentro di me così a lungo. In quel momento avevo dodici anni.

Improvvisamente il prato si popolò di bambini che non c’erano, ma che c’erano stati venti anni prima. C’era anche una bambina seduta sull’erba, aveva undici anni, si chiamava Claudia. Era venuta per guardare me. Un giorno mi venne vicino e mi regalò una conchiglia con dei disegni sopra: I disegni li ho fatti io, mi disse. Ne ho disegnate quattro, questa è la più bella. Claudia mi piaceva da morire, ma non gliel’ho mai detto. Chissà che fa adesso Claudia, pensai. Chissà se disegna ancora sopra le conchiglie.

La partita che non c’era cominciò:

“Sì ma se giocano insieme Paolo e Gerardo le squadre sono SBILANCIATE!”, “MA che cazzo dici!! NON era rigore!!!”, “Passa la palla!!”, “Era Gol!! VAFFANCULO ERA GOL!!! La palla è entrata, non dire CAZZATE!”.

Accesi una sigaretta e fumai guardando il prato vuoto, con la voce e le urla di quei bambini nelle orecchie e il film di una vecchia partita di calcio proiettato dal mio pensiero su quell’immenso schermo verde.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(10)

10

Devo confinare Il Ricordo, pensai. Ero steso sul letto di casa: Devo confinare Il Ricordo. Avevo appena trovato il mio nuovo tassello.

Ma dire che era nuovo non è esatto. Più che di un nuovo tassello si trattava di un vero e proprio rigurgito di memoria. Vi ho già parlato delle due stanze in cui avevo sistemato tutti i ricordi di quella storia. Adesso vi devo dire che quando ritrovai quel pezzo del puzzle, probabilmente fui troppo ottimista pensando di liquidare la questione in quattro e quattr’otto. Perché quello non era un unico pezzo, erano due pezzi in uno. C’erano i ricordi che riguardavano me e quelli che riguardavano Lei. Per quanto riguardava i primi ero più o meno a posto (almeno fino a quel momento, perché in seguito come vedrete avrei rigurgitato anche quelli per rielaborarli, come fa la pecora con l’erba), ma i ricordi di Lei, be’ quella era tutta un’altra storia. Quelli non erano sistemati per niente, pulsavano come una ferita fresca di giornata.

Arrivai alla conclusione che o confinavo Il Ricordo o Il Ricordo avrebbe confinato me, non c’erano alternative. Il Ricordo era Lei, chiusa in una delle due stanze che contenevano me stesso. La stanza più dolorosa delle due. Era tutta Lei. Era tutto quello che mi tornava in mente all’improvviso, come una secchiata d’acqua gelata in piena faccia. Era quello che era capace di dire, quello che era capace di fare. L’assenza di tutto quello mi stava annientando e qui non sto parlando di nostalgia, la nostalgia non rende l’idea. Era come se qualcuno vi ficcasse la testa in un sacchetto di plastica e cominciasse a stringere sempre di più fino a farvi mancare l’aria. A quel punto dire che avreste nostalgia dell’aria sarebbe quantomeno riduttivo.

Dovevo assolutamente confinare Il Ricordo, dovevo seppellirlo. Ma dove potevo confinarlo? Mi seguiva ovunque, era sempre con me, non mi lasciava mai un minuto, niente. E c’era anche un’altra cosa: cominciavo ad essere stanco di seppellire quello che mano a mano veniva a galla. Tra scavare per ritrovare e scavare per seppellire, stavo spalando terra da quasi un anno ormai e mi dovete credere se vi dico che cominciavo a essere veramente stanco.

Il Ricordo mi incantava: era bello come guardare una stella cadente che dura dieci minuti. Di una bellezza capace di annientarmi, perché era una bellezza che apparteneva al passato e poteva rivivere solo nei miei pensieri.

Devo confinarlo, pensai: Devo confinare Il Ricordo. Il telefono squillò da qualche parte dentro casa mia.

Uno

Per prima cosa cominciai a contare gli squilli mentalmente. Lo faccio sempre quando non ho il telefono vicino, per capire che margine mi resta per trovarlo prima che quello che sta dall’altra parte riattacchi.

Due

Scattai a sedere sul letto, guardai per terra cercando le pantofole che ovviamente si trovavano dall’altra parte, allora mi alzai scalzo e

Tre

mi diressi nella direzione da dove provenivano gli squilli: non riuscivo a ricordarmi dove avessi lasciato il maledetto telefono. Lo squillo proveniva dalla

Quattro

direzione della cucina. Entrai in cucina, diedi uno sguardo veloce e mi ricordai che non ero proprio stato in cucina da quando ero tornato a casa. Il salotto!, pensai. Il salotto si trova

Cinque

di fianco alla cucina. Entrai e finalmente vidi il telefono sul divano. Di solito arrivo sempre in tempo per rispondere nell’attimo esatto in cui quello che sta

Sei

dall’altra parte riattacca. Quella volta non fu così:

“Pronto?”, risposi col fiato corto.

“Ciao amore, ti disturbo? Sei impegnato?”. Gea faceva sempre due domande alla volta.

“Ciao, no che non mi disturbi”, ero appena stato salvato dai gorghi del Ricordo. Mi avrebbero tirato a fondo molto in fretta senza quella telefonata.

“Che stavi facendo?”, mi chiese lei.

“Stavo preparando la cena”, stavo per suicidarmi l’anima pensando a Lei.

“Oggi sono stata in centro, ho comprato un completino intimo che non vedo l’ora di farti vedere”. Il sesso era una costante nei discorsi con Gea, e molto spesso riusciva a ingripparmi il cervello con quello che mi diceva. Il sesso è un’ottima cosa, soprattutto quando lo fai con una persona complice. E’ una questione di intesa reciproca, di sapere cosa vuole l’altro, come lo vuole, dove lo vuole, per quanto tempo e via così. Tutte cose che non puoi costruire in un rapporto occasionale.

“Non vedo l’ora di vedertelo addosso”, dissi io.

“Amore io ho pensato una cosa”, era partita in quarta lo sentivo dal tono della voce. Mi accomodai sul divano aspettando di sentire a che cosa aveva pensato.

“Dimmi”.

“Ti ricordi prima di conoscerci che ti avevo chiesto se ti andava di fare sesso al telefono?”.

“Sì mi ricordo, ma adesso non è il momento, sono stanco, fa caldo e…”

“No no, non voglio farlo adesso”, mi interruppe lei. “Ho pensato di farlo in un altro modo. Hai presente che sotto casa tua ci sono quelle panchine dietro gli alberi che si vedono dalla finestra della tua camera da letto?”.

“Sì”, ero proprio curioso di sentire che novità era stata capace di partorire.

“Ecco, io ho pensato che la prossima volta che vengo da te, verso le due di notte quando lì sotto non c’è nessuno, potrei sedermi su una di quelle panchine. Potrei indossare una minigonna e tu mi guarderesti dalla finestra mentre stiamo al telefono, e poi parlando potremmo vedere dove vanno a finire i nostri discorsi”. C’era poco da vedere dove andassero a finire i discorsi: erano già ingabbiati in un senso unico obbligato. Sul cartello d’ingresso c’era scritto: Sesso telefonico con Gea seduta sulla panchina e Massimo affacciato alla finestra come un ebete masturbatore.

“Scusa Gea, ma non capisco il motivo di tante complicazioni. Se tu sei qui da me, che bisogno c’è di andare sulla panchina e fare sesso a cinquanta metri di distanza con un telefono, se possiamo fare l’amore come tutte le persone normali del mondo?”. Fu una risposta un po’ dura lo so, ma volevo che si togliesse quell’idea dalla testa.

“Ma amore non c’è nessun bisogno, solo che mi piacerebbe provare, ecco. Poi non dobbiamo arrivare fino alla fine, io potrei salire da te appena sentiamo che è il momento e faremmo l’amore”, insidiosa no?

“Gea non so che dirti in questo momento, semmai ne riparliamo quando ci rivediamo.”

“Ma tu mi vuoi rivedere?”, mi chiese senza nessun motivo al mondo.

“Certo che ti voglio rivedere, cosa c’entra adesso questo? Voglio rivederti, ma il sesso al telefono non mi convince molto, è tutto qui.”

“Va bene, allora visto che ne parliamo, quando ci rivediamo?”

“Oggi è mercoledì, sabato prossimo c’è il compleanno di un mio amico, potremmo vederci l’altro fine settimana.”

!”, disse lei. Il suo entusiasmo mi piaceva da morire. E anche la sua iniziativa con quella storia del sesso telefonico, anche quella mi piaceva. Il sesso al telefono in sé no, ma l’iniziativa, quel suo modo di pensare a diversi modi di fare l’amore con me, quello sì che mi piaceva.

La telefonata durò ancora un po’, con i soliti argomenti di cui parlano due persone che hanno una storia. Ve li risparmio, il repertorio lo conoscete senz’altro a memoria.

Finita la telefonata andai davvero a preparare la cena. Il mio match con Il Ricordo era stato interrotto dal gong e restava tutt’ora sospeso. Sul tabellone che campeggiava sopra il ring all’interno della mia testa scorreva una scritta rossa:

INCONTRO SOSPESO. RINVIATO A DATA DA DESTINARSI.

Tutti a casa, per oggi non si festeggiano vincitori.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(11)

11

Il mio lavoro in qualche modo andava avanti. La mia vita sentimentale no, quella era praticamente azzerata. Il coinvolgimento iniziale con Gea declinò molto in fretta. Dopo il primo fine settimana di sesso intenso, il pensiero di lasciarla non mi faceva più né caldo né freddo. Potevamo continuare a vederci, se ne poteva andare, la potevo lasciare, poteva succedere di tutto: la cosa non mi riguardava più di tanto, era così che la sentivo dentro.

Ogni tanto parlavo con Giusy, ogni tanto parlavo con qualche altro amico, qualche sera uscivo, altre sere restavo a casa. A volte mangiavo, a volte no. Era arrivato un Sostituto nella mia vita, una specie di riserva che stava in panchina senza che nemmeno lo sapessi. Al momento giusto questa riserva era entrata in campo di sua iniziativa, da parte mia gli avevo lasciato carta bianca. Poteva fare e disfare a suo piacimento, io non avevo tempo né per pensare a quello che stava facendo né per occuparmene direttamente. Io stavo nel Buco e dovevo lavorare, questo lo sapete.

C’è un vantaggio nel perdere quello che non vi potete permettere di perdere: il vantaggio è che comunque vada, non potrà andarvi peggio. Non dico quando hai perso tutto, sto dicendo quando hai perso più di tutto, che cosa ti può capitare ancora? Quando sei sul fondo può solo capitarti di risalire. O di restare a fondo. Insomma male che vada pareggi, non puoi più perdere e questo è un punto a favore. Ma la notte non dormivo lo stesso. Stavo pareggiando.

Gea era molto innamorata. Era così innamorata che non riusciva nemmeno a percepire la mia indifferenza. E’ una bella forma di amore questa. E’ quella che ti mette al riparo da tutto, quella che ti coinvolge così tanto da non permetterti di guardare all’esterno, quella che ti protegge da quello che non vuoi vedere, sapere, capire. Lei ogni volta che veniva aveva una novità e non erano solo novità sessuali. Aveva novità in cucina, aveva idee sempre nuove su dove andare, cosa fare, come organizzare le giornate e le serate. Era un vulcano di idee e probabilmente faceva tutto quello solo per fare colpo su di me, per coinvolgermi come era coinvolta lei. Ma riusciva ad accendere solo fuochi di paglia dentro di me, e la paglia brucia forte ma finisce in fretta. Ogni volta che ripartiva per me era come se non fosse mai venuta. Il mio Sostituto non se la cavava bene in questioni di cuore e io meno di lui. Tutto sommato Gea era stata abbastanza sfortunata.

Dopo cinque mesi la lasciai. Lei telefonò a un mio amico chiedendo spiegazioni. Non riusciva a capire perché l’avessi lasciata. Il mio amico ne sapeva meno di lei, e io ne sapevo meno di tutti. Credo che alla fine lasciai Gea perché non l’amavo e questo mi sembra un ottimo motivo. Ma la lasciai anche perché era arrivata la primavera e volevo restare da solo per prepararmi all’estate. Provate voi a spiegare a qualcuno una cosa del genere se ci riuscite. Eppure era così.

Stava tornando l’estate, La Stagione. Volevo prepararmi per lei, volevo essere pronto, volevo uscire dalla mia cella d’isolamento. Volevo più di un’ora d’aria, mi mancava la mia libertà, il mio modo di fare le cose, il mio modo di vivere, di parlare, avevo nostalgia di tutto. Mi mancava me stesso: dovevo sgombrare il campo per organizzare la mia evasione dal Buco.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(12)

12

Passai l’estate successiva con Lara, fino a settembre. Eravamo io e Lara Croft, dovevamo ammazzare un sacco di cattivi in giro per il mondo e passai l’estate in quel modo. Lara era stata un regalo di Gea, una delle cose buone che aveva lasciato nella mia vita. A pensarci oggi, Gea mi lasciò solo cose buone: un bel ricordo, la passione per Tomb Raider, delle buone ricette e qualche altra cosa.

Lara Croft era la mia donna ideale: non parlava mai, non chiedeva niente, non si aspettava niente, non pretendeva che tu le dicessi in continuazione quanto la amavi e quanto era bella, non ti chiedeva nemmeno di essere fedele, niente. Lei era lì, sempre pronta quando la volevi, non faceva altro che aspettarti nel punto in cui l’avevi lasciata. Lara mi portava via dai miei pensieri, mi prendeva per mano e mi trasportava in un mondo che non c’è, un mondo in cui avevi sempre un’altra possibilità se sbagliavi qualcosa. Lara si prese cura delle mie notti, non mi chiedeva niente e mi dava tantissimo.

A settembre mi resi conto di essermi allontanato dal Buco. Non sapevo dire quanto fossi lontano, ma ero uscito e stavo respirando aria nuova. Il puzzle era rimasto nella mia cella d’isolamento, era incompleto e ogni tanto mi chiamava. Una voce lontana nella memoria, latente. Una specie di sottofondo continuo a qualunque altro pensiero. Non diceva niente in particolare, non chiedeva di essere finito, non mi rinfacciava di averlo lasciato incompleto e non mi metteva nessuna fretta. Si limitava ad emettere un fascio di luce a intermittenza, come quella di un faro.

Sono qui e ti sto aspettando: dobbiamo finire il lavoro, dobbiamo scavare e pensare, dobbiamo frugare. Dobbiamo spolverare i pezzi col pennellino, li dobbiamo elaborare, catalogare, sistemare. Fai con comodo, goditi la libertà provvisoria, quando torni mi trovi qui ad aspettarti. Perché torni, lo so che torni. Dobbiamo finire il lavoro.

Alla fine di dicembre un mio amico fece un incidente con la macchina. Lo ricoverarono in un ospedale di un paese da queste parti. Niente di grave, ma doveva stare ingessato e con la gamba in trazione per un certo periodo di tempo. La seconda volta che andai a trovarlo c’era un’infermiera molto carina che si prendeva cura di lui. Mettete un camice bianco addosso a una donna carina e quello non sarà più un semplice camice bianco, diventerà un mantello sopra un sogno sessuale. Il sogno sessuale sotto il mantello si chiamava Sabrina.

Le visite al mio amico si intensificarono a dismisura dopo aver conosciuto Sabrina. Il giorno che lo dimisero andai a prenderlo e lui mi disse che Sabrina gli aveva chiesto di me. Non doveva dirmi altro: si stava alzando dal letto appoggiandosi alla mia spalla e appena disse questa cosa mi dimenticai che aveva una gamba rotta e mi precipitai nel corridoio sperando di trovarla. Lui ricadde pesantemente sul letto bestemmiando, io a malapena riuscii a sentirlo dal posto in cui mi trovavo con la testa.

Trovai Sabrina due stanze più in là, aspettai che finisse quello che stava facendo e quando uscì dalla stanza le dissi che siccome stavo portando via il mio amico e non saremmo più tornati, forse era il caso di scambiarci i numeri di telefono:

“Non si sa mai”, dissi. Non mi chiedete che cosa significa perché non lo so. Ci scambiammo i numeri e lei mi disse di chiamarla qualche volta se mi andava. Altroché se mi andava.

Adesso farò passare un tempo esagerato prima di chiamarla, pensai, tanto per non farle venire l’idea che le sto sbavando dietro.

Il tempo esagerato furono 48 ore: due giorni dopo la chiamai, quattro giorni dopo eravamo in un bar a fare colazione insieme. Una settimana dopo quello scambio di numeri di telefono, stavo facendo l’amore col mio sogno sessuale. Stavo sfruttando la mia libertà provvisoria al meglio, niente da dire.

Il puzzle nella mia cella d’isolamento continuava a lampeggiare: Io sono qui.

Pensai che non avevo nessuna voglia di richiudermi dentro me stesso per ricominciare a scavare. La mia nuova condizione mi piaceva. Il fatto di respirare aria nuova e dormire la notte mi piaceva. Sabrina mi piaceva, stava nascendo una storia e non volevo rovinare tutto senza motivo.

Se pensate che avrei avuto qualche rimpianto a lasciare il mio lavoro in sospeso vi sbagliate di grosso. Quello era un lavoro tanto duro quanto inutile: non avrebbe avuto nessuna conseguenza pratica sulla mia vita, tranne forse restituirmi una parte di quello che avevo perso per strada. Forse.

Non mi stavo sciroppando tutto quel lavoro perché lo volevo fare o perché pensavo che mi sarebbe servito a qualcosa: lo stavo facendo solo perché non avevo scelta. Ero obbligato a farlo, non potevo sottrarmi, rifiutarmi o nascondermi. E avrei continuato a farlo solo se quell’obbligo fosse tornato a farsi vivo.

E tornò. Per la precisione si presentò senza bussare una sera che stavo facendo il resoconto dei miei miglioramenti prima di mettermi a dormire.

Potrebbe anche essere tutto finito, pensavo. Potrei essermene fatto una ragione, perché no? Alla fine è più di un anno che ci penso sopra.

L’hai tradita, disse una voce da qualche parte dentro la mia testa . Quella fu una coltellata alla schiena. Era un pezzo nuovo, cazzo se lo era. Doveva essere analizzato, catalogato e sistemato. Lo gettai mentalmente nella mia cella d’isolamento, adesso non avevo voglia di occuparmene, ero in libertà provvisoria. Adesso c’era Sabrina, era appena arrivata nella mia vita e volevo concentrarmi su di lei, perché mi piaceva. Poteva diventare una storia importante, certo che poteva. Aveva tutti i numeri per diventare una storia importante da come era cominciata. Magari se tutto fosse andato bene sarei evaso per sempre dal Buco, non sarei mai più tornato lì dentro e non avrei nemmeno dovuto analizzare e sistemare il nuovo pezzo. Magari riuscivo a mandare affanculo il mio puzzle, dal momento che il mio amore aveva mandato affanculo me, perché no?

Perché dobbiamo finire il lavoro, disse ancora la vocina.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(13)

13

La cosa più fastidiosa del mio regime di libertà provvisoria era la mancanza di un senso di appartenenza. Durante il periodo di permanenza nel Buco non potevo rendermene conto, perché il mio senso di estraneità a quello che mi succedeva intorno era totale. Tutto quello che succedeva per me era semplicemente indifferente. Il problema adesso era che nel momento in cui avrei voluto reintegrarmi, il mondo mi appariva come un perfetto sconosciuto. Era come se fossi appena sbarcato da una navicella aliena e i miei compagni mi avessero detto: Questo è il pianeta Terra, da oggi in poi sarà la tua casa, vai e cerca di ambientarti. Per aiutarti ti verrà fornita una nuova identità alla quale dovrai abituarti: questo è il nuovo Te Stesso, e questo è il tuo nuovo pianeta.

Non mi riconoscevo in niente. Non era solo quello che mi succedeva intorno, quello che facevano gli altri, era quello che facevo io. Molto spesso mi trovavo a pensare: Ma io faccio questo? E da quando?

Non riuscivo più a legarmi a niente e nessuno, non riuscivo più a provare una vera passione per niente e nessuna persona al mondo. Mi sentivo vuoto, era come se mi avessero portato via qualcosa per non restituirmela mai più. Un pezzo fondamentale, qualcosa di veramente importante per interagire con il mondo. Non avevo idea di quale pezzo potesse trattarsi, tutto quello che sapevo era che non stava più al suo posto. Qualunque pezzo fosse e dovunque fosse non era più dentro di me.

Sabrina mi piaceva, anche se era strana a modo suo e dopo qualche mese che ci stavamo frequentando cominciai a rendermene conto a mie spese. Mi piaceva, ma sapete che vi dico? Vi dico che se fosse sparita nel nulla in un giorno qualunque e senza nessun preavviso o motivo di alcun genere, tutto quello che avrei fatto sarebbe stato cancellare il suo numero dalla memoria del mio telefonino, punto e basta.

Il mio cuore era precipitato a livello di sussistenza: lui pompava il sangue nelle vene alla giusta pressione per farlo arrivare al cervello, fine. La mia passione, i miei sentimenti, il mio trasporto per quello che vedevo intorno, le mie aspettative con tutte le mie speranze e le ambizioni erano andati completamente a puttane. Non c’era più niente da salvare, era tutto sparito. Al posto dei miei sentimenti era rimasto uno spazio vuoto, visibile da qualunque punto di osservazione guardassi dentro me stesso. Era come affacciarsi alla bocca di un pozzo cercando di vederne il fondo: tutto quello che avevo davanti era un posto profondo, vuoto e completamente buio.

Ma Sabrina scopava da dio. A letto faceva letteralmente i numeri, mi mandava al manicomio. Credo che questo fosse il motivo per cui non la lasciai subito: lasciare una ragazza capace di fare quello che faceva lei era completamente fuori discussione. Il problema fu che dopo un mese che ci stavamo frequentando senza mai litigare, lei fece Il Domandone:

“Ha un senso la nostra storia?”, mi chiese dentro l’ascensore mentre salivamo verso casa.

“Certo che ha un senso, perché me lo chiedi?”, dissi io cercando di assumere l’aria di quello che c’era rimasto male alla domanda. Lei non si fece impressionare per niente:

“Perché ci penso da un paio di giorni e non lo so, è come se tu fossi sempre distaccato, è come se stessimo insieme solo per fare sesso.” Ecco una ragazza che aveva fatto centro al primo colpo, ma non c’era nessuna bambolina in palio per un centro del genere. Quel discorso poteva portare in tanti posti nessuno dei quali avrebbe rappresentato un premio.

“Pensi che io stia con te solo per fare sesso? Vuoi dire questo?”, dissi mentre aprivo la porta di casa.

“No…”, la sua sicurezza stava vacillando e questo era buono, perché mi stava venendo duro, come succedeva ogni volta che entravo dentro casa con lei.

“Non devi pensare cose del genere”, le dissi spingendola verso la camera da letto. “E’ un mese che stiamo insieme e non abbiamo mai litigato, stiamo benissimo insieme. Vediamo di non infilarci dentro pippe mentali senza capo né coda. In un mese non si può capire tutto e non si può avere la sicurezza su tutto”, parlavo fermo davanti a lei al centro del corridoio, a metà tra la cucina e la stanza da letto. “Questi discorsi si avvitano su sé stessi e possono rovinare tutto in un attimo. Voglio fare l’amore con te”, le dissi baciandola.

E sembrerà strano ma quella sera era davvero così, non volevo fare solo sesso. In quel preciso istante, proprio mentre la stavo baciando al centro del mio corridoio, dritto davanti a lei con una mezza verità nell’aria e una mezza bugia in tasca, volevo davvero fare l’amore con lei. Mi sentivo perso e a tratti impaurito, nonostante la mia ostentata sicurezza. Volevo ritrovare la strada per i miei sentimenti, volevo riempire quel pozzo vuoto, profondo e buio. Volevo amarla, in quel momento volevo amarla con tutto me stesso, con tutto quello che era rimasto voglio dire. Ma non si sceglie di amare, così come non si sceglie di smettere di amare. Mi resi conto che sarei dovuto tornare nel Buco per quello, avrei dovuto sistemare tutti i pezzi e finire il mio puzzle prima di essere nuovamente pronto ad amare chiunque. Lo sentivo, era dentro di me, nell’aria che respiravo, nelle parole che dicevo, in quelle che non dicevo, era dovunque. Era il faro che pulsava, il mio lavoro lasciato a metà, non ancora finito ma mai dimenticato.

Spinsi Sabrina dentro la camera da letto e accesi la luce mentre continuavo a baciarla – Mi piace farlo con la luce accesa, disse lei la prima volta che la portai a casa provocandomi un’erezione immediata -. La buttai sul letto senza mai staccare la mia bocca dalla sua.

Dobbiamo finire il lavoro, disse la voce nella mia testa mentre le infilavo la mano nelle mutandine.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(14)

14

Passai cinque mesi con Sabrina senza pensare a niente, potete prendermi alla lettera. Poi una notte Il Ricordo mi assalì alle spalle all’improvviso. Non fu il puzzle a venirmi incontro e non fu la cella a lamentarsi della mia assenza, loro se ne stavano ancora buoni. Quell’aggressione senza preavviso fu opera di un singolo tassello impazzito.

Stavo sognando che Lei fosse morta. Mi svegliai di soprassalto e con il cuore che mi batteva in gola come se volesse strozzarmi. Quel tipo di risveglio l’avevo sperimentato solo da bambino, quando c’era una scossa di terremoto e mia madre faceva irruzione nella mia stanza in piena notte correndo e urlando con quanto fiato aveva in gola:

“IIIIL TERREMOTO !!! IIIL TEEEERRRREMOTO !!!!! Svegliati, SBRIGATIIII !!! Dobbiamo scappare c’è  IL  TERRRREMOTO !!!!!”.

Guardai l’orologio, erano le 3.30. Mi alzai, andai a bere un sorso d’acqua e un goccio di caffè freddo. Tornai nella mia stanza, mi stesi sul letto, incrociai le braccia dietro la testa e guardai il soffitto pensando alle stranezze della vita. Mi si stava prospettando l’ennesima notte insonne per una donna di cui avevo pensato: Io questa non la toccherei nemmeno con un dito.

Quello fu il mio primo pensiero per Lei subito dopo averla conosciuta. E’ un meccanismo automatico, appena conosco una donna la prima parte del mio cervello che si mette in moto è quella del Controllo Qualità. Il Controllo Qualità in pochi secondi è in grado di stabilire se siano possibili interessi di tipo sessuale nei confronti della nuova conoscenza. Non sbaglia tanto facilmente quando emette un giudizio, ma quella volta cannò su tutta la linea.

Dopo quindici minuti dal primo giudizio mi sembrava che forse ero stato troppo affrettato a chiudere ogni possibilità in quel modo. Dopo mezz’ora pensai che guardandola meglio era una ragazza veramente carina. Dopo un’ora che c’eravamo conosciuti Lei sorrise a una mia battuta, e mi sembrava di non aver mai visto una donna più bella in tutta la mia vita.

Allora cominciai a ricordarmi del nostro primo incontro e della passeggiata sul lungomare di Napoli. E pensai a Napoli, con tutto quello che significava. Pensai che ogni piccola magia che era successa nella nostra storia era frutto di un insieme. Lei non era semplicemente Lei, era un tutt’uno con quello che le stava intorno: era come viveva, quello che faceva, come lo faceva, dove lo faceva, gli amici che aveva, quelli che non aveva. Quello che diceva e non diceva, le sue parole, il suo silenzio. Il suo modo di non arrabbiarsi, di chiudersi e non parlare. Il suo modo di chiedere senza chiedere, di ottenere senza imporre. Era come dormiva tra le mie braccia.

In quel pensiero Napoli mi esplose letteralmente dentro: i suoi vicoli, gli odori, i sapori, la pasta al pomodoro, la pizza, il boss del quartiere, il mercatino dei libri usati, il tipo con la bancarella che vendeva il pesce cantando, il pazzo del quartiere che passeggiava sotto casa tua urlando alle tre di notte, i negozi che aprono alle dieci di mattina. Era Castel dell’Ovo e le sue mostre, la piazza senza parcheggio, il posteggiatore abusivo che per mille lire ti chiamava Dottore a vita, il Palazzo Reale, il vicolo con la foto di Maradona autografata appesa sul muro di una casa.

Napoli era Posillipo, dove nessuno ti porta se non ti vuole bene.

Spensi la luce e accesi una sigaretta al buio, pensando che tutto sommato stavo reggendo bene a quel fuoco di fila di ricordi. Stavo reggendo al di là di ogni migliore aspettativa, altroché. Pensai che dipendesse da Sabrina e dal fatto che anche se quel singolo pezzo di puzzle mi aveva svegliato in maniera così brutale, mi trovavo ancora molto distante dalla mia cella di sicurezza. Ero ancora un fuggitivo e non avevo nessuna intenzione di tornare indietro. Quella a cui stavo pensando era una storia finita, era strafinita a dirla tutta, strafinita da quasi due anni ormai. Al contrario la storia che avevo in piedi con Sabrina scoppiava di salute e non avevo nessuna intenzione di lasciarla, non mi sognavo proprio di fare una cosa del genere.

Finché sto con Sabrina sono al sicuro, pensai, perché è esattamente così che mi sento stanotte: al sicuro. Spensi la sigaretta, mi girai su un fianco e mi addormentai quasi subito.

Dopo un mese Sabrina mi mollò.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(15)

15

C’è un punto di svolta nella vita di ognuno in cui si passa dall’adolescenza all’età adulta. Da quel momento in poi si comincia a fare sul serio. E’ come attraversare una porta senza nessuna possibilità di tornare indietro. Mai più.

Ti accorgi che hai attraversato quella porta quando capisci che il mondo funziona in un modo completamente diverso da come te l’eri immaginato. Te ne accorgi perché quando eri adolescente sognavi di poter cambiare le cose, le persone, avevi una mezza idea che avresti potuto migliorare Il Sistema, oh sì!, avresti potuto migliorarlo di molto se solo avessi voluto. Oltrepassata quella porta capisci che non sei in grado nemmeno di cambiare te stesso, figuriamoci il resto.

Non credo che sia possibile identificare questo momento con un’età in particolare che valga per tutti. Direi che l’attraversamento avviene generalmente in un’età compresa tra i diciotto e i trent’anni, e quasi sempre a causa di un evento o una persona che ci spingono oltre quella porta. Nel mio caso la persona in questione era stata Rossella.

Iniziai la mia storia con Rossella quando avevo ventitré anni e lei quaranta. La storia in senso stretto durò tre anni, ma come vi ho detto abbiamo continuato a vederci anche dopo esserci lasciati. In ogni caso in quei tre anni imparai molte cose sul rapporto uomo-donna e sul funzionamento del Sistema in generale. Di tutte le cose che imparai non me ne piaceva nemmeno una. E ancora oggi non ho cambiato idea sull’argomento.

Il senso di estraneità che avevo provato tornando a vivere nel mondo reale dopo quasi due anni di isolamento, era molto simile a quello che avevo provato a ventitré anni attraversando quella porta. Non riuscivo a sentirmi parte del gioco, non ritrovavo più il mio ruolo, mi sentivo come un osservatore. E più mi guardavo intorno, più mi convincevo di essere semplicemente finito in una prigione più grande di quella da cui ero scappato.

Tutto quello che sapevo con certezza era che avrei dovuto alzarmi la mattina, farmi la barba, vestirmi e cominciare a correre. E dando uno sguardo intorno mi convinsi che quella era l’unica cosa certa della vita di ognuno. Ti devi alzare e devi correre per dodici ore filate. Ti è concesso di ingozzarti un tramezzino a pranzo e se ti dice bene un caffè alle cinque del pomeriggio. Per il resto devi correre, correre, correre. E’ vietato fermarsi, riposare, bere, pensare, non puoi nemmeno cadere, niente. Corri!, perché il progresso è più veloce di te.

L’anno scorso sembra lontano dieci anni, o vicino dieci giorni, dipende da dove lo guardi e a cosa pensi. Il tempo diventa una dimensione elastica, si dilata e si restringe a seconda dell’evenienza. Ma soprattutto si consuma.

Quello che hai fatto non conta, in questo gioco del progresso non si accumulano punti. Ogni giorno inizia una partita nuova, ieri non esiste più. La Tecnologia ha lavorato stanotte, mentre cercavi di dormire: quello che hai fatto è già stato Processato. E’ come buttare legna in un forno in grado di bruciarne almeno il doppio di quanta ne riceve: alzati, fatti la barba, vestiti e inizia a correre, perché il fuoco ha bisogno della tua legna.

Rientrare in un sistema del genere una volta che ne sei uscito è una questione complicata. Tanto per cominciare se ti fermi vai subito fuori allenamento, ma la cosa peggiore è che guardandolo dall’esterno e vedendolo praticamente per la prima volta, potrebbe anche non piacerti. E allora ti ritroveresti in un bel guaio, perché quello che stai guardando è il sistema di vita della gente in questa parte di mondo. La tua parte di mondo. E se non sei nel Sistema, allora sei fuori dal Sistema.

Da qualche parte doveva esserci una porta da attraversare di nuovo per rientrare lì dentro, ma io non la trovavo. Se non fosse bastato questo a mettermi nei guai, c’era il fatto che Sabrina stava per lasciarmi e ancora non lo sapevo. Tutto sommato avevo attraversato momenti migliori nella vita. Ma questo non conta in un gioco in cui non si accumulano punti.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(16)

16

Sabrina mi lasciò al telefono, che è un pessimo modo per lasciare qualcuno. Ne esiste uno buono?

Quando il telefono squillò erano quasi le otto di sera e io ero sotto la doccia. Non ho un buon rapporto con il telefono, non sono uno di quelli che quando squilla e non possono rispondere se la prendono comoda e continuano a fare quello che stanno facendo. A dirla tutta non so proprio come facciano a restare indifferenti mentre c’è qualcuno che li cerca: se qualcuno ti cerca è segno che deve dirti qualcosa, come fa a non interessarti chi ti sta cercando e cosa ti deve dire? Mistero.

Mi precipitai fuori dalla doccia cominciando a contare mentalmente gli squilli. Dopo aver allagato mezza casa cercando il maledetto telefono, il risultato fu che quando risposi quello dall’altra parte aveva appena attaccato. Andai a vedere nelle chiamate perse chi mi cercava, vidi che era Sabrina. Allora tornai verso il bagno, mi misi un asciugamano intorno alla vita, presi uno straccio e asciugai il corso d’acqua che partiva dal corridoio e finiva nella cucina dove ero andato a rispondere. Poi mi accesi una sigaretta e richiamai Sabrina:

“Sì?”, rispose lei come se non sapesse chi la stava chiamando.

“Ciao, sono io. Prima non sono riuscito a rispondere perché ero sotto la doccia”, le dissi.

“Ah sì?… Che fai?”, chiese lei con tono distaccato. Il che mi fece un po’ incazzare: come sarebbe a dire che faccio? La stavo chiamando dopo aver allagato mezza casa per rispondere alla sua telefonata, ecco che cosa stavo facendo.

“Ti sto telefonando perché mi avevi chiamato tu, prima di fare questo stavo facendo la doccia, te l’ho detto”.

“Sei nervoso?”, ribatté lei. Voleva litigare.

“Io no, e tu?”, accettai la sfida, ma quella volta era qualcosa di più di una sfida solo che io non lo sapevo ancora.

“Io nemmeno. Senti ti ho chiamato per parlare di noi due”, andò dritta al punto.

“Dimmi”, altra sigaretta.

“Senti io non so bene come dirtelo. Ho pensato molto alla nostra storia, non ci trovo molto senso, anche se stiamo insieme da poco. Non mi sento apprezzata, non mi sento amata, mi sembra che tutto succeda quasi per caso tra noi due, tranne il sesso. Non possiamo stare insieme così, non mi piace”. Era partita come un treno e non fermava in nessuna stazione.

Cercai di trovare il punto debole in quello che stava dicendo, è un meccanismo che scatta automaticamente quando qualcuno mi dice qualcosa che non mi piace.

“Va bene, parliamone, se non ti piace dimmi esattamente cosa c’è che non va”, le dissi.

“Te l’ho detto, non mi sento amata… non mi sento apprezzata… senti io ci ho pensato, non voglio più andare avanti”. Allora mi resi conto di quanto fosse grave la situazione.

“Mi stai lasciando?”, le chiesi brutalmente cercando di metterla in difficoltà.

“Non mi sento amata!”, scoppiò improvvisamente lei. “Non lo capisci? Come te lo devo dire? Tu non mi AMI!”, adesso era davvero arrabbiata.

“Come fai a dire una cosa del genere!”, risposi altrettanto incazzato. “Tu non sai quello che ho DENTRO! COME fai a dire una cosa del genere!!”

“Ma è proprio questo il punto! IO NON SO CHE COSA HAI DENTRO! Ti sembra NORMALE?”. Non sapevo più che cosa dire, aveva ragione lei, non era per niente normale.

“Va bene”, dissi allora in tono perentorio. “Mi vuoi lasciare? Lasciami, fai come ti pare. Non posso parlare con te se mi tieni una pistola puntata alla tempia, non si può parlare in questo modo. Hai chiamato con l’intenzione di lasciarmi, avevi già deciso, non ci posso fare niente se hai già deciso ancora prima di parlare con me. Lasciamo stare”. Era un bluff, non volevo che finisse. Ci stavo bene insieme e a modo mio le volevo bene. Era un modo strano e incomprensibile, ma le volevo bene.

“Senti, mi dispiace…”, disse lei quasi cominciando a piangere.

“Ti dispiace? Hai preso una decisione, portala fino in fondo senza dire stronzate. Lasciamo stare dai, salutiamoci che è meglio”. Certe volte sono un vero pezzo di merda.

Non c’era niente che potessi dire che le avrebbe fatto cambiare idea. Ma la cosa peggiore era che non c’era niente che mi sentissi di dire. Anche se non volevo che finisse, non avrei comunque fatto niente per evitarlo se questo era quello che voleva lei.

Sabrina ovviamente non sapeva niente di tutto quello che mi stava succedendo dentro da due anni a quella parte. Non sapeva niente di puzzle, prigioni, stanze e celle d’isolamento chiuse dall’interno. Ma a qualche livello in cui le anime di due persone vicine si parlano senza parlare, aveva sicuramente intuito che c’era qualcosa di serio che non andava. Questo tipo di intuizioni sbagliano raramente e lei fece bene a dare ascolto alla sua. Con tutto quello che dovevo ancora risolvere dentro di me, nella mia vita c’era posto per altre persone solo per passaggi molto brevi. Se non mi avesse lasciato lei, l’avrei fatto io. Non so quando ma l’avrei fatto, proprio come avevo fatto con Gea.

Dentro di me vivevo un conflitto devastante tra due parti in gioco con la stessa forza: c’era una parte che voleva restare sola, voleva chiudere il mondo fuori dalla porta di casa e non avere nessun altro intorno tranne la propria ombra, discreta e silenziosa. E c’era un’altra parte che avrebbe voluto tornare a essere quello che era prima. Avrebbe voluto ritrovare il piacere di farsi coinvolgere nelle cose e soprattutto avrebbe voluto ritrovare una donna con cui passare più di una settimana o un paio di mesi. C’era una paura strisciante che era partita dal fondo del pozzo nero che stagnava nella mia coscienza da quasi due anni e adesso aveva trovato forza e vigore per farsi avanti con tutta la sua violenza. Aveva cominciato muovendosi nel buio, la sentivo lontana non sapevo che cos’era ma sapevo che c’era. Niente più di una sensazione, che in quei due anni era cresciuta nutrendosi delle insicurezze generate dai miei pensieri e che adesso veniva fuori prepotentemente, spinta verso l’alto dal gesto di Sabrina: ero terrorizzato dall’idea che non avrei amato più nessuno in tutta la mia vita.

Sabrina mi piaceva, perché non l’amavo?, mi chiedevo. Nessuna risposta.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(17)

17

Tu non sai amare, mi disse una volta Rossella. Me lo disse verso la fine della nostra storia e io mi feci una risata:

Ma che cazzo dici, le risposi. Non c’era niente da ridere, aveva ragione lei. Ma tutto quello che diceva a quel punto del nostro rapporto, era minato dal pregiudizio che avevo sviluppato nei suoi confronti nel corso degli anni. Il pregiudizio era che lei non capisse un cazzo. Quando pensate una cosa del genere di qualcuno, quel qualcuno potrebbe anche essere Albert Einstein che vi sta enunciando la teoria della relatività per la prima volta, e voi vi limitereste a pensare che sta dicendo un mucchio di balle, perché tanto non capisce un cazzo.

Mi resi conto che aveva ragione Rossella subito dopo la fine della mia storia con Lei. L’avevo amata fuori misura, con tutto me stesso e anche qualcosa di più, eppure non l’avevo saputa amare. Avevo fatto cose di cui ancora oggi mi vergogno. Ero sempre concentrato su di me, pensavo sempre a quello che avrei dovuto avere da Lei, senza mai preoccuparmi di quello che Lei avrebbe dovuto avere da me. Lei anche era un tipo che non dava molto. Avevamo fatto la fine di due taccagni che andassero a vivere sotto lo stesso tetto: per paura di spendere troppo eravamo morti di fame.

Il punto è che quando qualcuno ti interessa come Lei interessava a me, dovresti fare di tutto per tenertelo stretto e non farlo andare via. Potrebbe anche darsi che quel tutto non sia sufficiente, ma almeno eviteresti la gogna del rimpianto.

L’hai tradita. Il mio nuovo pezzo di mosaico mi stava aspettando. Sabrina se n’era andata e io mi sentivo come un coniglio in trappola. Molto presto sarei dovuto tornare nella mia cella per rimettere mano al mio lavoro. Stavo per ridiventare il peggior nemico di me stesso: nella mia coscienza era di nuovo stagione di caccia, e io ero la preda, e io ero il battitore, e io ero il cacciatore.

Ma c’era ancora un po’ di tempo.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(18)

18

L’Abitudine è la più grande assassina di tutti i tempi. Spazia in tutti i campi, non si limita all’omicidio dei rapporti fra le persone, uccide anche i rapporti tra le persone e le cose, i ricordi, le passioni. Ero consapevole di questo fatto, e stavo aspettando. Stavo aspettando che la Grande Assassina lavorasse a mio favore: aspettavo che uccidesse il suo ricordo. Aspettavo di abituarmi all’idea che non l’avrei mai più avuta con me, perché il tempo guarisce tutte le ferite, giusto? Sbagliato.

Aspettavo di tornare quello di prima. Ma non succedeva niente di tutto questo e più il tempo passava, meno possibilità avevo di tornare indietro e ritrovare quello che ero. Il mio rapporto con il mondo e tutto quello che conteneva era radicalmente cambiato. Cambiato per sempre? Era esattamente quello che mi stavo chiedendo.

Ho sempre provato una grande diffidenza per i cambiamenti. Se fosse dipeso da me avrei voluto avere sedici anni per sempre. Non tanto per l’età in sé, quanto per il modo di rapportarmi a quello che avevo intorno. A sedici anni mi guardavo intorno e vedevo un gruppo di amici, oggi faccio la stessa cosa e vedo un branco di lupi. Credo che non siano loro ad essere cambiati, sono i miei sguardi. Il punto è che forse sono sempre stati lupi, ma preferivo pensare che fossero amici. In fondo la realtà è una questione meno assoluta di quanto sembra: dipende tutto da come la percepisco.

Ma se quello che ero non c’era più, allora chi ero io. Ero un altro? Sì ma un altro chi?

Ero cresciuto per la terza volta nella mia vita, ero al terzo salto nel buio. Il primo era avvenuto intorno ai dodici anni: avevo scoperto l’autoerotismo e con quello mi si stavano aprendo le porte del sesso e dell’adolescenza, con tutto quello che significava.

Il secondo salto lo feci mano nella mano con Rossella, intorno ai ventitré anni: ero diventato adulto e non c’era molto da stare allegri per il cambiamento. E adesso ero al terzo salto, ed ero solo come non lo ero mai stato in vita mia. Ero solo dentro. Me ne andavo sulla mia nave alla ricerca del Capitano e improvvisamente avevo capito che il Capitano era morto. E la nave era vuota.

Pensavo che se avessi rimesso a posto il mio puzzle avrei anche potuto ritrovare me stesso. Se avessi capito perché la mia storia era finita e fossi riuscito ad accettarlo, probabilmente sarei potuto tornare quello di prima. Avevo sbagliato molte cose, non avevo dubbi su questo. Ma si può sbagliare no? Cazzo sì che si può sbagliare, altroché. Passando attraverso l’analisi di quello che avevo sbagliato io e quello che aveva sbagliato Lei, sarei riuscito a trovare la soluzione di quel maledetto mosaico. Sarei riuscito a dare un nome ad ogni cosa, a sistemare tutti i pezzi al loro posto e alla fine sarei riuscito a capire cosa era andato così storto da provocare la fine di tutto.

Sarei riuscito a capire perché non sapevo amare. Tutto sommato se non fossi riuscito a ritornare quello che ero, avrei sempre potuto recuperare le mie cose migliori e trasferirle nel nuovo me stesso. Era quella l’Esperienza, no? Ma certo che era quella, tutto quello che dovevo fare era tornare nel Buco e riprendere il lavoro da dove l’avevo lasciato. In quel mosaico c’erano le risposte che stavo cercando, questo era il motivo per cui mi ero dato la pena di ricostruirlo un pezzo alla volta. Quel mosaico aveva le mie risposte, e perdio me le avrebbe date.

Ma c’era ancora un po’ di tempo prima di tornare dentro. Avevo voglia di fare sesso vero, sesso animale. Avevo bisogno di una lurida, chiamai Rossella.

Uscimmo, mangiammo la solita pizza, lei disse le solite cose, io feci le solite risate e dissi le solite stronzate e alla fine della serata finì nel solito modo. Quando tornai a casa la mia vocina mi stava aspettando.

Dobbiamo finire il lavoro, l’hai tradita

Era venuto il momento di tornare al lavoro, dopo mesi di latitanza stavo tornando dentro la mia cella. Il faro smise di pulsare, il puzzle smise di chiamare.

Ma non stasera, pensai. Stasera ho scopato e mi sento bene, non stasera. Domani. Domani penso a Lei, domani penso al Tradimento. Domani penso a quello che ero e che non sono più. Entrai nella cella, chiusi dall’interno e spensi la luce per mettermi a dormire.

La stagione di caccia era entrata nel vivo.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(19)

19

“Pronto?”, rispose la voce al telefono dentro la mia testa.

Era Lei. Ero steso sul letto di casa, erano le sette del mattino e nel pensiero ero tornato indietro di due anni a quella telefonata. La notte avevo dormito malissimo e alle sei e trenta i miei occhi si spalancarono come due fari spenti nel buio della stanza. Mi girai nel letto un paio di volte cercando di riprendere sonno ma niente da fare. Allora mi alzai, feci un caffè, accesi una sigaretta e tornai nel letto.

Dovevo lavorare.

Pronto?

“Ciao sono io. Volevo dirti che ieri sera sono uscito con un’altra”. Le sparai quella cannonata nella cornetta e subito dopo le attaccai il telefono in faccia. Tre giorni prima avevamo litigato, volevo che la nostra storia finisse ma non riuscivo a lasciarla. Volevo che finisse perché i suoi modi mi stavano uccidendo. La mia vita e la mia morte erano nelle sue mani e questo era veramente troppo per me. Non avevo mai provato niente del genere per nessuno, la forza di quell’amore mi spaventava. Non potevo dipendere in quel modo da qualcun altro, doveva finire. Ma come? Come poteva finire se non riuscivo a lasciarla? Mi farò lasciare da Lei, pensai.

Lei aveva un modo tutto suo di vivere il rapporto. E io avevo un modo tutto mio. E quei due modi non riuscivano a incontrarsi: eravamo innamorati, ma non riuscivamo a incontrarci. Lei era chiusa, era chiusa come un’ostrica chiusa. Mi scriveva cose meravigliose, il meglio di tutte le cose che ogni persona innamorata sogna di sentirsi dire, di sentirsi dare. E poi non me le diceva, e poi non me le dava. Le scriveva e le chiudeva nel cassetto del suo comodino. Lo scoprii per caso una sera che litigammo ed eravamo a casa sua. Le dissi che la nostra storia non aveva senso, che Lei non mi dava niente e che volevo lasciarla. Allora Lei si alzò e cominciò a girare intorno al tavolo rotondo che c’era al centro della stanza. Girava come un leone in gabbia, senza dire niente. Le chiesi di fermarsi ma non lo fece. Continuò a girare, perché era fatta così: quando si arrabbiava, quando era spaventata, quando le situazioni cominciavano a prendere delle pieghe inaspettate e incontrollabili, si chiudeva in sé stessa e non diceva più niente.

Io ero seduto sul letto e la guardavo senza parlare, aspettando che dicesse qualcosa. Ma Lei non disse niente, girò intorno a quel tavolo per un’eternità. Alla fine mi alzai:

Io me ne vado, dissi. Allora Lei si fermò, andò verso il letto e aprì il cassetto del comodino:

Ecco! , disse. Prese una busta da lettere gonfia come le guance di un sassofonista alla terza ora di concerto, la prese e la buttò sul letto. Ecco quello che provo per te!, mi disse come rinfacciandomelo. Ogni sera, ogni sera! Ogni sera prima di andare a dormire ti scrivo qualcosa e ti dedico una poesia, ogni sera! Come fai a dire che non ti amo!

Guardai la busta sul letto e poi guardai Lei. L’avrei uccisa.

Tornai verso il letto senza dire niente e aprii la busta. Presi in mano il malloppo di lettere che c’era dentro, mi sedetti e cominciai a leggere dal primo foglio. Mi ci vollero due ore per leggere tutto. Lei stette tutto il tempo seduta in silenzio, con il braccio sul tavolo a reggersi la testa. Questo era il suo modo.

Volevo dirti che ieri sera sono uscito con un’altra. Poi attaccai il telefono.

Chiamò quasi subito:

“Volevo dirti che sei un gran maleducato”, disse appena alzai la cornetta per rispondere. Se l’era presa perché le avevo attaccato il telefono in faccia. L’avevo colpita. Bene.

“E tu sei una stronza”, risposi io.

“Che vuol dire che sei uscito con un’altra?”, disse Lei abbassando lievemente il tono della voce. Non urlava mai, in tutto il tempo che siamo stati insieme non ha urlato una sola volta, mai.

“E’ italiano no?”, dissi io. Avevo paura. Adesso che l’avevo fatto me la stavo facendo addosso dalla paura.

“E perché l’hai fatto?”, chiese Lei.

“Perché mi andava”, non era la risposta che avevo programmato, stava andando tutto a puttane. Mi sentivo come uno che butta un cerino in un rovo di spini per farlo bruciare e improvvisamente si rende conto che sta appiccando fuoco a tutta la foresta. Era troppo tardi per tornare indietro e avevo troppa paura per andare avanti.

“Ti andava? Sei uscito con una perché ti andava. E che avete fatto?”, chiese Lei come se si stesse informando per conto di un’amica.

“Che abbiamo fatto? Siamo usciti, siamo andati un po’ in giro e poi siamo andati a bere una birra”. Ecco il momento esatto in cui l’avevo tradita. Le stavo mentendo, non avevo avuto il coraggio di andare fino in fondo e le stavo dicendo una bugia, non era quello il piano. Il piano era che dovevo farmi lasciare. Il piano era che la sera prima sarei dovuto uscire con questa tipa, ci avrei fatto sesso, poi avrei chiamato Lei, le avrei detto che avevo fatto sesso con un’altra e Lei mi avrebbe lasciato. Il piano stava andando a puttane. Tutto stava andando a puttane: il piano, io, Lei, la nostra storia, la mia vita, il mio cervello, tutto.

“Siete andati a bere una birra, e poi?”, chiese Lei.

“E poi niente, cosa poi? Niente. L’ho riportata a casa, era tardi”. Non era vero niente, ormai stavo mentendo su tutta la linea, stavo improvvisando. La sera prima ero uscito con un mio amico che aveva sempre un’amica di qualche amica disposta a dartela per una cena e quattro cazzate dette in compagnia. Ed era andata proprio così: eravamo andati a cena al mare, poi eravamo andati in un locale a dire le quattro cazzate in compagnia. E poi eravamo andati a casa del mio amico e avevamo fatto il resto fino alle quattro di mattina. Poi ero tornato a casa, mi ero messo a letto senza riuscire a dormire e avevo pensato che il giorno dopo mi sarei fatto lasciare.

“Ieri sera sei uscito con un’altra e si è fatto tardi”, disse Lei. “E perché lo stai dicendo a me?”

“Perché volevo farti incazzare”, c’ero dentro fino al collo. Avrei dovuto fare i conti con me stesso per quello che stavo facendo, lo sapevo benissimo questo. Ma ormai non sarei più riuscito a dirle la verità, a quel punto avrei negato anche sotto tortura. L’avevo tradita e la mia coscienza me l’avrebbe fatta pagare cara, ma era sempre meglio che perdere Lei. O almeno così mi sembrò quella sera.

Quella telefonata si chiuse poco dopo senza arrivare a niente. Il giorno dopo la richiamai e la rassicurai ancora sul fatto che tra me e la tipa non era successo assolutamente niente.

“Guarda che se avete fatto qualcosa te lo taglio, – voce fuori campo di Lorena Bobbit”, disse Lei. Ci mettemmo a ridere e io mi sentii un verme. Stavo scoprendo cose di me che non mi piacevano per niente. Quella storia doveva finire, dentro di me sapevo che in un modo o in un altro doveva finire. Non riuscivo a lasciarla, dovevo fare in modo che mi lasciasse Lei. L’avrei esasperata in tutti i modi, finché non se ne fosse andata. Se ne doveva andare perché l’avevo tradita. Se ne doveva andare per quanto l’amavo.

Due mesi dopo ottenni quello che volevo. Adesso, due anni dopo, ero steso sul letto di casa mia cercando di trovare una soluzione a quello che avevo voluto.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(20)

20

La maggior parte della vita passa via nelle sfumature di grigio. E così quando ci troviamo a un bivio e abbiamo una strada a destra e una a sinistra, il primo posto dove guardiamo è al centro: C’è la strada centrale per caso?

Il compromesso, questa è la chiave che usiamo di solito per aprire la porta della via di mezzo. E di solito è anche la via migliore, qualche volta no. Qualche volta dovremmo evitare di guardare al centro per vedere se c’è la via di mezzo. Quelle volte sarebbe meglio scegliere: Bianco o Nero.

Quando la tradii andò esattamente così: l’avevo fatto e non potevo più tornare indietro. Con quel gesto avevo fatto saltare i ponti, dietro di me non c’era più niente, adesso potevo solo andare avanti ed ero al bivio:

La lascio? – Bianco.

Glielo dico e affronto le conseguenze? – Nero.

O Bianco O Nero.

Inventai la via di mezzo che non c’era. Ne costruii una da solo: una via di mezzo tutta per me. Una via di mezzo artificiale, la vedevo solo io perché solo io sapevo che la stavo percorrendo. Lei non sapeva quello che avevo fatto, ma io sì. Io lo sapevo, e il giudice che abita dentro ognuno di noi, anche lui lo sapeva. Avevo barato con Lei e non era prevista assoluzione dentro di me per un reato del genere.

Avevo la via onorevole da seguire, il Bianco: avrei potuto lasciarla senza dirle niente di quello che avevo fatto, era una via legittima per come la vedevo io: se ti lascio non ho obblighi verso di te. Ma la via onorevole era impraticabile: non riuscivo a lasciarla, ci avevo provato e non ci ero riuscito, non potevo andarmene non so come spiegarvelo meglio. Molto semplicemente non potevo andarmene.

Avevo la via meno onorevole ma pur sempre giusta, il Nero: avrei potuto dirle quello che avevo fatto, poi sarebbe stata Lei a decidere. Ma sapevo come era fatta, la sua decisione la conoscevo ancora prima che la prendesse. Non avrebbe detto niente, mi avrebbe lasciato, tutto qui. Tanto valeva scegliere il Bianco a quel punto. Praticamente avevo l’alternativa che avrebbe un condannato a morte di fronte al plotone d’esecuzione se qualcuno gli mettesse una pistola in mano e gli dicesse: Adesso scegli: o ti spari o ti sparano.

Così scelsi la strada che non c’era, la strada che non portava da nessuna parte. Non potevo scappare da me stesso, non avevo nessuna possibilità di sottrarmi al mio giudizio: non avevo tradito solo Lei, avevo tradito l’amore che provavo per Lei. Nessuna cosa sarebbe mai più stata vera tra noi con un segreto come quello. Questo peso che ero costretto a portare dentro accelerò molto la fine della nostra storia. Ogni volta che discutevamo, cercavo il modo di aggravare la discussione, ci andavo giù pesante, perché doveva finire. Perché mai più niente sarebbe stato uguale a prima.

Quando qualcun altro vi giudica è facile fare spallucce e guardare oltre. E’ facile pensare che questo qualcuno non vi capisca, non vi conosca e quindi non vi possa giudicare. E’ un pensiero legittimo, chi può dire di conoscere qualcun altro al punto di poterlo giudicare?

Ma quando chi ti giudica sei tu, quando il giudice ti abita dentro e decide che è arrivato il momento di giudicarti, allora sei nei guai.

Di brutto.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(21)

21

Quindi era finita perché l’avevo tradita? No che non era per quello, era solo stata un’accelerazione verso la fine. Allora era finita perché l’avevo spinta a lasciarmi? L’avevo esasperata negli ultimi due mesi con una guerra psicologica serrata, fino a costringerla ad andarsene?

Fuochino.

Ah sì? Fuochino? E allora perché non l’avevo lasciata direttamente io, sarebbe stato più facile no?

Non potevi, eri incastrato, disse la vocina.

Ero incastrato, il mio pensiero aveva cominciato a degenerare nel momento in cui si rese conto che non avrei potuto lasciarla. Quella privazione della mia libertà di scelta mi stava facendo impazzire. Ero incastrato in un botta e risposta contro me stesso: avrei potuto lasciarla solo se fossi stato sicuro che lei mi amava e che avrebbe sofferto per quello. Fino a quando non avessi raggiunto quella sicurezza sarei stato incastrato. Ma il punto era che se avessi raggiunto quella sicurezza, paradossalmente non ci sarebbe più stato motivo di lasciarla. Il punto era che quella mancanza di sicurezza costituiva il perno intorno a cui giravano tutti i nostri problemi.  La mia insicurezza, nutrita giorno dopo giorno dai suoi modi. Proprio nel momento in cui avrei voluto decidere, scattava un contraddittorio tra me e me che mi impediva di farlo per paura che lei non mi amasse. Avevo paura che quella che sembrava una mia scelta, fosse in realtà una costrizione degli eventi che io volevo far passare per una scelta mia. Prova a ingannare te stesso se ci riesci.

Ero terrorizzato dall’idea che potesse non amarmi e quello mi spingeva a volermene andare. E quello mi spingeva a non potermene andare.

Adesso la lascio, sento che mi sto allontanando, pensavo.

No che non ti stai allontanando, hai solo paura che non ti ami, rispondeva l’altro me.

Mi sto allontanando invece, la sento scivolare via, posso vivere senza di Lei.

Queste cose si sentono in due.

La devo lasciare o mi lascerà Lei. Vincerò io.

Tu non puoi più vincere, hai già perso: l’hai tradita. Lei è meglio di te.

Comunque vada non posso perdere: se riesco a lasciarla è una mia scelta, se mi lasciasse Lei lo farebbe perché l’ho allontanata. La sto costringendo: se non riuscirò ad andarmene, se ne dovrà andare Lei. Ma sono io che la sto influenzando. Se Lei decide, decide per causa mia. Comunque vada la decisione è mia.

Tu non la stai influenzando, tu la stai anticipando. E l’anticipi perché sai che Lei ti lascerebbe comunque. E’ lo stesso motivo per cui vuoi andartene. E’ lo stesso motivo per cui l’hai tradita. Tu hai paura che Lei non ti ami.

E’ per questo che deve finire.

E’ per questo che non puoi vincere in nessun caso.

E’ per questo che deve finire.

E’ per questo che l’unica a decidere sarà Lei, come sempre.

E’ per questo che deve finire.

E’ per questo che Lei deciderà quando sarà finita.

E’ per questo che deve finire.

E’ per questo che finirà.

Volevo vincere io. Oggi non riesco a immaginare un pensiero più idiota, ma in quel momento era tutto quello che mi era rimasto. Mi era rimasto molto poco.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(22)

22

Ero soddisfatto di quello che stava venendo fuori dal mio puzzle. Avevo fatto molti passi avanti quella mattina. Adesso cominciavo a vedere qualcosa. Avevo costruito i contorni, e un pezzo dopo l’altro, passo passo mi avvicinavo verso il centro del mosaico. Avevo appena incastrato un pezzo importante, questo lo sentivo. Ma c’era qualcosa che non andava, l’incastro non era perfetto.

Guardai la sveglia e vidi che erano le 8. Era tardi, dovevo alzarmi, radermi e vestirmi. Dovevo cominciare a correre.

In ufficio per tutta la mattina non riuscii a pensare ad altro che al mio nuovo incastro. Avevo trovato delle risposte, erano risposte importanti, il lavoro procedeva bene. E allora che cosa c’era che non andava? Perché mi sembrava di aver trascurato qualcosa in quello che avevo appena analizzato?

Stavo inserendo una pratica nel Sistema, e il programma continuava a darmi errore. Era un leasing per l’acquisto di una vettura, il cliente era un commercialista e io stavo caricando i dati della dichiarazione dei redditi. Il Sistema mi stava dicendo che c’era un’anomalia nel controllo finale, avevo sbagliato qualcosa nell’inserimento, ma era la terza volta che caricavo tutto da capo e alla fine mi arresi. Chiesi aiuto a Giusy:

“Non dirmi che c’è qualcosa che io so e che tu non sai”, disse lei. E’ una che non ti fa mai pesare niente quando chiedi aiuto, come no.

“Questo coso mi sta facendo incazzare seriamente, non capisco che cazzo vuole”, dissi io.

“Devi trattarli con dolcezza i computer e loro ti risponderanno con educazione”, questa era una cosa che le dicevo sempre io e me la stava sbattendo in faccia proprio nel momento giusto.

“Va bene, non so che cosa fare, mi vuoi aiutare o no?”, dissi. Non ero molto in vena di scherzi.

“L’hai già reinserita la pratica?”, chiese lei.

“Sì, tre volte”, risposi tra i denti. “Stavolta l’ho lasciata come sta, voglio proprio vedere se tu riesci a capire dove avrei sbagliato secondo lui”.

“Non avresti sbagliato, hai sbagliato: i Sistemi non sbagliano, sono gli uomini che sbagliano ad usarli”. Anche questa era mia, era in vena di citazioni Giusy quella mattina.

Si sedette al mio posto, smanettò nel programma per una decina di minuti, poi mi guardò come ti guarderebbe un giocatore di una mano di poker che sta per calare una scala reale:

“Guarda qua”, disse indicando il riquadro all’interno del monitor che conteneva il reddito del cliente.

“E allora?”, dissi io impaziente.

“E allora guarda qua”, stavolta indicò la dichiarazione dei redditi del cliente alla voce Reddito imponibile: le cifre erano identiche, ecco dove stava l’errore. Il reddito nel Sistema andava inserito depurandolo dei versamenti delle tasse, quindi non poteva coincidere con il reddito imponibile. Mi sentivo un perfetto idiota, non sapevo che dire.

“E’ incredibile, non capisco come ho fatto a fare una cazzata del genere”, dissi alla fine.

“Il diavolo si nasconde nei dettagli”, disse lei. “E se mentre fai una cosa ne pensi un’altra, si nasconde ancora meglio”. Mi conosceva come le sue tasche.

Quando tornai a casa quella sera non cenai e nemmeno mi feci la doccia, niente. Mi spogliai, seminai i panni per tutta casa, misi un cd dei Pink Floyd nel lettore e mi buttai sul letto. Dovevo capire che cosa avevo trascurato la notte precedente: il diavolo si nasconde nei dettagli.

Verso mezzanotte imboccai la strada giusta all’interno dei mille sentieri che stavo percorrendo nella mia testa. L’indicazione all’ingresso della strada diceva: La Paura.

La paura, ecco che cos’era. La notte precedente ero saltato alla conclusione di quell’analisi trascurando un pezzo fondamentale che avevo riesumato insieme al pezzo principale. Allora feci qualche passo indietro, cercando di incastrare questo nuovo pezzo. Si avvicinava più verso la cornice che non verso il centro, ma per vedere la figura intera c’è bisogno anche del contorno. E nella mia ricostruzione il contorno era una parte fondamentale, perché era da lì che ero partito.

Appena trovato il dettaglio mi venne fame. Presi un pacchetto di patatine in cucina e tornai in camera da letto. Cambiai cd nel lettore, come un cacciatore cambierebbe tipo di fucile e cartucce a seconda della taglia dell’animale che deve cacciare. Avevamo un animale di taglia grossa qui, diciamo un cinghiale selvatico. Misi su l’Unplugged di Paul McCartney, che per me equivaleva più o meno a imbracciare un fucile a pallettoni. Poggiai il cuscino allo schienale del letto, aprii il sacchetto di patatine e mi sedetti a gambe incrociate sul letto poggiando la schiena al cuscino. Nella mia testa squillò il telefono che avevo sul comodino, il telefono di casa mia. Nella mia testa non era mezzanotte e un quarto e non ero seduto sul mio letto mentre mangiavo patatine. Nella mia testa era l’una e mezza, stavo dormendo e Paul McCartney era sparito insieme a tutto quanto il resto. Nella mia testa mi svegliai di soprassalto e alzai la cornetta del telefono intontito dal sonno, senza capire bene che cosa stesse succedendo. Ero di nuovo tornato indietro di un paio di anni e una manciata di mesi.

“Ti amo”, esordì la voce dall’altra parte del telefono. Era Lei.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(23)

23

Avevamo litigato, non stavamo insieme da molto ma il problema era sempre lo stesso: Lei era chiusa, viveva tutto dentro e se mi amava lo stava nascondendo molto bene. E io cominciavo ad avere paura. Amare da solo è un inferno, questo lo sapete.

Di fronte a una situazione del genere diventa imbarazzante anche il solo fatto di affrontare il discorso. Che fate? Dite a qualcuno che non dimostra di amarvi: Amami!

E’ chiaro che non è possibile affrontare un discorso del genere in maniera diretta. Lo affrontavo per vie traverse, perché ci tenevo a Lei. La cosa migliore in casi del genere è lasciar stare tutto e andarsene. Ma quando sei innamorato non ti preoccupi di quali siano le cose migliori, non le vedi nemmeno e passi direttamente avanti: vuoi essere ricambiato, e questo è tutto. Questa è l’unica cosa migliore che ti interessa, non c’è altro.

Quando Lei mi chiamò quella notte io volevo davvero chiudere. Avevamo litigato il giorno prima, io l’avevo chiamata dicendole che non si faceva sentire mai, non potevamo andare avanti così. Lei mi rispose: Ma tu puoi chiamarmi quando vuoi, io ci tengo a te. Se ti va di chiamarmi chiamami.

Buongiorno! Il problema non era quando chiamavo io il problema era quando non chiamava Lei.

Quel litigio finì male, l’avevo lasciata ed ero tranquillo. Il che in un certo senso vuol dire che il litigio finì bene. Potevo lasciarla in quel momento, avevo la serenità giusta per farlo: avevo ragione, lo sapevo, e non ero ancora così coinvolto da farne una tragedia se la nostra storia fosse finita. Ma come si può resistere a qualcuno a cui volete bene se questo qualcuno vi chiama in piena notte ed esordisce dicendo: Ti amo? Non si resiste, è inutile stare a discutere.

Ti amo. La voce la riconobbi subito, ma ero completamente intontito dal sonno e cercai di riprendermi come potevo. Feci una breve pausa, poi siccome non sapevo che dire, dissi:

“Ciao”, e non aggiunsi altro.

“Ciao”, rispose lei. “Non riuscivo a dormire, ti volevo dire che ti amo.”

“Che stai facendo?”

“Non lo so. Non riuscivo a dormire”, disse Lei. Fece una pausa poi aggiunse: “Ti stavo pensando”.

“E che cosa stavi pensando?”

“Che non riesco a stare senza di te, mi manchi. Ho paura che mi lasci, io non voglio che finisca”. A quel punto le mie difese erano completamente azzerate.

“Io non voglio lasciarti, ma devi essere più presente. Dobbiamo essere in due, se faccio tutto io non ha molto senso”, le dissi.

“Lo so”, rispose lei. Era una ragazza di poche parole. A volte penso che avesse ragione su tutto: certe persone hanno qualcosa fra loro che non ha nessun bisogno delle parole per essere espressa. E’ un filo invisibile che le unisce e che solo loro riescono a vedere e sentire, ma c’è. Questo qualcosa vive al di là delle parole, al di sopra. Noi avevamo questo qualcosa? Sì, ce l’avevamo. Ma io avevo anche paura: avevo paura di restare incastrato in un amore a senso unico che partisse da me e andasse dall’altra parte senza tornare indietro. Avevo paura di amare qualcuno in un modo nuovo, un modo che non avevo mai provato prima. Avevo paura di perdere la mia Libertà, la Regina che governava da sempre la mia vita. Avevo paura che sul più bello lei se ne andasse. Avevo paura, paura, paura.

All’una e cinque abbandonai la caccia e tornai con la mente nella mia stanza da letto, soddisfatto di quello che avevo trovato. Era finita perché avevo paura? No, ma quello era un pezzo importante e adesso era stato messo al suo posto. Fu uno dei fattori principali che causarono l’inizio dei nostri problemi. Adesso che ci pensavo mi era anche venuta in mente la prima paura in assoluto che avevo avuto in quella storia: la paura di perdere la libertà. Sto parlando della paura di non essere più te stesso, di cambiare le tue abitudini, le cose che fai, il modo in cui le fai. Paura di cambiare la tua stessa vita e trasformarla in un’altra cosa, una cosa nuova che non è più quella di prima. Sono sempre stato diffidente nei confronti dei cambiamenti, ve l’ho detto: il mio istinto voleva proteggermi. Diciamo pure che ha dimostrato un certo eccesso di zelo.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(24)

24

A sedici anni volevo sposarmi. Quella fu la penultima volta che mi venne in testa un’idea così strana. Ero molto innamorato della ragazza con cui stavo insieme da due settimane, e volevo sposarla e fare almeno due bambini insieme a lei. Oggi la considero un’idea strana, prima di conoscere Lei la consideravo un’idea impossibile, durante il periodo in cui stavamo insieme ci fu un momento in cui la consideravo una cosa fattibile. Questo fu il Grande Attentato alla mia libertà che segnò l’inizio di una vera e propria rivolta dentro di me. Questa idea scatenò letteralmente il panico all’interno della mia testa, e Lei diventò il nemico pubblico numero uno della mia fazione di pensieri ribelli.

Ma adesso c’era un dubbio, un dubbio atroce che mi friggeva il cervello ogni volta che ci cascavo dentro con qualche pensiero: Se ci fossimo sposati, come sarebbe stato?

Ci sono fantasmi con cui devi imparare a convivere: puoi parlarci, ragionarci, li puoi insultare, cacciare, puoi perfino menargli, ma il giorno dopo loro saranno sempre lì, insieme a voi. I vostri affezionati nemici. E’ una questione personale fra voi e loro, una partita a numero chiuso, voi da una parte loro dall’altra.

Come sarebbe stato? Questo non era un pezzo del mosaico, questo non potevo risolverlo, non potevo incastrarlo da nessuna parte perché questa domanda non avrebbe chiarito niente. E soprattutto non avrebbe mai avuto nessuna risposta. Questo era un fantasma, era il mio affezionato nemico e avrei dovuto imparare a conviverci.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(25)

25

Il giorno dopo il ritrovamento della mia Grande Paura lavorai come un matto. Mi alzai prima delle sette e cominciai la corsa di quel giorno. La buona notizia era che mi andava di correre e pensai che dipendesse dai grandi progressi che facevo con il mosaico. In parte dipendeva da quello, ma c’era anche un’altra cosa. Il fatto di analizzare i pezzi che trovavo con una freddezza tutta nuova rispetto al principio, allontanava dai miei pensieri la preoccupazione di perdere contatto con il mondo esterno. La costante del primo periodo di lavoro al mosaico era costituita dal fatto che o mi chiudevo nella cella e lavoravo alla risoluzione e l’incastro dei pezzi, oppure uscivo da lì dentro e cercavo di ricrearmi una specie di vita sociale o qualcosa che ci andasse vicino. Adesso invece riuscivo a conciliare le due cose e – udite udite – la notte riuscivo a dormire. Quando la notte non dormi sei rovinato. Aver ritrovato un certo rapporto con il sonno mi dava un’energia completamente nuova e avevo tutta l’intenzione di usarla.

Quel giorno lavorai dodici ore di fila senza fermarmi mai. Visitai tre clienti diversi, ognuno a una settantina di chilometri di distanza dall’altro. A fine giornata avevo percorso circa trecento chilometri e guidare era stata la parte meno faticosa del lavoro. Quando tornai a casa ero distrutto.

Diedi un paio di morsi alla pizza che avevo comprato e mi buttai sul letto. Guardai fuori dalla finestra: la luna era vicina e illuminava la strada a giorno. In certe giornate invernali cupe e pesanti di pioggia, quando le nuvole ti si abbassano sopra come una minaccia, alle quattro del pomeriggio c’era meno luce di quella sera. Dalla finestra entrava un fascio di luce bianca che inquadrava il mio letto come un gigantesco occhio di bue appeso al cielo.

La luna parla?, pensai. Eccome se parla, dice un sacco di cose: non devi fare altro che fissarla dalla finestra della tua camera da letto e lei ti dirà tutto quello che vuoi sapere.

Quella sera niente fucile, entrai nella riserva da naturalista: quella che avevo davanti non era una battuta di caccia, era un’escursione. Il tassello l’avevo trovato molto tempo prima e me lo rigiravo tra le mani aspettando il momento giusto per piazzarlo al suo posto. Vi ho già parlato del pezzo chiamato I Ricordi e vi ho detto che in realtà era composto da due parti: c’erano i ricordi che riguardavano me e quelli che riguardavano Lei. Vi ho anche detto che questi ricordi erano sistemati in due stanze diverse dentro di me. Finora avevo guardato nella mia stanza, dove c’erano i ricordi di quello che avevo fatto io. In questi ricordi Lei entrava in scena solitamente come soggetto passivo, che agiva per conseguenza diretta o indiretta delle mie azioni. Per aprire la sua stanza, quella dove c’erano i ricordi di quello che aveva fatto Lei e dove solitamente agiva da soggetto attivo, impiegai due anni e qualche mese. Fino ad allora da lì dentro avevo pescato solo qualche ricordo generico e a dirla tutta non li avevo nemmeno cercati, mi ero limitato a guardare passivamente i ricordi che di loro iniziativa avevano cercato me. Per entrare in quella stanza e mettersi a rovistare c’era bisogno di molto coraggio: Chi tocca questi fili muore, era la prima riga del motto inciso sulla porta d’ingresso chiusa a chiave nel mio cervello.

Sei avvisato, diceva subito sotto.

Guardai la luna e tornai col pensiero a un pomeriggio lontano più di due anni dal punto in cui mi trovavo quella sera. Lei era libera quel pomeriggio e mi aveva chiesto se poteva venire con me mentre lavoravo. Le avevo detto che sarei andato verso la zona del mare e lei adorava il mare. Era una bella giornata di aprile, il sole cominciava a fare sul serio e anche noi. Stavamo insieme da qualche mese ed eravamo nel nostro momento migliore.

“Guidi a tempo di musica”, disse Lei mentre ascoltavamo la radio in macchina. Non ho mai capito che cosa volesse dire, ma mi sembrò un complimento bellissimo.

“No no, è la musica che cerca di starmi dietro mentre guido”, scherzai io. Lei sorrise e seguì una mezz’ora di silenzio in cui nessuno dei due sembrava stare in macchina con l’altro. Io sembravo concentrato sulla guida, ma stavo pensando a tutt’altro. Conoscevo quella strada a memoria e su strade del genere spesso mi capita di inserire una specie di pilota automatico. La guida diventa una cosa del tutto indipendente rispetto ai pensieri: le mani sanno cosa devono fare, i piedi anche e in caso di emergenza diventa un problema dell’istinto entrare in azione. Il cervello resta del tutto libero e i pensieri possono andare dove vogliono: la macchina è uno dei posti migliori per pensare.

Quel pomeriggio non avevo bisogno di andare molto lontano per trovare quello a cui volevo pensare: stavo pensando a noi due, a quanto mi piaceva passare il tempo con Lei e fare le cose insieme. Pensavo al fatto che guidavo a tempo di musica. Stavo pensando che non ero mai stato così bene con qualcuno prima di allora.

“Che pensi?”, chiese Lei dopo un po’. La risposta a questa domanda era una faccenda molto più complessa di quello che potrebbe sembrare. Scoprirsi troppo in amore può essere una pessima idea. Ho sempre cercato di seguire regole molto rigide nei miei rapporti sentimentali. Il controllo della situazione è sempre stata una regola inderogabile per me: ho sempre voluto sapere cosa stavo facendo nel momento in cui lo stavo facendo. Ma il punto è che potete darvi tutte le regole che volete: quando la ruota dell’amore si mette in moto vi saltano gli schemi e quello che fino a poco prima sembrava di importanza vitale, diventa improvvisamente privo di significato. Quando tutto l’universo per voi comincia a girare intorno a un’unica persona, il controllo della situazione è un problema che appartiene al passato remoto. La situazione è già fuori controllo. E per la precisione è fuori controllo da un pezzo.

“Pensavo a te”, le dissi. “Pensavo a quanto mi piace fare le cose insieme. Penso che ti amo troppo”. Glielo dovevo dire, non avevo scampo.

“Che significa che mi ami troppo?”, chiese Lei sorridendo.

“Non lo so, ti amo troppo”. Le presi la mano e cambiai improvvisamente discorso: “Siamo quasi arrivati, ti starai rompendo le palle a morte, è quasi un’ora che stiamo in macchina”, dissi.

“Ma scherzi? Io adoro viaggiare in macchina”. Mi strinse la mano, sentivo la sua energia passarmi dentro come un flusso di corrente.

“Quando arriviamo avrò da fare per un’oretta, ti lascio in un centro commerciale che sta di strada e poi vengo a riprenderti”, le dissi.

“Sì. Quando hai finito andiamo sulla spiaggia?”, mi chiese.

“Quando ho finito andiamo sulla spiaggia”, le dissi io. “Ti amo”, dissi subito dopo, e le baciai la mano.

Nessuna risposta.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(26)

26

Quando arrivammo in spiaggia il sole stava tramontando: il mare era calmo e spruzzato di ombre rosse. C’era ancora abbastanza luce però e quella fu una fortuna in un certo senso, perché avevo scelto un tratto di spiaggia completamente deserto. Non c’era nessuna casa intorno, non c’era gente sulla spiaggia e non c’erano macchine dove avevamo parcheggiato. L’unica luce era quella del sole che affogava lento all’orizzonte.

Scendemmo le scalette di legno che portavano dalla strada alla spiaggia e arrivammo fino alla riva. Lei guardava verso l’orizzonte senza dire una parola. Dio quant’era bella così.

L’abbracciai da dietro e la baciai sul collo. Lei prese le mie mani intorno alla sua vita e le strinse forte. Avrei voluto fermare quel momento per sempre, avrei voluto che qualcuno ci facesse una fotografia, avrei voluto essere la fotografia. Non c’era niente meglio di quello, non c’era un solo motivo al mondo per abbandonare quel momento, non uno. Avrei voluto nascere e morire su quella spiaggia, con tutta la vita concentrata in quell’unico momento.

“Ti piace qui?”, dissi alla fine.

“E me lo chiedi?”, disse Lei. Poi subito dopo aggiunse: “Perché con te è sempre tutto così perfetto?”.

Dalla sua bocca uscivano i miei pensieri, e non era la prima volta e neanche la seconda, e nemmeno l’ultima. Io pensavo le cose e Lei le diceva, succedeva di continuo. Eravamo più di due persone sulla stessa lunghezza d’onda, in certi momenti sembrava che fossimo un’unica persona tagliata in due.

“Non sono io, sei tu”, le dissi. Poi improvvisamente mi venne voglia di rotolarmi insieme a Lei sulla sabbia. Sapevo che questa cosa l’avrebbe fatta arrabbiare a morte, perché i capelli le si sarebbero riempiti di sabbia e Lei era molto gelosa dei suoi capelli. Ma l’idea che si sarebbe arrabbiata non mi fermò:

“Mi puoi reggere il cellulare in tasca?”, le chiesi. Non avevo tasche e la sabbia non va molto d’accordo con i telefoni cellulari.

“Sì, perché?”, mi chiese Lei.

“Perché potrebbe entrarci dentro la sabbia”, dissi io. Lei prese il mio telefono e lo mise nella tasca della giacca di pelle che portava. Io chiusi la tasca con la lampo.

“Addirittura!”, fece Lei. “Ma non c’è nemmeno vento, la sabbia non può entrarci”, disse.

“Aspetta a dirlo”, dissi io. Poi poggiai un piede dietro il suo e la tirai indietro fino a farla cadere insieme a me. Lei fece un urletto e disse qualcosa che non capii, doveva essere un vaffanculo o qualcosa del genere. Quando fummo tutti e due per terra l’abbracciai e cominciai a rotolare come uno scemo. Sentivo che parlava ma non capivo cosa stesse dicendo, c’era sabbia che volava dovunque: sugli occhi, nei capelli, sulla bocca, c’era sabbia dappertutto.

Quando mi fermai io stavo sotto e Lei sopra. La sua faccia era schiacciata contro la mia e mi sentivo la bocca piena di sabbia. Lei mi piantò le mani sul petto e fece per alzarsi, ma io la presi e le spinsi la testa verso la mia:

“Dammi un bacio”, le dissi.

UN BACIO?”, disse Lei sputacchiando sabbia ovunque. “Io adesso mi alzo e TI UCCIDO!”. La guardai e cominciai a ridere come un matto: era buffissima e bellissima, con i capelli tutti spettinati e pieni di sabbia e la faccia di una pantera che cerca solo il punto migliore per azzannarti. Si alzò in piedi: “Adesso sei contento?”, mi chiese.

“Insomma”, dissi io cercando di ridiventare serio.

“Non farti mai più venire in testa un’idea così cretina!”, disse Lei.

“Ma mica ti sei incazzata davvero?”

“Noooo, e perché mi dovevo incazzare davvero?”, disse. “Guarda che casino, vorrei solo sapere adesso come facciamo!”.

“Come facciamo a fare cosa?”, dissi.

“Guarda, per piacere!, lasciamo stare. Lasciamo stare che è meglio”. Era proprio incazzata di brutto. Allora mi buttai in ginocchio sulla sabbia davanti a Lei:

“Oddio, ti prego”, dissi. “Ti prego Mia Signora, perdona questo umile servo che pensava solo di fare del bene.”

“Alzati, non fare lo scemo”.

“Oh no, NO! L’intenzione dell’umile servo non è di alzarsi, no! L’umile servo ha tutta l’intenzione di ributtare la padrona nella sabbia fino ad ottenere il perdono.”

“Alzati, non riprovare a buttarmi ancora nella sabbia, non ci provare nemmeno.”

“Il servo vuole vedere cosa succede se ributta la padrona nella sabbia, è un umile servo taaaanto curioso!”

“Non ci provare, non sto scherzando. Se mi ributti nella sabbia mi arrabbio sul serio!”

SUL SERIO?”, dissi io. “Accorrete gente, ACCORRETE!”, urlai alla spiaggia deserta. “Adesso l’umile servo ributterà la padrona nella sabbia, e allora lei si arrabbierà SUL SERIO!”.

“Io me ne vado, ti aspetto in macchina”, disse Lei. Si girò per andarsene, ma io la placcai alle gambe da dietro: niente da fare, doveva tornare nella sabbia con me. Rotolammo un altro po’, stavolta in direzione della riva. Quando cominciai a vedere la sabbia bagnata mi fermai: avevo una mezza idea che se le avessi fatto bagnare i capelli mi avrebbe ucciso davvero.

“Hai finito?”, chiese lei quando mi fermai.

“Zì badrona”, dissi io. Poi vidi che aveva la gomma da masticare in bocca: “Mi dai la tua gomma?”, le chiesi rialzandomi.

“E’ piena di sabbia”, disse Lei tirandola fuori dalla bocca.

“Non importa, nel posto dove sto per spedirla ce n’è ancora di più”. Presi la sua gomma e ne feci un tutt’uno con quella che stavo masticando io. Poi gettai le due gomme unite nel mare che avevo di fronte. Le tirai più lontano che potevo e aspettai di vedere il punto in cui sarebbero cadute nell’acqua. “Ecco fatto”, dissi alla fine.

“Ti amo”, disse lei abbracciandomi. La strinsi forte mentre guardavo il mare: sulla linea rossa dell’orizzonte il sole stava perdendo la battaglia per la sopravvivenza, come tutte le sere. Il mare l’aveva inghiottito quasi completamente, erano rimasti solo pochi raggi di luce in lontananza, come l’ultimo colpo di braccia di un uomo che sta annegando.

“Andiamo a mangiare”, le dissi nell’orecchio. “Dai, ti porto a cavallo fino alla macchina.”

“A cavallo? E perché?”, mi chiese Lei.

“Non vorrei che ti sporcassi di sabbia”, le dissi prendendola in braccio. Lei mi diede un cazzotto sulla spalla e mi mandò affanculo: “Di cuore”, disse.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(27)

27

Quando tornai con il pensiero nella mia stanza, mancavano venti minuti all’una e non c’era traccia del mio sonno. Non avevo la minima voglia di dormire e anzi mi sentivo come se mancassero venti minuti a mezzogiorno, invece che all’una di notte. Avevo fame. Andai a recuperare la pizza che avevo smozzicato in cucina e la portai in camera da letto. Poi misi un CD di Eric Clapton nel lettore e mi fiondai letteralmente sulla pizza. Mentre mangiavo recuperai mentalmente un pezzo di mosaico dalla stanza che conteneva i suoi ricordi. Ce n’erano a iosa di pezzi in quella stanza, una vera miniera, non dovevo fare altro che guardarmi intorno per trovare un pezzo dietro l’altro. Ma dovevo andarci piano, era roba che scottava sul serio quella. C’era roba molto pericolosa lì dentro, anche a distanza di due anni.

Nonostante questo dovevo rischiare: dovevo mettere alla prova la mia nuova freddezza nell’analisi del mosaico, ne avevo bisogno. Dovevo guardare in faccia la mia lucidità, dovevo capire se ero davvero arrivato al punto in cui il distacco per quello che vedevo era in grado di competere e superare il coinvolgimento che quei ricordi mi suscitavano. Dovevo capire se sarei mai stato capace di smettere di amarla. Era quello lo scopo finale di tutto quel lavoro, dovevo guarire. Il pezzo che pescai nei ricordi era un pesce grosso: La prima volta che facemmo l’amore.

Cercai di finire in fretta la pizza, volevo essere libero di pensare. Finito di mangiare andai in cucina  e feci un caffè. C’era roba grossa nell’aria, volevo approcciare quel ricordo facendomi accompagnare dai miei vizi preferiti: una tazzina di caffè e una sigaretta mi avrebbero fatto ottima compagnia.

Presi il caffè, accesi la sigaretta e mi sdraiai sul letto: Eric Clapton aveva appena attaccato Layla, la luna era ancora alta nel cielo, la notte era lunga e io avevo un sacco di tempo per lavorare. Entrai nella riserva senza armi, per la seconda volta nella stessa sera.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(28)

28

La prima volta che mangiammo insieme fu in una pizzeria a Napoli. Mangiammo la pizza a pranzo, perché a Napoli puoi mangiare la pizza quando vuoi. Io non conoscevo Napoli per niente e scelse Lei il posto. Appena entrammo il cameriere ci chiese se volevamo il solito tavolo. Questa cosa fu molto curiosa, perché noi due non eravamo mai stati insieme in quella pizzeria prima di allora. Non eravamo mai stati insieme in nessuna pizzeria se era per quello, era la prima volta in vita nostra che mangiavamo qualcosa allo stesso tavolo. Io e Lei ci lanciammo uno sguardo: Il cameriere è pazzo.

Mi girai verso il cameriere e gli dissi che il solito tavolo andava benissimo. Allora lui ci portò in una camera separata dalla stanza principale, era un posto molto intimo. La camera conteneva due tavoli in tutto ed erano entrambi vuoti. Il cameriere pazzo ci fece sedere in uno dei due, e io pensai che il nostro solito tavolo non era niente male.

Ordinammo subito da mangiare perché avevamo fame tutti e due. Dopo che il cameriere pazzo se ne andò con l’ordinazione, nella stanza calò un silenzio imbarazzante. Non sono molto bravo a interpretare il gioco delle parti. Immagino che avrei dovuto dire cose strepitose in un’occasione come quella, anche perché Lei cominciava a interessarmi. Avrei dovuto cercare di fare colpo, avrei dovuto intrattenerla con discorsi molto interessanti e frasi originali. Avrei dovuto fare qualcosa, su questo avevo pochi dubbi. Ma il fatto è che quando mi trovo in una situazione in cui mi sento costretto a parlare, nel mio cervello cala il buio totale. Allora feci una cosa abbastanza vigliacca, immagino: le girai la palla.

“Sei molto silenziosa”, dissi. Con il tempo imparai che il silenzio era il suo stato naturale.

“Più che silenziosa sono un po’ stanca”, disse Lei. Poi aggiunse: “Stanotte ho dormito poco”.

“Come mai?”, chiesi io cominciando a smollicare il pane. Ho questo brutto vizio di togliere la mollica dal pane un pezzetto alla volta e buttarla sulla tovaglia. Ora che finisco di mangiare la mia parte di tovaglia è ridotta come il sentiero di Pollicino nella foresta.

“Ero un po’ nervosa perché dovevamo incontrarci”, disse Lei con una schiettezza completamente spiazzante.

“Eri nervosa per la contentezza, spero”, dissi io.

“Sì certo, ero contenta”, rispose Lei. Poi subito dopo aggiunse: “Molto contenta”.

E Sorrise.

Guardatelo molto bene questo sorriso, guardatelo bene come lo guardai io e sappiate che da quel momento in avanti niente fu mai più come prima. Niente, potete prendermi in parola. Molto semplicemente ci fu una vita prima di quel sorriso e una vita dopo quel sorriso. Andò proprio così perché quando sorrise, proprio in quel preciso istante mi innamorai di Lei.

“Adesso che dici così mi fai ricordare una puntata del Gatto Silvestro, in cui c’era Silvestro che non riusciva a prendere sonno”, dissi subito dopo essermi innamorato. “E insomma è stato tutta la notte a rigirarsi nel letto: prendeva il cuscino, lo girava, lo toglieva, cambiava posizione, ma niente. Ogni tanto guardava l’orologio. E’ stato tutta la notte a guardare le ore che passavano sull’orologio. Appena prese sonno la sveglia cominciò a suonare e lui doveva alzarsi. Allora scattò a sedere sul letto, allungò le mani verso la sveglia, la fermò e si girò verso la telecamera: aveva gli occhi di vetro!”. Cominciai a ridere ricordandomi gli occhi di Silvestro che ti guardavano da dietro lo schermo, era una scena irresistibile. Rideva anche Lei, allora continuai: “Di vetro! Giuro! Erano tutti smerigliati, con delle profonde spaccature che li attraversavano da una parte all’altra, sembrava che dovessero scoppiare da un momento all’altro!”. A quel punto stavamo ridendo come due matti. Per fortuna che eravamo al nostro solito tavolo e non c’era nessun altro nella stanza tranne noi.

“Da morire”, dissi alla fine quando ripresi fiato.

“Da morire”, ripeté Lei subito dopo.

Il cameriere pazzo entrò nella stanza con le nostre due pizze: se non avete mai mangiato la pizza a Napoli non sapete che cosa vi siete persi. Mentre mangiavo pensavo che avrei voluto baciarla. Avrei voluto baciarla e dirle che mi ero innamorato di Lei. Devo baciarla prima di stasera, pensavo: era un bisogno mentale e fisico, me lo sentivo addosso, dentro e fuori, dovunque. La guardavo e mi sentivo lo stomaco annodato. Non sapevo nemmeno io come riuscissi a trattenere il desiderio di saltare dalla sedia e baciarla per un paio d’ore, o una trentina di giorni.

Mangiammo le nostre pizze, pagammo il conto e lasciai una bella mancia al cameriere: la mia solita mancia per lui. Uscimmo dalla pizzeria e ci guardammo intorno: mancava un quarto d’ora alle due.

“Che facciamo?”, le chiesi.

“Non saprei”, disse lei. “I negozi sono tutti chiusi a quest’ora”.

“I negozi sì, ma casa tua non è chiusa a quest’ora”, dissi io. Improvvisamente ero diventato molto sfacciato, la birra fa miracoli in certe occasioni.

“Vuoi vedere casa mia?”, mi chiese Lei.

“Con tutto me stesso”, risposi sorridendo. Non so nemmeno se avessi fatto un sorriso da lupo famelico, con la birra non si può mai dire. In ogni caso spero proprio di no.

“Allora andiamo”, disse Lei.

Viveva in un monolocale vicino al centro. Guardando dalla porta d’ingresso, in fondo alla stanza sulla parete di sinistra c’era il letto, a fianco c’era un comodino e subito dopo l’armadio, che arrivava quasi vicino alla porta. A destra dell’ingresso c’era l’angolo cottura, con una volta che scendeva dal soffitto. La volta era pitturata di blu, l’aveva dipinta Lei. In fondo a destra c’era il bagno e al centro della stanza un tavolo rotondo con due sedie.

“Ecco la mia reggia”, disse Lei appena entrati.

“E’ carina”, dissi io. Ed era carina davvero.

Mi fece sedere al tavolo e preparò il caffè. Io cominciai a sentirmi strano, ero emozionato che non ve lo posso raccontare. Prendemmo il caffè, io seduto al tavolo e Lei seduta sul letto. Guardai il soffitto per la centesima volta in dieci minuti, il silenzio che era calato nella stanza aveva trasformato l’emozione in imbarazzo. Sicuro che avrei detto qualche cazzata colossale se avessi provato a dire qualcosa di intelligente, così per la seconda volta nello stesso giorno passai la palla nelle sue mani:

“Dì qualcosa”, le dissi sporgendomi verso di Lei e poggiando i gomiti sulle mie ginocchia.

“Vorrei prenderti la mano”, disse Lei. Poi dopo un po’ aggiunse: “Adesso tocca a te: dì qualcosa.”

Le diedi la mano e pensai un po’ a quello che dovevo dire. Mi sentivo emozionato come un bambino al primo giorno di scuola. Non riuscivo a controllare questo stato di imbarazzo e ansia e paura e attesa e voglia, tutto mischiato insieme in un’emozione completamente nuova. Al primo appuntamento con una ragazza non ero stato tanto emozionato come lo ero in quel momento.

“Voglio darti un bacio”, le dissi. Il cuore batteva così forte che avevo paura lo sentissero dalla strada. Mi abbassai verso di Lei e la baciai sulle labbra. Prima un bacio, poi un altro, poi un altro ancora, poi mi alzai dalla sedia le diedi un altro bacio e mi sedetti sul letto di fianco a Lei. Poi le passai la mano dietro la testa, la spinsi verso di me e stavolta la baciai sul serio.

Improvvisamente mi venne voglia di aprire gli occhi mentre la baciavo: volevo guardarla, volevo vedere com’era quando mi baciava. Aprii gli occhi e la guardai: Lei aveva gli occhi chiusi e la sua fronte era corrucciata, come se stesse cercando di concentrarsi. Sembrava che volesse esprimersi, non so come dirvelo: mentre mi baciava si stava esprimendo. Attraverso quel bacio mi stava passando sé stessa: eravamo già l’uno dentro l’altra, ancora prima di fare l’amore. Stavamo già facendo l’amore.

Le tolsi la mano dietro la testa e l’abbracciai stringendomela addosso come potevo. Ci sdraiammo lunghi distesi sul letto, Lei mi stava sopra, dove volevo stare io. Allora la presi di nuovo dietro la testa e la spostai di lato, facendola passare sotto senza mai staccarmi dalle sue labbra. Lei cominciò a muoversi sotto di me e io insieme a Lei. A quel punto avrei voluto letteralmente strappargli i vestiti. Stavo pensando di spogliarla, ma mi sembrava che avrei dovuto aspettare un’eternità, mi sembrava che se non le fossi entrato dentro nei prossimi cinque, sei secondi al massimo, sarei morto su quel letto.

Lei staccò le sue labbra dalle mie e le avvicinò al mio orecchio sinistro: “Ti voglio”, disse con un filo di voce. Scattai sul letto come un pupazzo a molla, le slacciai le scarpe e gliele tolsi. Poi le sfilai i pantaloni, le calze, gli slip, ma quanta roba s’era messa? Dalla fine del nostro bacio mi sembrava che fossero passati due giorni, sì e no erano passati trenta secondi in tutto. Mi tolsi le scarpe e mi sfilai i pantaloni, poi fui subito sopra di Lei, fui subito dentro di Lei. Non c’era tempo per i preliminari, che cos’erano i preliminari? Niente, ecco che cos’erano, tutto fu niente in quegli interminabili secondi che mi separavano dal suo corpo. Esisteva solo che dovevo stare dentro di Lei, tutto il resto dell’universo era stato inghiottito nel nulla, tutto insieme e tutto in una volta.

Cominciai a guardarla negli occhi mentre facevamo l’amore, mi sentivo disperso in una dimensione completamente diversa da quella in cui vivevo di solito: era una dimensione liquida e solida allo stesso tempo, ero io che le scivolavo dentro, era Lei che accompagnava i suoi movimenti ai miei e li fondeva insieme in una cosa sola. Dopo un tempo senza tempo cominciò a scivolare di lato molto lentamente, come una barca portata dalla corrente. All’improvviso avvinghiò la sua gamba destra alla mia gamba sinistra e capii che voleva stare sopra di me. Ci scambiammo di posto e il mio braccio cominciò ad arrampicarsi nell’aria con la lentezza di un serpente che esca dalla cesta dell’incantatore. Non lo so che cosa volevo fare, tutto quello che so è che Lei lo sapeva. Incrociò il suo braccio al mio e cominciò a girarci intorno sfiorandolo da ogni parte con la mano. Sentivo i brividi arrivarmi dovunque, fin dentro le vene, fin dentro la testa, dentro i pensieri che sfumavano a uno a uno, chiamandomi sempre da più lontano fino a sparire del tutto.

La mia nuova dimensione acquistò improvvisamente una semplicità assoluta: io dentro di Lei, Lei sopra di me, non c’era nient’altro. Non c’era nessun mondo fuori da quella stanza, non c’era nessuna volontà e nessun pensiero residuo dentro di me. Era sparito tutto quanto, in tutto l’universo eravamo rimasti solo noi due che facevamo l’amore.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(29)

29

Quando tornai con la mente nella mia stanza Eric Clapton stava ancora cantando, la luna era al suo posto, la notte era lunga e io stavo piangendo.

Quando stavo insieme a Lei parlavamo spesso del Tempo. Lo chiamavamo il nostro nemico. Ogni volta che ci salutavamo e fino al momento in cui ci saremmo rivisti, il tempo era nostro nemico. Scorreva lentamente, non passava mai, certi giorni sembrava addirittura fermo.

Quando ci vediamo?, mi chiedeva Lei al telefono. Ecco il punto: Quando? Quando era il tempo che non passava, Quando era il nemico.

Dopo la fine della nostra storia, uno dei miei primi pensieri fu che il Tempo stavolta mi sarebbe stato amico. Non avrei dovuto fare niente, avrei solo dovuto aspettare che passasse. O almeno così credevo io. Ma quella sera in cui cadde l’illusione di poter guardare tutta la mia storia con sguardo fermo e occhi freddi, capii che il tempo non era stato mio amico. Il tempo non è tuo amico, il tempo non è tuo nemico: il tempo scorre e questo è tutto.

Guardai la sveglia, erano passate da poco le due. Dovevo spegnere lo stereo e mettermi a dormire, perché il giorno dopo avrei dovuto ricominciare a correre. Non ci fermiamo mai, disse una voce da qualche parte nel mio cervello.

“Già”, dissi a voce alta alla stanza vuota. Spensi lo stereo, abbassai la persiana dando un ultimo sguardo alla luna e tornai nel letto. Mi addormentai quasi subito. Stavo per conoscere una ragazza con cui avrei passato bei momenti nei mesi a venire, ma questo ancora non lo sapevo. Un altro rapporto di pochi mesi mi stava aspettando proprio dietro l’angolo. Un’altra ragazza che mi sarei sforzato di amare senza riuscirci nemmeno un po’. Eppure l’intenzione era buona e l’intenzione è tutto, giusto?

Quasi sempre.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(30)

30

Il giorno dopo era venerdì, il giorno della settimana che preferisco. Verso le undici di mattina mi chiamò Lucio. Vi ho già parlato di lui, è quel mio amico che ha sempre un’amica di qualche amica da presentarti. Hai bisogno? Chiama Lucio, è una sicurezza.

Quando il telefonino squillò lessi sul display che era lui. Ero ancora segnato dai ricordi della notte precedente e non mi andava di farmi sentire giù di corda. Posso parlare di un mio problema con uno sconosciuto, questo potrei farlo in qualunque momento. Ma non sono capace di farlo con un amico, o un conoscente, o mia madre. Quando qualcuno che mi conosce mi chiede come va, rispondo sempre che è tutto a posto. Se qualcuno che mi conosce dovesse parlarvi della mia vita basandosi su quello che gli racconto, vi direbbe che me la spasso alla grande. Nessuno di loro sospetta una sola virgola di tutto quello che vi sto raccontando, per dirne una. Non ne sanno niente, non gliene ho mai parlato. E a dirla tutta credo che non ne saprebbero niente nemmeno se gliene avessi parlato.

Risposi al telefono con un’aria splendida:

“Dica”, dissi col tono migliore che avevo.

“Ciao bellezza”, disse lui: era sempre di buon umore, forse per questo lo consideravo il mio miglior amico. “Che fai stasera?”, mi domandò.

“Perché? Hai intenzione di darmi una bottarella?”, dissi io.

Lui si mise a ridere: “Maledetto frocio”, disse. “Senti qua, parliamo di cose serie. La conosci Tiziana?”.

“Non lo so, non credo… chi è?”, gli chiesi.

“E’ una”, disse lui. “Stasera devo uscire con Emanuela, solo che c’è questa sua amica tra le palle che rompe un po’. Manuela dice che non può lasciarla a casa, lei è molto depressa perché il ragazzo l’ha lasciata da un paio di settimane, le solite cazzate insomma. Il problema è che se non trovo uno che faccia il quarto, stasera mi salta l’appuntamento”.

“Ah ma ti ringrazio!”, dissi io.

“Dai non dire stronzate, che c’è di male? Tiziana è carina, è anche un po’ intellettuale, magari ti innamori, che ne sai? Fa la vigilessa.”

“Fa la vigilessa?”, dissi io. “Questa cosa m’ingrippa… ma lo sai che mi hai convinto? A che ora è l’appuntamento?”

“Ci vediamo sotto casa mia alle otto, poi andiamo a mangiare da qualche parte, allora vieni? Vedrai che ti piacerà, garantito.”

“Ti ho detto che mi hai convinto, hai già venduto, adesso non vorrai mica ricomprare?”, gli dissi scherzando.

“Cioè ti sto organizzando un appuntamento con le palle e alla fine mi tocca pure ringraziarti?”, disse lui.

“Un appuntamento con le palle? Tu mi stai solo utilizzando per tappare un buco nella tua serata, altro che appuntamento con le palle.”

“Hai detto bene”, rispose lui. “E se ti dice bene ne tappi anche più di uno”. Era una specie di maniaco sessuale, ma questo l’avrete già capito da soli.

“Dai ci vediamo stasera, levati dai coglioni che devo lavorare”.

“Ciao stronzo e grazie”, disse lui.

“Fatti bionda”, dissi io e riattaccai.

La sera alle otto ero sotto casa sua. Avevo fatto tardi con un cliente e non avevo avuto tempo di andare a casa a cambiarmi. Mi presentai all’appuntamento in giacca e cravatta. Il mio abbigliamento ideale sono un paio di jeans tagliati sopra il ginocchio e una maglietta di cotone, ma sul lavoro sono costretto a vestirmi in maniera decente. Mi piace quasi tutto del mio lavoro, ma uno degli aspetti che non sopporto è proprio l’abbigliamento. Andarmene in giro come un pinguino incravattato, con un nodo scorsoio all’altezza del collo per una decina di ore al giorno: esiste un modo più idiota per presentarsi a qualcuno? L’abbigliamento elegante è una cosa completamente inutile secondo me. Se ci fosse un referendum per l’abrogazione dell’abbigliamento elegante, voterei . E’ solo una gran rottura di coglioni.

Citofonai a Lucio e gli dissi che l’avrei aspettato di sotto. Scese dopo una ventina di minuti: erano le otto e venti, lui era in ritardo di venti minuti e delle ragazze ancora nemmeno l’ombra. Non c’è verso di conoscere gente puntuale.

“Vai a un matrimonio?”, mi chiese appena vide come ero vestito.

“Sì sì, fai lo spiritoso, hai visto che ore sono? Avevi detto alle otto. Le ragazze?”

“Che ne so io avranno trovato traffico, rilassati. Ma come cazzo ti sei vestito?”, mi disse lui guardandomi dall’alto in basso.

“Non ho avuto tempo di cambiarmi”, risposi secco. Ero un po’ incazzato.

“Ho capito, ma almeno levati ‘sta cazzo di cravatta. Ma vuoi scopare o no stasera? Quella quando vede come sei vestito ti prende per scemo”, disse lui.

“Ma sai quanto cazzo me ne frega a me se mi prende per scemo? Io sono il primo ad avere le palle girate per come sto vestito, quindi lasciamo stare per piacere”, dissi sfilandomi la cravatta. Improvvisamente mi venne voglia di restare da solo. Volevo saltare in macchina e andarmene a casa, non mi andava più di uscire, né di conoscere nessuna Tiziana ritardataria di oltre mezz’ora, né di passare tutta la serata a dire splendide cazzate per affascinare una sconosciuta. Stavo proprio per piantare in asso tutti quanti ma Lucio si girò verso l’ingresso del piazzale e disse:

“Eccole”, lo disse appena in tempo. Maledetti ritardatari: arrivano sempre un momento prima che hai deciso di andartene.

Lucio fece le presentazioni. Erano due ragazze carine, Tiziana era un po’ più vestita di Emanuela. Emanuela aveva ritagliato un pezzetto di stoffa da qualche Barbie della sua collezione e l’aveva messo su per uscire. Era praticamente nuda. A guardarla ti veniva proprio voglia di prenderla e violentarla sul posto.

Tiziana portava un top abbastanza scollato e le stava benissimo, perché non aveva molto seno. Nella parte inferiore aveva indossato un paio di pantaloni bianchi. Quando vedo una donna con i pantaloni bianchi mi apposto come un cecchino, aspettando che si giri per vedere se porta il perizoma. Una volta ne vidi una seduta a un tavolo in un bar e passai mezz’ora al bancone parlando col barista aspettando che la tipa si alzasse per andarsene. Quella volta andò male, la tipa non se ne andava e alla fine fui costretto ad andarmene io perché non sapevo più che cosa dire al barista per continuare a stare lì davanti. In ogni caso, Tiziana aveva superato a pieni voti il mio Controllo Qualità, perizoma o non perizoma. Chissà se io avevo superato il suo Controllo Qualità. Vestito in quel modo avevo i miei dubbi, molto più facile che mi avesse preso per scemo come aveva detto Lucio. E comunque chi se ne fregava? Lei era solo una sconosciuta e io ero uno che non aveva niente da perdere.

Salimmo tutti e quattro nella macchina di Lucio:

“Dove si va?”, chiese lui guardando nello specchietto per rivolgersi alle ragazze che erano sedute dietro.

“Al mare”, risposi io prima che potesse parlare chiunque altro lì dentro. Appena posso voglio sempre andare al mare.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(31)

31

Quando arrivammo Lucio chiese cosa avremmo preferito mangiare:

“Cinese!”, urlò Emanuela dal sedile di dietro. Io la cucina cinese non la sopporto proprio. Non la capisco, per me la cucina cinese puzza e nessuno sulla faccia di questa terra sarà mai capace di convincermi del contrario. Ma quando sono in un gruppo mi adatto a qualunque decisione senza fiatare. Lo faccio per non guastare l’atmosfera, per me l’atmosfera è una cosa importantissima. Se sto cinque minuti insieme a qualcuno, chiunque sia, voglio che quei cinque minuti abbiano un senso, altrimenti preferisco non starci proprio. Siccome contraddire una donna su una decisione come la scelta del ristorante è un ottimo presupposto per fargli tenere il muso tutta la sera, non dissi niente. Se invece di cinese avesse detto Merda!, non avrei detto niente lo stesso.

Lucio sapeva che non sopporto la cucina cinese, allora si girò verso di me e disse: “Va bene cinese?”

“Benissimo”, dissi io. “E’ parecchio che non mangio in un ristorante cinese, per me va benissimo.”

“Aggiudicato”, disse lui guardando nel sedile posteriore attraverso lo specchietto. Da dietro arrivò un urletto di approvazione. Uno solo.

Allora mi girai verso Tiziana: “A te piace la cucina cinese?”, le chiesi.

“Insomma”, disse lei e si girò a guardare fuori dal finestrino. Le donne non hanno nessun riguardo per l’atmosfera. Anche se vi dicono di sì a una cosa che non hanno voglia di fare, vogliono che tu sappia che la stanno facendo controvoglia. Loro la fanno, ma tu devi sapere che non gli andava bene.

Quando arrivammo al ristorante c’era la fila fuori dalla porta. Dentro era pieno e c’erano una decina di persone fuori ad aspettare. Sulla porta c’era un tipo che prendeva i nomi per metterti in coda e ti chiamava quando era il tuo turno. Ci chiese il cognome di uno di noi:

“Galdieri”, dissi io e il tipo lo scrisse sul foglio.

“Fai Galdieri di cognome?”, mi disse Tiziana. “Non conosco nessun Galdieri, ma è un bel cognome.”

“Non faccio Galdieri di cognome”, gli dissi io parlando piano per non farmi sentire dal tipo all’ingresso. “E’ il cognome di un mio amico, ma mi piace così tanto che ogni volta che posso me lo vendo in giro.” Lei si fece una risata, era carina quando rideva.

Dopo una mezz’ora il tipo ci chiamò per entrare:

“Galdieri”, disse. Solo che io ero soprappensiero e non avevo capito che stesse chiamando noi.

Io non faccio queste cose, stavo pensando. Io non faccio queste cose.

Ero sotto il torchio della mia coscienza da più di due anni ormai. Era per la questione del tradimento. Ogni giorno, ogni santissimo giorno, la morsa che mi spremeva l’anima rinfacciandomi la colpa del tradimento, avanzava di un passo per stringermi uno scatto più forte: Tic!

Mi stava massacrando, mi svuotava la vita aggredendomi alle spalle senza preavviso nelle occasioni più impensabili. Magari mi stavo godendo un bel momento, o pregustavo una bella serata con qualcuna, ed eccolo lì il maledetto spauracchio della coscienza che saltava fuori come un pupazzo a molla compresso in una scatola: Ma tu l’hai tradita!

Io non faccio queste cose! Ne avevo veramente le palle piene di sentirmi rinfacciare dalla mia coscienza che l’avevo tradita. La verità era che per costringermi a lasciarla le avrei provate tutte, senza esclusioni di colpi. Ed era andata esattamente così. Avevo fatto quello che andava fatto, anche se avevo fallito nell’obiettivo di lasciarla. Non faccio queste cose, dissi mentalmente al pupazzo a molla del tradimento. E adesso levati dai coglioni che ho da fare.

“Galdieri, c’è Galdieri?”, ripeté il tipo all’ingresso.

Lucio che sapeva tutto della storia del cognome finto si girò verso di me: “Guarda che ti stanno chiamando”, disse indicando l’ingresso del ristorante.

“Galdieri non c’è?”, disse il tipo per un’ultima volta.

“Eccoci, siamo noi”, gli dissi.

“Venite”, disse lui e ci fece strada all’interno. Ci sistemò in un tavolo al centro della sala, che per me è una posizione odiosa. Il mio posto preferito sono gli angoli, non lo so perché. Forse è perché da lì hai la situazione sotto controllo e non sei continuamente sotto gli occhi di tutti. Mi piace osservare la gente seduta ai tavoli dei ristoranti, vedi un sacco di gente strana. Dopo una mezz’ora che sto seduto in un ristorante posso dirvi qualunque cosa delle persone nel raggio di cinque tavoli. Mi piace ascoltare quello che si dicono e cercare di indovinare che tipo di relazione c’è fra loro: se sono fidanzati, sposati, amici, amanti, quello che è insomma. E a seconda di che relazione li lega, mi interessa sentire di cosa parlano. Se beccate due amanti come vicini di tavolo per esempio, spiare la conversazione diventa una cosa interessantissima, è anche facile che ci scappi una bella litigata. Anche perché la gente ai tavoli dei ristoranti parla come se non avesse nessuno intorno. Sono convinti di essere invisibili, non lo so come mai fanno così, ma lo fanno. Parlano di cose personalissime come se fossero da soli chiusi in una stanza, invece che con un centinaio di persone intorno. E’ per questo che non mi piacciono i tavoli centrali nei ristoranti, perché ti pongono al centro dell’attenzione degli altri e sei tu ad essere sotto osservazione.

Quando il cameriere portò il menu lo studiai un quarto d’ora cercando qualcosa che mi ispirasse. Alla fine presi quegli involtini con le verdure dentro, che praticamente sono l’unica cosa che riesco a mangiare in un ristorante cinese. Presi solo quelli e nient’altro.

“Non hai fame?”, mi chiese Tiziana.

“Per niente, ho mangiato troppo a pranzo mi sa”, dissi io. La verità era che mi sarei mangiato un orso con tutta la pelliccia, perché a pranzo non avevo mangiato quasi niente. Ma la puzza dei piatti che avevo intorno era un deterrente micidiale.

“Dopo mangiato andiamo sulla spiaggia?”, disse Emanuela.

“Dici per vomitare?”, gli dissi io. Lucio scoppiò a ridere e per poco non mi sputava l’acqua in faccia. Emanuela che non aveva capito niente si guardava intorno come se le fosse sfuggito qualcosa.

“Ma allora non ti piace la cucina cinese!”, disse Tiziana girandosi verso di me. Lo disse come se avesse appena fatto una scoperta fantastica, una di quelle cose che ti cambiano la vita proprio.

“Non è che ci vado pazzo”, le dissi io per non offendere Emanuela che aveva avuto l’idea del ristorante cinese.

“Lo potevi pure dire”, mi disse Emanuela che nemmeno a dirlo si era offesa lo stesso. “Comunque vi va di andare in spiaggia?”, rilanciò.

“Per me va benissimo”, dissi io. Lucio e Tiziana fecero di sì con la testa e a quel punto era deciso: dopo mangiato saremmo andati in spiaggia. Tutto sommato quella era stata l’idea migliore della serata. Ho sempre avuto una forte attrazione per il mare. Ma una forte attrazione non rende molto l’idea, diciamo che lo amo con tutto me stesso. Ho un certo rapporto con il mare, è qualcosa di molto personale, proprio come una storia d’amore. Questa attrazione si era assottigliata molto dopo la fine della mia storia con Lei. Non so perché successe questa cosa, ma successe. Mi ricordo che dopo la fine della nostra storia andavo spesso al mare, cercando un aiuto da parte sua. Mi aveva sempre aiutato. Nei momenti difficili sono sempre andato al mare sapendo che mi sarebbe bastato guardarlo e toccare l’acqua e stare un po’ lì senza dire né fare niente, e qualcosa di buono sarebbe sicuramente venuto fuori. Una buona idea o semplicemente un attimo di conforto, come una pacca sulla spalla ricevuta da un vecchio amico. Ma quelle volte che ci andai per cercare di trovare un senso a quello che era successo tra me e Lei, non arrivò nessun aiuto. Lo sentivo lontano, o forse ero io ad essermi allontanato. Forse lui era semplicemente rimasto dove se ne stava da sempre, ero io che ero finito chissà dove. In un caso o nell’altro, continuavo ad andare al mare tutte le volte che potevo cercando di recuperare il vecchio rapporto che avevamo. Era una cosa veramente importante per me.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(32)

32

Arrivammo in spiaggia intorno a mezzanotte, faceva un po’ freddo. La sabbia era umida, il mare riposava calmo sotto il mantello d’argento della luna. Emanuela e Lucio si appartarono subito sotto il portico di un chiosco chiuso, così rimasi da solo con Tiziana. A dirla tutta avrei preferito restare da solo e basta, ma c’era anche lei non è che potevo cacciarla. Mi sedetti sulla sabbia, poi subito dopo mi sistemai lungo disteso con le mani intrecciate dietro la testa per guardare il cielo. Intorno a noi arrivava solo un po’ di luce dai lampioni sulla strada, per il resto era completamente buio, tranne che per una lucetta accesa dentro l’acqua, così lontana che per vederla ti dovevi proprio concentrare con lo sguardo. Probabilmente era qualche pescatore che stava buttando le reti, o le stava ripescando, chi lo sa.

Le cose più belle agli occhi degli altri le faccio sempre involontariamente. Così, appena mi stesi sulla sabbia, Tiziana disse:

“Che bella idea che hai avuto”, lo disse proprio un momento prima che mi dimenticassi di lei e partissi per qualche viaggio dentro la mia testa guardando le stelle. Mi vergognai un po’ del fatto che me la stavo dimenticando sulla spiaggia, allora per riparare dissi:

“La vuoi sentire un’idea veramente bella? Stenditi dall’altra parte della mia testa, proprio come sono steso io, solo dall’altra parte. Mettiti in modo che la tua testa poggi quasi alla mia quando sei stesa, mettiti così che facciamo quattro chiacchiere col naso all’insù”. Lei si stese proprio come le avevo detto io, avevamo la testa appoggiata uno contro l’altra. Se fossero state le stelle a guardare noi e non viceversa, avrebbero visto una lunga  I  distesa sulla sabbia.

“Non mi sono mai stesa con nessuno così”, disse lei.

“E’ bello, no?”, le dissi.

“Bellissimo”, disse lei. Poi subito dopo aggiunse: “Lo vedi il carro?”, lo disse puntando l’indice verso le stelle.

“Certo”, dissi io ma non era vero. Io il carro non sono mai riuscito a vederlo in tutta la mia vita, mai. Solo che siccome lo vedono tutti, non mi va di dire che non lo vedo perché altrimenti parte una discussione lunghissima su come individuarlo. Siccome ci sono cascato una sera e dopo un’ora che parlavamo ancora non avevo capito dove stava, allora dico che lo vedo così chiudo subito la faccenda. Non ho mai visto il carro, né la padella né l’Orsa Maggiore né quella Minore né niente di niente. Io ho solo e sempre visto stelle nel cielo, puntini luminosi che ai miei occhi non hanno mai formato nessuna figura. Riesco solo a distinguere la stella Polare, perché è quella che brilla più di tutte. Ma una volta un mio amico mi disse che quella che stavo indicando non era la stella Polare, sembrava ma non era. Mi spiegò che c’è una stella che inganna e quasi tutti la scambiano per la stella Polare, ma non è lei. Quindi non sono nemmeno sicuro di aver visto la stella Polare.

“Come mai ti sei vestito così stasera? Adesso ti andrà tutta la sabbia nel vestito”, disse lei.

“Non ho avuto tempo di cambiarmi, della sabbia non me ne frega niente. D’altra parte sarebbe entrata dentro qualunque vestito”, le dissi. Poi siccome volevo cambiare discorso, aggiunsi: “Ha detto Lucio che fai la vigilessa”.

“Vero”, disse lei.

“E ti piace?”, le chiesi.

“E’ un lavoro come un altro, è solo un lavoro”, disse.

“Sì ma che c’entra, a me il mio lavoro piace, ti chiedevo se a te piaceva il tuo”, le dissi.

“Sì mi piace”, disse lei. Lo disse un po’ scocciata, forse il suo lavoro le piaceva o forse no, ma parlare del suo lavoro non doveva piacerle tanto. A me sinceramente il discorso mi attirava dal punto di vista sessuale. Durante la cena avevo pensato più di una volta a lei in divisa e cercavo di immaginarmela. Aveva un bel culetto a mandolino, l’avevo notato perché cercavo di capire se portasse il perizoma (lo portava) e stavo pensando se i pantaloni della divisa gli rendessero giustizia oppure no.

“Adesso dimmi una cosa che non ti piace”, dissi io per cambiare ancora discorso.

“La cucina cinese”, rispose lei secca. “E a te che cosa non ti piace?”, aggiunse subito dopo.

“Aspetta, la domanda è fatta male, chiedimi cosa mi fa schifo”, dissi io.

“Che cosa ti fa schifo?”

“La cucina cinese!”, dissi io e ci mettemmo a ridere tutti e due. Sentivo la sua testa sbattere contro la mia mentre rideva, adesso ero contento che fosse lì. Ero contento di stare sulla spiaggia insieme a lei invece che da solo.

“Adesso dimmi una cosa che ti fa impazzire”, disse lei quando ridiventò seria.

“Il mare”, dissi io. Lo dissi sperando di sentirmi qualcosa vibrare dentro, come mi succedeva sempre quando parlavo del mare prima. Qualcosa si mosse dentro di me, ma non era proprio una grande vibrazione. Diciamo che fu una scossetta, speravo in qualcosa di più ma mi accontentai lo stesso. “Adesso dimmi tu qualcosa che ti fa impazzire”, le dissi.

Lei ci pensò un po’, poi disse: “L’Austria”.

L’Austria?”, dissi io completamente spiazzato. “Che c’entra l’Austria? Cioè… no che c’entra, dimmi che cos’è che ti fa impazzire dell’Austria”, dissi. Ero proprio spiazzato a manetta.

“I prati in montagna”, disse lei. “Le casette di legno come quella del nonno di Heidi, con i prati intorno e le donne con le ceste di vimini in testa.”

“Le donne in Austria portano le ceste di vimini in testa?”, le chiesi io.

“Non lo so, però io me le immagino così, con le ceste di vimini in testa e le gonne lunghe e larghe”.

“Carino”, dissi io. “E ci sei mai stata in Austria?”, le chiesi.

“No, però ci voglio andare, per me è un sogno. E tu? C’è un posto dove sogni di andare?”, mi chiese.

“In America”, dissi io. “A New York, è veramente un sogno mi devi credere. Se riesco ad andare a New York quando scendo dalla scaletta dell’aereo mi inginocchio e bacio per terra come fa il Papa”.

“Ma mica lo faresti veramente!”, disse lei ridendo.

“Certo che lo farei veramente, non sto scherzando”, dissi io.

“Ma dai!”, disse lei. “E’ assurdo!”, lo disse mentre stava ancora ridendo.

“Che mi frega, ne facciamo tante di cose assurde, una in più che cambia se ti fa piacere farla?”, le dissi.

“Be’, questo è vero”, disse lei.

“Certo che è vero”, dissi io. Poi calò un silenzio improvviso e restammo stesi sulla sabbia a guardare il cielo per un po’.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(33)

33

Dopo una decina di minuti che ce ne stavamo sdraiati in silenzio, arrivò Lucio:

“Dobbiamo andare, Emanuela dice che sente freddo”, disse. Lo credo bene che sentiva freddo, conoscendolo come minimo l’aveva spogliata dalla testa ai piedi.

Il viaggio di ritorno si svolse completamente in silenzio. Nessuno diceva una parola in quella macchina, e dopo una mezz’ora pensai che Emanuela e Lucio probabilmente avevano litigato, altro che freddo. Questo pensiero mi attraversò la testa come un lampo, ci persi proprio un momento a pensare una cosa del genere, perché alla fine della fiera non mi importava assolutamente niente se avevano litigato, stavo pensando a tutt’altro.

Pensavo a Tiziana: Mi piace?, mi stavo chiedendo. Le piaccio? Pensai che il fatto di chiedermi se le piacessi doveva significare che in qualche modo, da qualche parte dentro di me, lei doveva avermi lasciato un qualche segno che avrei dovuto sentire. Lo cercai senza trovare niente di particolare: era una ragazza carina, ci avrei fatto sesso, ero curioso di vederla in divisa, questo senz’altro. Ma non sarei mai andato in Austria con lei e nemmeno l’avrei portata in America con me.

A metà del viaggio di ritorno realizzai che avevo pensato a lei fin troppo. Ci avrei provato con lei? Forse, ma non quella sera.

Arrivati sotto casa di Lucio era chiaro che nessuno dentro quella macchina aveva voglia di proseguire la serata. Emanuela aveva una faccia che strusciava per terra e se non stava attenta ci avrebbe inciampato con i piedi mentre camminava. Tiziana e io eravamo silenziosi, ma tutto sommato ognuno di noi due stava bene a modo suo e si vedeva. Lucio spense la macchina e si girò con la testa a guardare fuori dal finestrino. A vederlo sembrava che avesse trovato una cosa interessantissima da guardare lì fuori. Ma aveva parcheggiato di fianco a un muro, e il muro si trovava esattamente dove stava guardando.

“Be’ ragazzi io vado che domani mattina ho un po’ da fare e mi devo alzare presto”, dissi per rompere il silenzio. Fate conto che non avevo detto niente, nessuno degli altri tre fece una piega lì dentro. Allora aprii lo sportello per scendere e Lucio disse:

“Tu e Tiziana vi siete scambiati i numeri di telefono? Perché non lo so se usciremo ancora in quattro.” Lo disse guardando me, ma stava parlando con Emanuela. Conoscendolo doveva essere incazzato a morte perché era andato in bianco e in qualche modo Emanuela avrebbe dovuto pagarla. Era davvero capace di non uscirci più nemmeno se lei l’avesse richiamato, era fatto così. L’ho visto incassare colpi tremendi, a volte l’ho visto perfino perdonare i tradimenti delle ragazze con cui stava insieme. Sopportava tutto, era sempre di buon umore ve l’ho detto. Ma mandarlo in bianco, quello era veramente imperdonabile dal suo punto di vista.

“Veramente no”, disse Tiziana, “non ce li siamo scambiati ancora”.

“Ti va di darmi il tuo numero?”, le chiesi allora io.

“Solo se tu mi dai il tuo”, rispose lei sorridendo.

Ci scambiammo i numeri di telefono, salutai tutti e me ne tornai a casa. Finalmente.

Non ce la facevo più, quando l’aria diventa pesante e la gente intorno a me è coinvolta in qualche litigio, non vedo l’ora di andarmene. Assorbo molto gli stati d’animo degli altri, sia nel bene che nel male. E non sono disposto a farmi coinvolgere più di tanto se si tratta di assorbire malumore.

Tornando a casa decisi che se Tiziana non si fosse fatta viva nei giorni successivi, l’avrei chiamata io oppure le avrei mandato un messaggio. Se lei mi avesse risposto picche pazienza, non me ne importava più di tanto. Ma perché? Ecco il punto, perché continuavo a essere così freddo nei confronti di chiunque? Perché non potevo riuscire a provare qualcosa di più di una semplice attrazione fisica per ogni donna che conoscevo?

Perché ci sei ancora dentro fino al collo, disse la mia vocina. Aveva ragione, non potevo negarlo. Dopo più di due anni ero arrivato a metà del mio lavoro di ricostruzione. Il mio puzzle aveva chiarito diversi punti e questo mi aveva aiutato ad avere un buon rapporto con il lavoro che stavo facendo. Adesso non mi sentivo più come un prigioniero sbattuto in un buco chiuso dall’interno. Adesso potevo entrare e uscire dalla mia cella d’isolamento quando volevo. Decidevo io i tempi, i modi, il materiale da analizzare e in quale stanza della mia coscienza prelevarlo. Avevo di nuovo voglia di uscire e incontrare nuova gente. Soprattutto avevo voglia di innamorarmi, posso dire che ce la mettevo tutta, se si può dire una cosa del genere.

Ma c’ero ancora dentro fino al collo. Io non lo so se aver incontrato il tipo di amore che avevo incontrato con Lei fosse stato un bene o un male per me. Tutto quello che vi posso dire sono due cose: la prima è che non sono mai stato così contento di vedere qualcuno come ero contento di vedere Lei. Ogni volta che la vedevo mi sentivo nascere, ogni volta. E la seconda è che la fine di quella storia mi precipitò nel posto più buio, profondo e vuoto che riuscissi a immaginare. Anzi, se non ci fossi finito dentro di persona non avrei mai nemmeno immaginato che esistessero posti del genere. Posti in cui cominci a precipitare e continui, continui, continui fino all’inverosimile, e dopo averlo raggiunto vai oltre. Continui fino al punto successivo a quello più profondo che avevi mai pensato possibile in vita tua. E vai oltre. E ti guardi intorno, e cerchi di aggrapparti a qualcosa, a qualcuno, una qualunque cosa che possa fermare, rallentare quella caduta senza fine. Ti guardi intorno e non vedi niente. Cerchi qualcuno, non importa chi, chiunque!, e non vedi nessuno. Arrivi solo a sperare che finisca presto quell’orrore. Ma l’orrore ti ha inghiottito e tu continui a precipitare.

Dopo più di ventiquattro mesi ero ancora nel buio. Lontano da me, molto lontano, riuscivo a vedere una lucina se mi concentravo con lo sguardo, proprio come quella sulla barca del pescatore che si vedeva dalla spiaggia. Questo sì, cominciavo a vedere un po’ di luce in lontananza. Poca.

E molto lontana.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(34)

34

(Pensa e)

Quando arrivai a casa erano passate da poco le due e non avevo per niente sonno. Io e la notte siamo ottimi amici. Non era vero che il giorno dopo avevo da fare, il giorno dopo era sabato ed ero completamente libero. L’avevo detto solo per uscire da quella macchina con l’aria pesante.

(scava, scava e)

Mi spogliai, feci un caffè e mi sedetti sulla poltrona davanti alla televisione spenta. Il caffè di notte non mi fa nessun effetto, non influisce in nessun modo sul mio sonno. E a dirla tutta credo che non influisca sul sonno di nessuno. Quelli che non prendono il caffè di sera o di notte perché poi dicono di non dormire secondo me sono solo suggestionati. Se la quantità di caffè contenuta in una mezza tazzina fosse davvero in grado di bloccare il sonno per una notte intera, penso che dovrebbero vietare il caffè come è vietata la cocaina. Può anche essere che mi sbaglio, ma questa è la mia teoria sul caffè.

(fruga. Cerca, scava, pensa,)

Guardai la televisione spenta pensando alle notti insieme a Lei. Dobbiamo stare lontani dal letto, dicevamo, è pericoloso. Era vero, per noi due il letto era micidiale. Penso che se non avessimo dovuto mangiare e bere, avremmo passato anni dentro un letto senza alzarci mai. Non era solo per il sesso, era proprio che il letto era il nostro habitat naturale. Ci mettevamo nel letto a una piazza che c’era nel suo monolocale, Lei si stendeva a pancia in su, io mi schiacciavo di lato contro il muro e passavamo ore a parlare, scherzare, ascoltare musica e fare l’amore. Che volevo di più dalla vita? Niente.

(scava meglio, spolvera i pezzi, cataloga e sistema.)

Eri geloso, disse la mia vocina. Questa era una verità incontestabile, anche se lo nascondevo come il peggiore dei crimini. Il fatto è che la gelosia non puoi nasconderla tanto a lungo e se continui a tenerla soffocata, si sfogherà in altri modi. La mia gelosia ci aveva fatto litigare più di una volta, ma Lei non l’aveva mai saputo. Succedeva che scoppiavano dei litigi all’improvviso, senza nessun motivo apparente. Qualcosa che diceva a proposito di qualcuno mi si incastrava all’improvviso nel cervello, e le palle cominciavano a girare a manetta. E giravano, giravano, giravano. Giravano finché non trovavo un pretesto, un qualunque stupido, insignificante pretesto e facevo scoppiare il finimondo. Non le ho mai fatto capire che ero geloso, non gliel’ho mai detto. Non le ho mai fatto un commento sospetto, e nemmeno mi sono mai sognato di fare domande sulle persone con cui sarebbe dovuta uscire quando non c’ero. Non le ho mai chiesto niente dei suoi amici, tranne le cose che mi raccontava Lei e che io ascoltavo in silenzio. Mi acquattavo come una tigre nell’erba, e da quel momento in avanti ogni scusa sarebbe stata buona per litigare. Ogni scusa che fosse stata la più lontana possibile da un litigio per gelosia. Avevo sempre paura che qualunque domanda avessi fatto e qualunque cosa avessi detto, sarebbe stato immediatamente chiaro quanto fossi geloso.

(Un posto per ogni pezzo, ogni pezzo al suo posto: in questo gioco non puoi fermarti.)

Accesi una sigaretta e pensai che c’era bisogno di un po’ di musica, perché avevo appena disseppellito un nuovo pezzo del mosaico. Mi spostai in camera da letto e alzai la persiana: se sto in camera da letto con la persiana abbassata non riesco a pensare, mi sento murato vivo. Accesi lo stereo e mi sdraiai sul letto, quella sera c’era Battisti a farmi da colonna sonora.

(I.n. Q.u.e.s.t.o. G.i.o.c.o. N.o.n. P.u.o.i. F.e.r.m.a.r.t.i.!)

La gelosia, pensai. Andai a caccia di qualche ricordo legato alla mia gelosia e non ci fu bisogno di cercare a lungo. Ripensai a una sera lontana più di ottocento giorni, la sera del Pazzo del Quartiere.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(35)

35

“Mi sembri San Francesco”, disse Lei da dietro le mie spalle. Eravamo appena usciti da casa sua e stavamo nel vicolo dove abitava, proprio di fronte al portone del suo palazzo. Io stavo cercando di avvicinarmi alle spalle di un piccione che beccava qualcosa per terra. Volevo cercare di toccarlo, ogni volta che vedo un piccione di spalle mi scatta la voglia di toccarlo. E’ una specie di sfida, solo questo, perché appena li tocchi – quando ci riesci – subito scappano via. Il piccione si voltò di scatto appena Lei parlò e mi lanciò uno sguardo di traverso: Che intenzioni avevi? Coglione, poi si girò e volò via in un momento.

“L’hai fatto scappare, sei contenta?”, le dissi un po’ su di giri.

“Sì!”, disse Lei e storse gli occhi all’interno, come se fosse strabica. Sapeva che questa cosa mi faceva ridere, perché come li storceva Lei gli occhi non li storce nessuno, statene certi.

“Dai andiamo, altrimenti l’agenzia chiude”, dissi io senza nessun accenno di sorriso, volevo fare il sostenuto. Dovevamo andare in un’agenzia di viaggi a informarci sulla vacanza in Spagna che non avremmo mai fatto.

“Io vengo ma dovrai guidarmi tu, perché… perché… perché NON CI VEDO!”, disse Lei con gli occhi ancora storti.

“Qualche giorno ti resteranno bloccati in quella posizione se non la finisci”, le dissi io.

“Meglio!”, disse Lei. “Così riderai ogni volta che mi vedi!”

“Guarda che già succede”, le dissi io prendendola per mano.

“Stronzo”, disse lei dandomi un cazzotto sulla spalla con la mano libera.

Andammo all’agenzia a piedi, passando da un vicolo all’altro nel centro di Napoli. Quando giravamo nei vicoli a piedi, Lei mi faceva da guida e mi spiegava un sacco di cose sulla città. Napoli è bellissima da girare a piedi.

Quando arrivammo l’agenzia aveva appena chiuso, così ci limitammo a dare uno sguardo dall’esterno mettendo le mani a coppa sul vetro per schermare la luce e vedere se c’era qualche poster sulle pareti che parlasse della Spagna. Ma nessuno dei poster appesi riguardava la Spagna, così decidemmo di tornare in agenzia un altro giorno. E già che eravamo lì e che ci trovavamo vicini alla solita pizzeria con il nostro solito cameriere, decidemmo anche di andarci a mangiare una pizza al solito tavolo.

Sfortunatamente il nostro solito cameriere non c’era quella sera, c’era invece un tipo con gli occhiali che non avevamo mai visto. Appena il tipo ci accolse dentro la pizzeria io e Lei ci lanciammo uno sguardo: Addio al nostro solito tavolo. E infatti il tipo ci diede un tavolo sistemato proprio al centro della prima sala dopo l’ingresso, una posizione pessima.

“Mi hanno assegnato un lavoro per la Casina Pompeiana”, disse Lei appena ci sedemmo. Io chiamai il cameriere perché mi ero appena accorto di essere uscito senza l’accendino. Il tipo con gli occhiali si avvicinò e gli chiesi se aveva da accendere. Lui tirò fuori l’accendino un po’ scocciato e me lo passò. Accesi la sigaretta e gli restituii l’accendino facendogli un cenno di ringraziamento con la testa. Lui si girò di scatto e se ne andò. “Hai capito che cosa ho detto?”, disse Lei appena il cameriere se ne andò. Veramente no, non avevo capito molto bene che cosa aveva detto, perché non avevo la più pallida idea di cosa fosse la Casina Pompeiana.

“Certo”, dissi, “la Casina Pompeiana, devi fare un lavoro”.

“E lo dici così?”, disse Lei. “Ma tu hai capito o no che devo fare un lavoro per la Casina Pompeiana?”, lo disse proprio accentuando il nome del posto con una certa enfasi, come se si trattasse di una cosa molto importante.

“Sì”, dissi io, “è proprio così che hai detto, devi fare un lavoro per la Casina Pompeiana, l’ho capito”.

“Ma scusa”, disse Lei, “tu sai di che cosa stiamo parlando? Sai cos’è la Casina Pompeiana?”.

“No”, dissi io.

“E quando me lo dici che non lo sai?”, disse Lei molto scocciata.

“Adesso… te lo dico adesso, ma ti stai scaldando per una cosa del genere?”

“Va bene, lascia stare”, disse Lei delusa. Non si stava incazzando, non si incazzava mai. Il massimo che poteva fare era scocciarsi, poi un attimo dopo essersi scocciata e un momento prima di incazzarsi, ti faceva quella faccia delusa che ti buttava subito a tappeto. KO tecnico alla prima ripresa, incontro finito.

“Aspetta, okay”, dissi io. “Mi dispiace per non avertelo chiesto prima, ma stavo cercando l’accendino e mi hai parlato di questa cosa proprio mentre stavo realizzando di averlo lasciato a casa, non ero molto attento”.

“E non eri attento perché pensavi all’accendino?”, disse Lei. Lo disse con tono incredulo, col tono di chi non riesce a credere che qualcuno possa trascurare una notizia sulla Casina Pompeiana per pensare a un accendino. Chi non fuma non riesce a rendersi conto delle esigenze di un fumatore. Non riesce a capire che quando un fumatore vuole accendere una sigaretta e si trova senza  accendino, quell’accendino diventa il centro stesso della sua vita. E visto che ne parliamo, c’è anche un’altra cosa che chi non fuma non potrà mai capire. Non potrà mai capire che la domanda Perché non smetti?, è una delle domande più insulse che si possano rivolgere a una persona che fuma. Non ho mai indotto nessuno a fumare, non mi sono mai sognato di chiedere a qualcuno Perché non cominci a fumare?, e nemmeno mi risulta di fumatori che abbiano mai fatto una domanda del genere a nessuno. Allora, dico io, se uno che fuma non si sogna nemmeno di indurre qualcun altro a fare lo stesso, per quale oscuro motivo uno che non fuma deve martellarmi le palle con domande insulse? Per fortuna che Lei non mi fece mai una domanda del genere. Non provò mai, nemmeno una volta, a chiedermi perché non smettevo di fumare. Forse vi sembrerà stupido, ma l’amavo anche per quello. L’amavo anche perché non mi aveva mai chiesto di smettere di fumare.

“Ti sembrerà assurdo, eppure è così, stavo pensando all’accendino”, le dissi io. Poi subito dopo arrivò il cameriere con le pizze e cominciammo a mangiare. I camerieri arrivano nei momenti più impensabili.

Mangiammo le nostre pizze in silenzio, non voglio dire che avevamo litigato, ma l’aria era un po’ tesa e nessuno dei due disse niente. Appena finito di mangiare richiamai il cameriere per accendere di nuovo. Il tipo con gli occhiali si avvicinò e quando gli chiesi se mi faceva accendere tirò fuori l’accendino dalla tasca, lo poggiò dritto sul tavolo e disse: “Questo glielo regalo”. Poi schizzò via prima che potessi dire qualunque cosa. Io guardai prima l’accendino e poi Lei. Cominciammo a ridere tutti e due senza aver detto ancora niente. Quella era la pizzeria dei camerieri pazzi, non dovete avere dubbi su questo.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(36)

36

Uscimmo dalla pizzeria che erano quasi le dieci. Decidemmo di andare a comprare delle frittelle e andarcele a mangiare a casa ascoltando la musica.

Una frittella tira l’altra, e alle undici stavamo facendo l’amore nel nostro letto a una piazza. Fare l’amore con Lei era ogni volta un’esperienza nuova. E’ stata l’unica donna con cui non abbia mai fatto sesso, abbiamo solo e sempre fatto l’amore. Per merito suo.

All’inizio, le prime volte, avevo provato a buttarla sul sesso animale, diciamo così. Ma non ci sono mai riuscito, perché ogni volta che provavo a far degenerare la cosa in sesso puro e semplice, Lei faceva qualcosa di incredibile che non aveva mai fatto nessuna prima di allora, e di colpo si tornava a fare l’amore. La sua vera forza è che faceva cose incredibili, su tutto. Si faceva l’amore con Lei, senza che il sesso entrasse in nessun modo in quello che stavamo facendo.

“Mi dici che cos’è la Casina Pompeiana?”, le chiesi verso mezzanotte. Stavo fumando, ero schiacciato con la schiena contro il muro e avevo il braccio destro sotto la sua testa. Praticamente quella era la mia posizione naturale nel suo letto.

“Non credo proprio”, disse Lei. Lo disse con tono scherzoso, ma non me l’avrebbe detto davvero che cos’era. E d’altra parte lo sapevo che non me l’avrebbe detto, glielo chiesi solo perché mi sentivo in colpa per averla snobbata in quel modo nel ristorante mentre cercavo l’accendino.

“VOGLIAMO UN LAVORO, UN-LAVORO-VERO ! VOGLIAMO UN LAVORO, UN-LAVORO-VERO !”, urlò improvvisamente una voce dalla strada.

“E questo chi è?”, le chiesi.

“E’ il pazzo del quartiere”, disse Lei. “Lo conoscono tutti, quando comincia va avanti per tutta la notte”.

Tutta la notte?”, dissi io. “E come fai a dormire?”

“Io non ci faccio nemmeno caso, sono abituata”, disse Lei.

“VOGLIAMO UN LAVORO, UN-LAVORO-VERO !”, ripeté la voce nella strada.

“Sì ma… tutta la notte… e nessuno dice niente?”, dissi io.

“Sì ogni tanto qualcuno si lamenta, viene la polizia, poi quando se ne vanno i poliziotti lui ricomincia. Di solito smette verso le cinque di mattina”.

“VOGLIAMO UN LAVORO, UN-LAVORO-VERO ! VOGLIAMO UN LAVORO, UN-LAVORO-VE…”

“Eeeehhhhh e ch’ r’è!! E mo’ Basta!!”, disse improvvisamente una seconda voce dalla finestra del palazzo di fronte. Era una voce di donna.

VA ELIMINATA !”, sentenziò il pazzo del quartiere.

“Basta! Basta! Aggia rurmì! C’è rutt’ ‘oo cazz!!”

“Eeee, oo cazz’ ‘oo cazz’…”, rispose il pazzo del quartiere. “Ma perché, èè mai tenut’ ‘oo cazz’ tu?”

Su questa frase io e Lei cominciammo a ridere e andammo avanti fino a piangere dalle risate. Non riuscivamo a smettere più, ogni volta che uno dei due provava a fermarsi, l’altro rideva più forte e si ricominciava tutto da capo. Non so per quanto tempo andammo avanti a ridere, ma quando alla fine smettemmo mi facevano male gli addominali come se avessi fatto ginnastica per una ventina di ore di fila.

“Da morire”, disse Lei appena riuscì a riprendere fiato.

“Da morire”, le ripetei con le labbra sulla bocca mentre la stavo baciando.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(37)

37

Ascoltammo la musica fino alle quattro di mattina, poi ci addormentammo mentre parlavamo immagino. Non mi ricordo di cosa stessimo parlando, mi ricordo solo che mentre stavo cercando di dire qualcosa all’improvviso non c’ero più. Credo che a Lei successe più o meno la stessa cosa, perché la mattina dopo quando ci svegliammo la radio era ancora accesa. E il mio braccio destro era scomparso.

L’avevo tenuto tutto il tempo sotto la sua testa, praticamente mi svegliai alle dieci di mattina nella stessa posizione in cui stavo alle quattro di notte. Avevo dormito sei ore di fianco con la schiena contro il muro, mi sentivo come se mi fosse appena passato sopra un treno merci e il macchinista avesse fatto anche marcia indietro, tanto per assicurarsi di non avermi lasciato qualche osso sano.

La baciai sulle labbra appena la vidi di fianco a me, poi con il braccio sinistro recuperai il moncherino appeso che era rimasto al posto del mio braccio destro. Lei fece un mugolio quando le sfilai il braccio da sotto la testa e si girò di lato. Io mi alzai e andai in bagno, scuotendo il braccio per riattivare la circolazione. Poi mi buttai sotto la doccia per svegliarmi, ero distrutto.

Quando tornai nella stanza feci il caffè per me e preparai il latte per Lei. Presi un vassoio, ci misi sopra il caffè, il latte, i biscotti e portai tutto sul letto. Poi la svegliai e facemmo colazione.

“Che ore sono?”, disse Lei dopo un po’.

“Le dieci e mezza”, dissi io. “Che t’importa dell’ora, è domenica.”

“Verso mezzogiorno mi devo incontrare con Vincenzo”, disse Lei.

Vincenzo, Tac!, mi scattò una molla nel cervello.

“Vincenzo?”, dissi col tono più indifferente che avevo.

“Sì, è un mio amico. Mi ha offerto un lavoro part-time di pomeriggio in studio da lui.”

Io non dissi niente, avevo un milione di domande da fare su Vincenzo, nessuna delle quali era presentabile.

“E’ architetto”, disse Lei dopo un po’. “Gli serve una mano in studio perché la segretaria è in maternità. Gli ho detto che per un paio di mesi potrei andarci il pomeriggio.”

Il caffè mi si era bloccato nello stomaco. Pensare a Lei chiusa in uno studio da sola con

Vincenzo-l’architetto mi creava un ingorgo interno a tutti i livelli. I pensieri erano tutti ingolfati davanti alla porta d’uscita, senza che nessuno di loro potesse venire fuori. Il pensiero più calmo era: Che cazzo stai dicendo, tu non vai a lavorare proprio da nessun Vincenzo. Potete immaginarvi gli altri.

“E quanto ti dà?”, dissi sperando che le desse poco, in modo da trovare la scusa per cercare di convincerla a rifiutare.

“Seicentomila lire al mese”, disse Lei. Era poco.

Seicentomila lire?”, dissi io. “Ma non è niente!”. Lo dissi molto su di giri.

“Ma sarebbe solo per due o tre ore di pomeriggio”, disse Lei.

“E’ poco, è poco! Ma non ti rendi conto che è poco?”. Non volevo che insistesse, nel mio cervello drogato di gelosia Lei avrebbe dovuto desistere subito e arrendersi, avrebbe dovuto dimostrarmi che di Vincenzo non le interessava niente. Avrebbe dovuto dimostrarmi l’impossibile, visto che non mi risulta che accettare un lavoro part-time voglia dire mostrare interesse per qualcuno. Quella mattina mi risultava invece, eccome se mi risultava.

“Ma non mi sembra così poco e poi quei soldi mi farebbero comodo, lo sai”, disse Lei.

Insisteva, cazzo, insisteva, adesso sarei dovuto andare giù pesante e avrei dovuto aggravare la situazione continuando a puntare sull’esiguità della somma. Avrei dovuto trasformare Vincenzo in un verme sfruttatore, una specie di sanguisuga schiavista pronto ad approfittare della sua ingenuità.

“Ma dove vivi? Il lavoro deve essere p.a.g.a.t.o.! Non puoi farti sfruttare in questo modo!”, dissi alzandomi improvvisamente dal letto. Ero il pazzo del quartiere.

Lei non disse niente, rimase ferma in silenzio con un biscotto mangiato a metà in mano. Io la vidi vulnerabile, e continuai come un maledetto pezzo di merda.

“La tua dignità sta a te difenderla! Non crederai mica che ci pensino gli altri spero! Agli altri di te non gliene frega niente, appena possono ti prendono e ti sfruttano. Poi quando ti hanno usata ti buttano, è così che gira il mondo, non lo vedi?”

Lei spostò il vassoio di lato e si alzò dal letto mettendosi di fronte alla finestra.

“Non glielo devi permettere”, continuai io. “Non devi permettergli di sfruttarti, ti devi difendere o ti si avventeranno contro e approfitteranno di te in ogni modo!”. Lei non parlava, ma capivo di aver fatto breccia ormai, capivo che mi stava ascoltando e che la stavo convincendo che Lei sarebbe stata sfruttata, perché lì fuori vive un branco di lupi famelici.

“Ti devi difendere”, ripetei abbassando il tono della voce. Adesso le stavo parlando appena dietro le spalle, Lei stava guardando ancora fuori dalla finestra.

Dopo pochi secondi si voltò, mi abbracciò e cominciò a piangere: “Non ci voglio vivere in un mondo così”, disse. Io l’abbracciai e la strinsi forte.

Ero il verme del quartiere.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(38)

38

Buio.

Era buio nella mia stanza, buio nei miei ricordi, buio nella gola del pozzo che mi aveva inghiottito. Nemmeno Battisti cantava più quando tornai con la mente al presente. Ero da solo nella mia stanza buia. Niente luna quella sera a far luce sul vuoto che avevo intorno. Niente occhio di bue dal cielo, nessun protagonista da illuminare nel teatro vuoto della mia coscienza, con un commediografo stanco sul palco a rileggere il copione di una storia lontana di cui avrebbe voluto riscrivere la fine.

Dai lampioni nella strada qualche riflesso di luce si arrampicava fino alla mia finestra e questo era tutto. Niente attori, niente pubblico, niente luce e nessuna possibilità di riscrivere niente. C’era solo un teatro buio con un commediografo stanco.

Capita che non ti rendi conto che stai vivendo la tua possibilità più importante, quella che aspetti da sempre. Ci sei dentro e non hai la più pallida idea di quello che ti sta succedendo, è questo il problema. Ti comporti alla leggera e pensi che tutto sia come al solito. Dopotutto è la tua solita vita, quella che conduci da quanto? Venti, trenta, quaranta, cinquanta anni? Che può accadere di diverso, di nuovo? A cosa dovresti fare attenzione? E’ tutto come al solito, non devi stare attento a niente. Perché dovresti fare particolare attenzione? Sì la ami, ma ne hai già amate altre, Lei non è certo diversa. Non c’è problema, è tutto come al solito, è una delle tante, una storia come un’altra.

Non c’è problema. Se non che Lei non sarà una delle tante, e quella in cui sei dentro non è una storia come un’altra e niente sarà come al solito. E tu che cosa avrai fatto per tenerti tutte queste belle novità? Niente. Non avrai fatto un bel niente, perché tanto era la tua solita vita.

Arrivato a quel punto, la cosa più difficile da accettare per me non era la fine della mia storia in sé, non lo era più da molto tempo. Era come era finita, come era andata, come l’avevo fatta andare. Lei aveva avuto le sue responsabilità, alcune molto gravi. Come vi ho già detto, infamia e gloria erano ben distribuiti. Ma se pensate che questo avrebbe potuto consolarmi in qualche modo, vi sbagliate di grosso. Non era di consolazioni che avevo bisogno, e nemmeno di alibi o concorsi di colpa di nessun genere. Io avevo bisogno di risposte. La mia mente cercava, analizzava, catalogava e sistemava ogni dettaglio di quella storia in cerca di risposte. Il mio puzzle era la ricostruzione di me stesso. La mia personalissima collezione di errori e il processo che avevo intentato contro di me erano il lavoro più importante della mia vita.

Ma avevo bisogno di un supporto, di questo ero perfettamente consapevole. Nessuno mi avrebbe potuto aiutare nella ricerca delle mie risposte e sapevo anche questo. Le persone che avevo intorno mi avrebbero aiutato inconsapevolmente a restare vivo. Nessuna di loro l’avrebbe mai saputo, ma ognuna di loro mi avrebbe aiutato in questo, a restare vivo. Ogni persona a suo modo mi avrebbe aiutato a sfruttare le mie ore d’aria, le libere uscite, i miei permessi provvisori. Ognuna di loro avrebbe fatto questo, senza bisogno che nessuna di loro sapesse che ero prigioniero di me stesso.

Per quanto riguardava il mio lavoro, quello dovevo finirlo da solo. Ero arrivato poco oltre la metà del mosaico, avevo superato il giro di boa, quel punto fatale di ogni cosa che ti impedisce di tornare indietro, perché la strada per arrivare alla fine è inferiore a quella del ritorno al principio: La Metà. Ero oltre La Metà, lo sapevo, lo sentivo: da lì in avanti arrivare alla fine sarebbe stato più breve che tornare all’inizio.

Supporto, pensai nel mio letto. Supporto: decisi che il giorno dopo avrei chiamato Tiziana, affanculo le tattiche. Non avrei aspettato che si facesse viva lei, avevo bisogno di supporto.

Dovevo impegnare decentemente il tempo che vivevo fuori da me stesso, perché non avevo nessuna intenzione di restare all’inferno per sempre. All’inferno andata e ritorno, questo era il programma.

Ma il giorno dopo non chiamai nessuno, tantomeno Tiziana.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(39)

39

Prima di addormentarmi mi fulminò la più importante risposta che avevo avuto dal mio puzzle fino a quel momento. La vidi improvvisamente, era proprio lì davanti a me, stampata a chiare lettere nella figura che stavo ricostruendo lavorando al mio mosaico: Hai scelto tu, mi disse la mia vocina.

Vi ho già parlato del momento in cui dentro di me scoppiò il primo conflitto che riguardava la mia storia. Fu nel preciso istante in cui mi resi conto che ero innamorato al punto tale da minare la mia stessa libertà. Cominciarono a venirmi in testa idee strane sul matrimonio, nella mia testa frullavano pensieri che stavano dicendo: Be’ sì…con Lei potrebbe essere possibile, perché no…se le cose andassero bene potrei davvero pensare a qualcosa di serio, una scelta definitiva, certo…un taglio netto con la vita precaria che ho fatto fino a oggi…una sistemazione finale dei miei sentimenti…potrei anche sposarla al limite, perché no…se tutto andasse bene…SE tutto andasse bene…

Fu lì che la mia fazione di pensieri ribelli decise che tutto sarebbe dovuto andare male. Già, perché i miei pensieri ribelli non ne volevano sapere di sistemarsi, a loro la vita precaria andava benissimo. Rivendicavano il fatto di averla scelta con cognizione di causa, erano pensieri liberi quelli che avevo in testa, e avevano tutta l’intenzione di difendere col sangue la loro libertà. Col mio sangue.

Volevano restare liberi di fare e disfare, di cambiare, liberi di telefonare a Rossella come e quando avrebbero voluto, per una bella e sana scopata come ai vecchi tempi. A loro interessavano tutte le Rosselle di questo mondo, non ne volevano sapere di vincolarsi a qualcuno in maniera definitiva. Questo è quello che vi ho già detto.

Quello che devo dirvi adesso invece, è che al punto in cui ero arrivato nella mia ricostruzione una cosa mi appariva assolutamente chiara: all’epoca di questa battaglia interna avevo fatto una scelta precisa. La mia scelta consisteva nel fatto che in un modo o in un altro quella storia doveva finire. E se fino a oggi questo poteva apparirmi come un semplice proposito che vagasse nell’aria, adesso sapevo che era molto di più di un proposito, era un obiettivo, era La Scelta.

Questo risolveva un problema fondamentale, mi dava una risposta. Mi tirava fuori da quel terribile avvitamento mentale che mi faceva sospettare che io avessi trascinato la mia storia nel fango solo per paura che Lei non mi amasse. Non era così, le cose stavano in maniera diversa: la paura aveva giocato il suo ruolo, ma non era stato un ruolo determinante. La paura era stata un semplice gregario in quella storia, la vera discriminante fu La Scelta. E io non scelsi perché avevo paura, scelsi perché volevo essere libero, ecco il punto.

I miei pensieri ribelli lavoravano sodo in quel periodo, mi lavoravano ai fianchi, sapevano dove e come colpirmi: Voglio fare sesso VERO, sesso ANIMALE, c’è bisogno di donne luride qui, non di complicazioni sentimentali. C’è bisogno di Rosselle, mi dicevano.

E allora scegli: da una parte c’è Lei, dall’altra la libertà, e tutte le Rosselle del mondo. Ma non puoi avere tutte e due le cose, no, devi scegliere. La A o la B, la busta numero uno o la due, Lei o Rossella, l’amore o il sesso, il vincolo o la libertà, scegli, scegli, scegli…

Feci la mia scelta: B, busta numero due, tutte le Rosselle del mondo, il sesso, la libertà.

Risposta sbagliata.

Adesso sapevo che comunque fosse andata, e qualunque cosa avesse fatto Lei, quella storia sarebbe finita. Non per paura, ma per una deliberata, consapevole, fottutissima decisione. Adesso sapevo che avrei inseguito l’idiozia di quella scelta fino all’inferno se ce ne fosse stato bisogno. E ce n’era stato bisogno, perché l’inferno era esattamente il posto in cui mi trovavo. Proprio così, perché non sai mai quanto sei stato idiota fino a quando non sei costretto a pagare il conto delle tue cazzate.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(40)

40

Era tutto sbagliato, non c’era una sola cosa giusta nella mia vita, nemmeno una. Mi sentivo la persona sbagliata nel posto sbagliato in un’epoca sbagliata. La gente intorno a me continuava a correre, il mondo girava ogni giorno più velocemente e io ero a corto di fiato. Io avrei solo voluto fermarmi e dimenticare di essere me stesso. Questa era la verità. Era quel tipo di verità che non diresti mai a nessuno, quella verità di cui non parli nemmeno con te stesso per paura di doverla guardare dritta negli occhi. Quella che tieni nascosta giù in cantina, dentro qualche baule polveroso chiuso a doppia mandata. Ma era periodo di pulizie nella mia cantina, era il momento delle verità nascoste, era la riscossa del mio giudice che lavorava con me contro di me. Il mio lavoro mi stava salvando. Il mio lavoro mi stava uccidendo.

Dopo cinque mesi di intenso lavoro, mi ricordai di Tiziana. Non so come, ma era completamente uscita dai miei pensieri. Era svanita, il giorno in cui volevo chiamarla mi ero completamente dimenticato che esistesse. La sera prima volevo chiamarla e il giorno dopo era evaporata.

Dopo cinque mesi riapparve all’improvviso nei miei pensieri. Decisi di chiamarla subito, prima che mi dimenticassi nuovamente di lei, stavolta forse per sempre

La chiamai e lei era ancora molto giù per via del ragazzo che l’aveva lasciata. Mi disse molto chiaramente che la sera in cui uscì con noi era stata molto bene, ma non se la sentiva di uscire da sola con me. Mi chiese di capire, mi disse che per me sarebbe stato difficile anche solo immaginare come si sentiva dentro. Ma su questo si sbagliava di grosso, potevo immaginarlo molto bene. Si sentiva come una mummia appena confezionata, ecco come si sentiva. Si sentiva come se qualcuno le avesse infilato una mano dritta nel petto e gli avesse strappato via il cuore senza chiedere niente. Come se un chirurgo sadico l’avesse stesa su una lastra di marmo gelato per sostituire i suoi organi con una manciata di paglia secca. Come se gli avessero attaccato un aspiratore alla bocca e gli avessero succhiato via l’anima, l’identità e la coscienza tutte in una volta. E di certo si sentiva confusa e spaventata, e sola. E probabilmente era già partita per il suo viaggio senza ancora saperlo. Quel genere di viaggi che cambiano destinazione e durata da persona a persona, ma che cominciano tutti allo stesso modo, con un salto nel buio.

“Come si fa a smettere di amare?”, mi chiese lei a un certo punto della telefonata.

“Non lo so”, le dissi. Improvvisamente mi venne voglia di aprirmi, di dirle tutto. Mi venne voglia di confidarmi con lei, di mettermi a piangere come un bambino. Mi venne voglia di urlare, di aprire una finestra e trovare il fiato per mandare a fare in culo il mondo tutto insieme, tutto in una volta. Mi venne voglia di inginocchiarmi per terra e tirare un cazzotto che sfondasse il pavimento, bucasse la terra e arrivasse giù fino al culo dell’inferno per passarlo da parte a parte. Mi venne voglia di morire, di cacciare a sberle e calci in culo l’estraneo che mi abitava in testa. Mi venne voglia di abbracciarla e dirle che no, non volevo proprio vivere in un mondo così.

Invece dissi: “Ma tu stai bene da sola?”. Sembrava una domanda interessata probabilmente, ma non lo era. Era una domanda senza doppi fini o allusioni al fatto che avrebbe potuto trovare una piacevole compagnia con me. A dire la verità io ero la compagnia peggiore che potesse capitarle. Probabilmente la peggiore, certamente la più pericolosa.

“Ma stai scherzando?”, disse lei. “Io da sola sto malissimo!”. Dio quanto la invidiai. Lei da sola stava malissimo e molto probabilmente sarebbe stato quello a salvarla. Quel malessere crescente della solitudine, che prima o poi (più prima che poi) l’avrebbe spinta ad uscire per cercare un po’ di conforto nell’abbraccio di qualcuno. Per riprendere al volo la sua identità prima che si perdesse in qualche pozzo buio e senza fondo. Prima che arrivasse un Io-Sostituto dentro di lei e prendesse in mano la situazione mettendola a cuccia come un cane e costringendola a guardare la sua vita andarsene a puttane giorno dopo giorno senza che avesse la possibilità di alzare un solo dito per impedirlo. “Perché me lo chiedi?”, disse.

“Perché io invece da solo sto benissimo”, le dissi.

“Ah sì?”, disse lei in tono di sfida. “E allora perché vorresti uscire con me?”. La vera risposta a questa domanda non era certo cosa che potessi raccontare in giro. Non era certo cosa che potessi raccontare a lei. Lei era un Supporto e se le avessi detto la verità l’avrei allontanata da me alla velocità di un proiettile. Perché la verità era che il fatto che volessi uscire con lei non aveva niente a che fare con la mia solitudine. La mia solitudine non era un problema, non lo era mai stato, questo era il problema. Da solo stavo benissimo, e anzi la solitudine era la condizione essenziale per dedicarmi alla mia vera attività da due anni e mezzo a quella parte. Ero un cacciatore di risposte e per lavorare dovevo (volevo) stare solo. La mia ricerca di supporti era semplice svago, non era ricerca di nuova vita. Non era la volontà di girare pagina per sempre, era solo la mia ora d’aria e niente di più. Anche se lo avessi voluto, non avrei mai potuto abbandonare il mio lavoro, era semplicemente impossibile. Finché l’ultimo tassello non fosse stato messo al suo posto sarei stato prigioniero di me stesso. Questo ormai l’avevo capito.

“Perché mi piaci”, le dissi. Questa non era una bugia, anche se non era nemmeno la risposta alla sua domanda.

“Così non vale”, disse lei. “Se sei così schietto mi spiazzi”.

“Che mi è rimasto da fare dopo che mi hai detto che non vuoi uscire con me?”. Signore e signori, benvenuti al gioco del gatto col topo.

“Io non ho detto che non voglio uscire con te. Ho solo detto che per il momento non me la sento”, disse lei. Chi era il gatto qui? E chi era il topo?

“Va bene”, dissi io, “vorrà dire che per il momento non usciremo. Rinuncio a chiederti di uscire stasera, rinuncio a domani sera, rinuncio anche a dopodomani. Che ne dici di venerdì prossimo?”

“Non voglio dirti di no, ma non mi sento nemmeno di dirti di sì”, disse lei. “Ti dico la verità, all’inizio di questa telefonata uscire con qualcuno, chiunque, era proprio la cosa più lontana dai miei pensieri. A questo punto invece… a questo punto mi sembra che potrei anche pensarci su”.

“Va bene, allora facciamo che ci pensi fino a giovedì e poi mi dai la tua risposta affermativa?”. La sentii sorridere nella cornetta, poi subito dopo disse:

“Facciamo che ci penso fino a giovedì, e poi ti do la mia risposta, affermativa o negativa che sia.” Sapeva giocare molto bene.

“Affare fatto. Giovedì saprò se sei una persona saggia”, dissi io.

“Giovedì lo saprò anch’io”, disse lei. E dal tono con cui lo disse non fui sicuro che fosse una cosa buona per me. Ma mi sbagliai, perché giovedì lei mi chiamò e mi diede la sua risposta affermativa.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(41)

41

Ogni tanto mandavo notizie dal Nulla. Negli ultimi due anni e mezzo c’era stato qualcuno nella mia testa, ma non ero io. Non ero io il cacciatore, quel tipo rinchiuso nel Buco che scavava, frugava e catalogava i tasselli della mia storia d’amore. Non avevo mai fatto una cosa del genere prima di allora, non mi ero mai sognato di farla, se era per quello. Diciamo che il cacciatore era l’Io-Residuo di quello che ero stato. Tutto il resto era svanito nel nulla, era un ricordo vago e lontano, era rimasto nel pre-buio.

E meno che mai ero io il tipo che se ne andava in giro a lavorare tutti i giorni con il mio corpo. Quello che andava in ufficio, trattava con i clienti, scherzava e cazzeggiava con qualche amico e cercava di accalappiare Tiziana.

Io, il vero me stesso, aveva fatto una sola cosa in tutto quel tempo, una e una sola: aveva scritto a Lei, le aveva mandato notizie dal Nulla. Ogni tanto le mandavo un e-mail, senza sapere nemmeno se le leggesse. Sapevo solo che il suo server non me le rimandava indietro, e tanto mi bastava. E tanto dovevo farmi bastare.

Lei non rispondeva mai, niente. Da novecento giorni nemmeno una parola. Ma Io continuava a scrivere, continuava a spedire notizie. Chiedeva scusa per il modo in cui era finita, per il modo in cui aveva trattato Lei, l’unica donna che avesse mai amato in vita sua. L’unica persona che avesse mai contato davvero qualcosa.

Certe volte non conta se hai ragione oppure torto, certe volte conta solo come ti comporti, ciò che fai e ciò che non fai. Perché la via del comportamento è sempre la via della coscienza. E la coscienza, quando c’è, chiede la via Giusta. A te resta la scelta della via, a lei la scelta del momento in cui verrà a chiedertene conto.

E verrà, oh se verrà.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(1) Parte Seconda: Dieci e Venticinque

Da un certo punto in avanti non c’è più modo di tornare indietro.
E’ quello il punto al quale si deve arrivare – Franz Kafka

Giornalista: “Frank, cosa stai facendo?”

Frank: “Cosa sto facendo?”

Giornalista: “Sì…”

Frank: “Ti sto giudicando in silenzio” – Tom Cruise, Magnolia

Nel Paese della Memoria il tempo è sempre Ora.

Nel Regno dell’Allora gli orologi ticchettano

Ma le loro lancette non si muovono mai.

C’è una porta introvata

(O perduta)

E la memoria è la chiave che la apre – Stephen King, Song of Susannah

E’ giunto il tempo di discutere di molte cose – Lewis Carroll, Attraverso lo specchio

1

Il pensiero mi aggredì all’uscita della doccia il venerdì pomeriggio intorno alle sette. Circa un’ora dopo sarei dovuto andare a prendere Tiziana: dopo la sua risposta affermativa del giovedì, avevamo deciso di andare a cena al mare.

Stavo cercando l’asciugamano grande per asciugarmi, perché anche se vivo solo da anni non ho mai il buon senso di prepararmi le cose per tempo. Mi aspetto sempre che un folletto gentile esca dal nulla all’improvviso e faccia il lavoro sporco per me. E’ per questo che i miei pasti sono affidati al caso, il lavello della cucina somiglia a uno stagno di alligatori almeno venti giorni al mese e l’asciugamano grande non è mai pronto quando esco dalla doccia.

Nella mia testa ci fu uno scatto improvviso, come se qualcuno avesse appena aperto la gabbia di un animale selvatico. Nello spazio di tempo che separa la nascita di un’idea dalla sua consapevolezza, il pensiero-aggressore mi arrivò alla percezione come una frustata sulla schiena: Non ce la farò mai, pensai mentre aprivo il cassetto del mobile dove tenevo gli asciugamani. Non ce la farò mai a ritrovare me stesso e il mio senso. Mai.

Mi diedi una strapazzata veloce ai capelli con l’asciugamano, poi me lo legai intorno alla vita e andai a sedermi sul divano per fumarmi una sigaretta. Guardai l’orologio: le sette e dieci.

Mentre fumavo guardando il tavolo della sala da pranzo senza vedere nessun tavolo della sala da pranzo, né nessuna sala da pranzo se era per quello, mi partì un contraddittorio nella testa tra due fazioni di pensiero: I Buoni erano convinti che avremmo spaccato il culo al mondo se il mondo non ci avesse restituito il Signor Me Stesso. I Cattivi rispondevano che non c’era un bel niente da restituire, perché Me Stesso era morto e sepolto da un pezzo ormai. Cibo per i vermi dell’anima, se esistevano vermi del genere; e su questo punto ero e resto convinto che vermi del genere esistano e non siano meno reali di quelli che vi fanno cu-cu da sotto terra.

Spiacenti, il Signor Me Stesso è morto ripassi nella prossima vita, grazie.

Non ce la farò mai a recuperare me stesso, sono perso, andato, fottuto, pensai. Sono rimasto fermo a tre anni fa, non mi sono mosso di un centimetro da allora. Da allora in poi hanno agito i miei Sostituti per me, sia dentro che fuori dal Buco. Non sono mai più stato me stesso nemmeno per un giorno.

Sei solo stato fermo, mi disse la vocina. Ci sei sempre stato, devi solo andarti a recuperare. Devi solo finire il lavoro.

Solo due tipi di persone mi risulta che possano stare immobili per così tanto tempo: i morti e le mummie. E non mi risulta che le seconde siano più vive dei primi.

Sei stato fermo, questo è vero, ma respiravi, c’eri, ci sei. Hai scritto a Lei, i morti non mandano

e-mail.

Il tempo viaggia in una sola direzione, e quella direzione è in avanti. Non potrei tornare indietro a recuperarmi nemmeno se lo volessi. Se sono ancora vivo da qualche parte, e dico SE, allora morirò dove mi trovo, dovunque sia. Un giorno smetterò di scriverle e così saprò che sono morto: niente più messaggi nella bottiglia da mettere in mare.

Non puoi tornare indietro, questo è vero. Ma per recuperarti non c’è bisogno di tornare indietro, hai solo bisogno di recuperare il tuo Senso, quello che tieni ancora chiuso nelle Stanze.

Non c’è più vita in quelle stanze di quanta ce ne sia in un cimitero. Sono solo mucchi di ricordi polverosi, sono quello che ero. Quello che ERO!

E’ solo il tuo salto nel buio. E’ solo il tuo terzo salto: la ricostruzione del puzzle riporterà tutto in ordine. Alla fine del lavoro, quando le cose saranno chiare, riavrai quello che devi riavere, e lascerai indietro quello che non ti serve più. E’ stato così anche le altre due volte: tu non sei più quello che eri a quattordici anni, non lo sei più da un tempo molto più lungo di tre anni. Il tuo problema di oggi è l’analisi e la comprensione dei tuoi sbagli, è la ricomposizione del mosaico, la ricostruzione della mappa degli errori. Il tuo problema di oggi non è ritrovare te stesso, è accettare quello che te stesso è stato. Accettare quello che te stesso ha fatto.

Io rivoglio indietro quello che ero, cazzo! ERO IO!

Lo riavrai, alla fine del lavoro lo riavrai. In versione riveduta e corretta, perché non debba succedere mai più che tu prenda a calci in culo le persone importanti della tua vita.

Non l’ho presa a calci in culo, mi stavo solo difendendo.

Da cosa?

Da quanto l’amavo. Dal fatto che Lei non si lasciasse amare.

Questa è solo una parte della verità. L’altra parte, quella di cui non parli, è che tu volevi le Rosselle. C’era la via giusta per avere le Rosselle: dovevi lasciarla.

Non potevo lasciarla! L’amavo!

Non potevi nemmeno avere tutte e due le cose, questo è un fatto. Ci sono parti del te stesso che vuoi riavere che sarà meglio che muoiano sull’isola. Sei al tuo terzo salto e nei salti si cambia, anche questo è un fatto.

Quindi ho ragione io, non tornerò quello che ero.

Tornerai quello che eri, con qualcosa in meno e qualche altra cosa in più. Vuoi riavere indietro il tuo Senso, questo significa riavere indietro quello che eri. E lo riavrai, alla fine del lavoro riavrai il tuo Senso. E’ nell’aria, lo puoi già sentire, lo puoi già vedere. E’ la luce sulla barca del pescatore: è lontana, è debole, è ondivaga, ma C’E’. Se ti concentri con lo sguardo la vedi, è proprio lì, dove prima dell’inizio del mosaico il mare e l’orizzonte erano fusi in una macchia di catrame.

Guardai l’orologio, segnava le sette e trenta. Rimasi un attimo fermo, con la testa sgombra da tutti i pensieri. Alle sette e trentuno del venerdì che uscii con Tiziana pensai due cose: la prima fu che la mia vocina non aveva tutti i torti, e probabilmente alla fine del mio lavoro sarei riuscito a riavere indietro le parti di me stesso che mi interessavano.

Chissà se stasera Tiziana porta il perizoma, e se lo porta chissà se riuscirò a dargli un’occhiata da vicino. Chissà se riuscirò a toccarlo. Per esempio con la lingua.

Questa fu la seconda cosa che pensai.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(2)

2

“Andiamo a mangiare cinese?”, dissi rompendo un silenzio che cominciava a diventare imbarazzante. Eravamo in macchina da una mezz’oretta direzione mare, obiettivo dichiarato cibo, obiettivo occulto perizoma.

“Se accosti un momento scendo e torno indietro a piedi”, disse lei poggiando la mano sulla maniglia dello sportello. Mi girai un attimo dalla sua parte e ci mettemmo a ridere tutti e due. Era simpatica, chi l’avrebbe detto di una vigilessa?

Finì che mangiammo nel tavolo d’angolo di una pizzeria piena di gente fino a scoppiare. Fu una fortuna capitare in un tavolo defilato, perché quella sera eravamo noi due a parlare come se non avessimo nessun altro intorno. Le chiesi della sua storia:

“Come mai è finita?”, le domandai. Quella fu una domanda abbastanza idiota, come tutte le domande fatte nei momenti sbagliati.

In tutta risposta ottenni un’alzatina di spalle e un leggero luccichio negli occhi, come se avessi stuzzicato lacrime appostate in attesa della domanda giusta. Una domanda come la mia, per esempio.

Strike one, mi disse la vocina.

Cambiai immediatamente argomento, chiedendole che cosa le sarebbe piaciuto fare dopo cena. Lei mi disse che odiava le discoteche, che Dio sia lodato. Disse che sul tardi saremmo potuti andare a bere qualcosa da qualche parte, ma subito dopo cena aveva una sola idea in testa, una e una sola: “Ti va di andare sulla spiaggia?”, mi chiese.

L’avrei baciata per quella domanda, mi dovete credere. Invece le risposi:

“Certo”, come se le stessi facendo un grande piacere. Non fu tanto la risposta, fu proprio il tono che mi venne fuori. Era il tono delle concessioni, un tono che non sopportavo nella voce di nessuno quando qualcuno lo propinava a me.

Strike two.

Al terzo sei fuori.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(3)

3

“Sei sicura che vuoi andare in spiaggia?”, le chiesi mentre aprivo lo sportello della macchina. Eravamo appena usciti dal ristorante, fuori tirava un venticello fresco di mare. Un vento che profumava di acqua salata, nient’altro che una brezza leggera, ma sentirla accarezzarti il viso era bello quasi come ascoltare le conchiglie vuote sulla spiaggia.

“Sì…”, disse lei aprendo lo sportello. Poi subito dopo, appena salita in macchina aggiunse: “Perché? Hai qualche altra idea?”

“Ti va di venire in un posto?”, le chiesi io.

“Che posto?”, disse. “Mica sarà un posto buio e con poca gente intorno?”

“A dire la verità è proprio un posto buio e con poca gente intorno, ma anche la spiaggia è un posto così in questa stagione”, le dissi.

“Ti stanno venendo brutti pensieri in testa?”, mi chiese lei. Brutti pensieri? Mica mi aveva preso per uno di quelli che volevano mettere la lingua sul suo perizoma per caso?

“Non so che intendi per brutti pensieri, ma se mi stai chiedendo se ho in mente di appartarmi con te, la risposta è no. Non ho in mente niente del genere”. E almeno per il momento era la verità. “Ma non ti dico che posto è, voglio che tu lo veda, dovrai fidarti. Se vuoi ci andiamo stasera, altrimenti se usciamo ancora ci andiamo un’altra volta”, le dissi.

“Mi fido”, disse lei.

“Ti fidi di uno sconosciuto?”, le dissi. “Ma sei matta?”

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(4)

4

Salimmo un bel pezzo in collina con la macchina. La Croce sul mare si trovava in un posto completamente isolato, più o meno a sei o settecento metri d’altezza. Era un posto veramente speciale per me, non ci portavo quasi mai nessuno. Non sapevo esattamente come si chiamasse, certamente aveva un nome tutto suo, ma per me era semplicemente La Croce sul mare.

Quando finalmente arrivammo in cima, la strada finiva in una rotatoria intorno a una fontana arrugginita. La ruggine partiva dal beccuccio e l’abbracciava via via come un’edera rampicante: quella fontana non spillava una goccia d’acqua da molto, molto tempo. Era bellissima e completamente inutile. E bellissima proprio perché completamente inutile.

Lì c’era solo da parcheggiare la macchina, scendere, entrare in un sentiero sassoso attraverso il buco nella rete di recinzione, e camminare ancora per circa trecento metri fino alla Croce.

“Non c’è un’anima!”, disse Tiziana appena fermai la macchina.

“Te l’avevo detto che era un posto isolato”, le dissi io.

“Sì, e buio anche. Che cosa sono quelle luci lassù?”, disse indicando un posto che si trovava circa duecento metri sopra di noi.

“Non lo so esattamente, comunque dovrebbe essere un complesso radar militare, una postazione di sorveglianza di qualcosa. Non so che cosa facciano lì sopra, so solo che come al solito i militari prendono i posti migliori e ci piazzano un muro con la sorveglianza armata intorno. Vieni”, le dissi prendendola per mano e guidandola attraverso il buco nella rete.

“Mica sarà militare anche questo?”, disse lei mentre passava nella rete.

“Non che io sappia. Male che vada ci uccideranno e ci faranno sparire”, le dissi guidandola sul sentiero. Alla nostra destra, a circa tre metri dal sentiero, correva uno strapiombo che finiva direttamente in mare seicento metri più sotto.

“Fa freschetto qui sopra… però che bello il mare laggiù”, disse lei a metà strada.

“E ancora non hai visto niente. Attenta a dove metti i piedi, ci sono sassi molto grossi qui. Non è esattamente una strada trafficata questa”, le dissi continuando a guidarla.

Facemmo l’ultimo centinaio di metri, poi arrivati alla base degli scalini che c’erano da salire per arrivare sotto la croce ci fermammo. Dal nostro punto di osservazione vedevamo solo la croce e più niente. Guardandola si intuiva che davanti a lei ci dovesse essere il vuoto:

“La vedi quella croce lì sopra?”, le dissi indicando la grande croce di ferro che sorgeva impettita e sicura proprio sopra di noi.

“Sì”, disse lei. “Ma non sono credente.”

“Non è importante in questo momento, quello che è importante in questo momento è che tu tenga gli occhi bene aperti e sull’ultimo gradino di questa scala trattenga il fiato”, le dissi.

“Perché devo trattenere il fiato?”, chiese lei.

“Perché quando arriverai lì sopra smetterai di respirare”. Poi senza aspettare che aggiungesse altro, mi girai e la guidai per mano sulla scala. Fino all’ultimo gradino della breve scalinata, tutto quello che avevi davanti agli occhi era il metallo antico della croce. Poi salivi l’ultimo gradino, ti davi uno sguardo intorno, e c’era quello.

Quello era uno dei più bei panorami notturni che avessi mai visto in vita mia. Ogni volta, tutte le santissime volte che tornavo lì sopra, lo spettacolo di quello che avevo intorno mi lasciava senza fiato:

“Madonna…”, disse lei. “E’ una cosa… è… Madonna!”, disse portandosi le mani sulla bocca, poi subito dopo mi abbracciò. Stavamo di fronte alla croce, sul basamento di cemento che la reggeva da decenni. Eravamo dalla parte del vuoto: un passo e sei fuori gioco, squalificato per sempre.

Seicento metri sotto di noi brillavano le luci arancioni dei lampioni che illuminavano la città. Spostavi lo sguardo di qualche centimetro davanti al tuo naso e vedevi la scogliera artificiale che delimitava l’ingresso del porto. Ancora qualche centimetro e appariva la luce del faro che illuminava a intermittenza lo specchio d’acqua che aveva intorno. Il mare era completamente calmo. Qualche centimetro ancora, e stavolta toccava alla luna che sorgeva dritta all’orizzonte, proiettando sull’acqua un tappeto di luce bianca così luminoso e consistente che ti sembrava che avresti potuto camminarci sopra. Ti staccavi da lì, ti guardavi intorno e vedevi mare, mare, mare, vedevi mare a perdita d’occhio, vedevi mare finché ce n’è, fino a dove potevi arrivare a toccarlo con lo sguardo, fino all’ultima stella appuntata sul telo nero dell’orizzonte.

“Che roba”, dissi dopo un po’ che stavamo in silenzio. Eravamo tornati mano nella mano, tutti e due impalati a guardare quello spettacolo.

“Senti”, disse lei. “Scusa se prima nel ristorante non ti ho risposto a quella domanda sulla fine della mia storia, è solo che…”.

“…Non ti senti ancora pronta a parlarne, lo so”, finii io per lei. “Scusami tu per avertela fatta, era una domanda fuori luogo”.

“Se me l’avessi chiesto qui, adesso, sarebbe stato diverso”, disse lei.

“Immagino”, dissi io, ma non le rifeci la domanda.

“E tu? Ce l’hai una storia così ? Una storia di cui non hai ancora voglia di parlare?”, mi chiese.

“Credo che tutti prima o poi ce l’abbiano una storia del genere”, le dissi guardando il mare e cercando di contenerlo nello sguardo. Cercando per quanto mi riusciva di acchiapparne la maggior parte possibile. Guardavo il mare per evitare di rispondere. L’atmosfera era pericolosa, sentivo che avrei potuto aprirmi troppo, e questo non era un bene.

“Ma tu ce l’hai?”

“Sì”, le dissi abbastanza secco.

“Ma non ti va di parlarne”

“Non è che non mi va”, dissi cercando in ogni modo di evitare le trappole disseminate in quell’aria di confidenza che cresceva tra noi. “Credo che non sia il caso.”

“Perché?”, chiese lei.

“Perché non vorresti mai sentire una storia che comincia con C’era una volta la mia vita”, le risposi un po’ seccato. Quel terzo grado cominciava a darmi fastidio, perché alla lunga finisce sempre che dico qualcosa che non vorrei dire, o che sarebbe meglio non dire ancora. Per come la vedo io, le cose vanno fatte per gradi. Avevo sbagliato a fare quella domanda nel ristorante, d’accordo, ma mi ero fermato subito. Adesso perché lei non si fermava?

“Forse ti sbagli su quello che mi piacerebbe sentire”, disse lei. Poi subito dopo mi baciò cogliendomi assolutamente alla sprovvista.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(5)

5

Credere non è una scelta. Adesso che stavo baciando Tiziana, mi sarebbe piaciuto sentire una scossa da qualche parte, una scintilla, una qualunque cosa che assomigliasse a un inizio, a una promessa. Mi sarebbe piaciuto credere. Dio quanto mi sarebbe piaciuto. La baciavo davanti a uno dei posti più belli che avessi mai visto in vita mia, e dentro di me scavavo alla ricerca di un pezzo di brace acceso sotto la cenere. Ma non c’era niente da bruciare per Tiziana, così come non c’era stato niente da bruciare per Sabrina quando la baciai al centro del corridoio di casa mia. Il fuoco era spento per tutte tranne una. Una che aveva spento il suo fuoco per me.

“Ti piace qui?”, le chiesi quando staccai le mie labbra dalle sue.

“E’ bellissimo”, disse lei stringendo più forte l’abbraccio che ci legava. Ecco una cosa che non so fare, non so abbracciare. Corro continuamente il rischio che chi si trovi dall’altra parte di un mio abbraccio abbia l’impressione che stia stringendo un manico di scopa.

“Ti piace il mare e ti piace qui”, le dissi. “E la notte? Ti piace la notte?”

“Mi piace da impazzire”, disse lei. “E a te? Ti piace l’America e ti piace qui, e la notte?”

“Io adoro la notte, la adoro. Non so che cosa farei senza la notte. La notte è bellissima, è una bella promessa mantenuta tutti i giorni”. Mi slegai dall’abbraccio e feci un passo avanti verso il vuoto che avevamo intorno. Respirai a fondo aria fresca e pulita, aria che sapeva di mare e di buono e di Tiziana. Avevo ancora il sapore del suo bacio in bocca, e l’aria fresca lo amplificò a dismisura. Mi sembrava di avere in bocca il profumo di una rosa, fu una sensazione bellissima. Ma niente fuoco, come accendere un cerino in un mucchio di neve.

Da quando amare era diventata una colpa, nella mia vita erano cambiate molte cose. Prendila come viene, mi diceva spesso Rossella.

Ci provo, pensai, non ho mai fatto altro che provarci.

Presi Tiziana per mano: “Vieni”, le dissi. “Andiamo a bere qualcosa”.

“Qualcosa di forte!”, disse lei stringendomi la mano.

“Forte quanto?”, le chiesi io guidandola sul sentiero che ci avrebbe riportato alla macchina. L’unico rumore che avevamo intorno era il chiacchiericcio dei sassi sotto le nostre scarpe.

“Fortissimo!”, disse lei.

“Ti farò scordare come ti chiami”, le dissi scherzando. Ma dentro di me non scherzavo per niente. Dentro di me ero io a volermi scordare il mio nome. Avrei voluto cambiarmi l’aria dentro come si fa in una casa. Avrei voluto aprire le mie finestre e sostituire tutto quello che avevo dentro con l’aria che stavo respirando quella sera.

Dobbiamo finire il lavoro, disse la mia vocina.

Non adesso, pensai: adesso dobbiamo solo ubriacarci.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(6)

6

Il mio problema è che non riesco a staccarmi dalle cose che passano. Non si tratta solo delle persone, è una cosa che riguarda anche i gesti, le cose dette, quelle taciute. Qualche volta riguarda perfino gli oggetti. Difficilmente mi trovo a vivere davvero qualcosa nel presente. Pochissime volte mi capita di pensare al futuro. Il passato invece, quella è tutta un’altra storia. Sto sempre coi pensieri incollati a qualche ricordo, a volte belli, a volte brutti, ma sempre e comunque passati. Non è che rimpiango le cose, è proprio che mi mancano.

Ci sono almeno due modi di vedere le cose, e vale anche per le cose del passato: c’è il modo giusto, e quello da innamorati. A dirla tutta ce ne sarebbe un terzo, che solitamente è superiore anche al modo giusto: è il modo degli ubriachi. Quando sei ubriaco le cose diventano improvvisamente chiare. Il guaio è che quando torni ad essere te stesso ti sei dimenticato tutto.

L’amore ti frega di brutto. Se vuoi guardarti dentro quando sei innamorato devi barare con lui, così come lui bara con te. Per dirne una, se Lei mi avesse confessato di avermi tradito, qualcuno dentro di me sarebbe diventato il suo avvocato della difesa e avrebbe cominciato a giustificarla. Avrebbe barato: questo qualcuno andava isolato. Questo qualcuno apparteneva al modo degli innamorati e mi impediva di guardare le cose obiettivamente. Era ora di dare uno sguardo dentro me stesso, ma stando fuori da me stesso. Chissà che non avessi trovato qualche pezzo di mosaico interessante.

Quella sera avevo voglia di vedere il mondo al modo degli ubriachi. Volevo staccarmi dalla realtà e volevo farlo insieme a Tiziana. E’ brutto dirlo, ma forse volevo farlo insieme a lei solo perché era lei che stava insieme a me in quel momento. Probabilmente l’avrei fatto con chiunque ci si fosse trovato. Perché la verità non era che io volevo ubriacarmi, la verità era che io volevo andare a caccia, come sempre. Volevo scavare, cercare, spolverare e catalogare: volevo capire.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(7)

7

“Beve anche la bambina?”, chiese il tequilero rivolto a me. Stava indicando Tiziana, che aveva uno sguardo come se avesse voluto fargli una multa. Ero già stato in quel locale e il tipo che ti serviva la tequila al tavolo era un vero personaggio. Andava in giro col cappello da messicano legato dietro la testa, un paio di jeans scoloriti, stivali da cow boy, fazzoletto al collo e maglietta di seta nera aperta non al primo e nemmeno al secondo, ma al terzo bottone. Aveva un cinturone legato alla vita con due bottiglie di tequila al posto delle pistole e una fila di bicchierini di vetro al posto dei proiettili.

“Se gli dai da bere, beve anche lei”, gli risposi indicando Tiziana.

“Mmhhh, vediamo un po’…”, cominciò lui sedendosi al nostro tavolo. “Er latte m’è finito”, disse guardandosi il cinturone, “pe’ stasera me so’ rimasti solo tequila e sogni, prendere o lasciare.”

“Prendiamo!”, disse Tiziana che nel frattempo si era rilassata: per fortuna dico io, perché con le donne non sai mai come va a finire.

Il tequilero dispose una fila di due bicchieri davanti a ognuno di noi, poi prima che avessi il tempo di capire da dove l’avesse cacciata, lo vidi con una bottiglia di tequila in mano. Versò la tequila nei bicchierini, diede una strofinata di limone sul dorso della mano di ognuno di noi due, ci versò un po’ di sale sopra e poi disse: “Li sbatto?”, indicando i bicchieri.

“Sbattili”, dissi io.

“Allora parte il primo giro, tutto d’un fiato e senza ripensamenti. Pronti?”, ci chiese.

“Pronti!”, disse Tiziana.

Il tequilero coprì il primo bicchiere con un tovagliolo che portava appeso al cinturone, poi lo prese in mano e gli diede due botte violente sul tavolo. La tequila cominciò a frizzare come champagne: “Vai!”, disse alla bambina: “Tutta d’un fiato!”. Tiziana fece come gli era stato detto, la tequila sparì dal bicchiere veloce come c’era entrata.

Poi toccò a me, e poi ancora a lei per il secondo giro e per ultimo a me: due bicchieri di tequila bum bum sono un ottimo inizio per uno che ha intenzione di ubriacarsi.

“Tutto a posto?”, chiese il tequilero alla bambina.

“Certo”, disse Tiziana. “Più tardi ripassa”, aggiunse subito dopo.

“E’ tosta la bambina”, disse il tequilero rivolto a me.

“Tostissima”, dissi io, poi aggiunsi: “Quanto ti devo?”

“Ma paghi adesso?”, disse Tiziana.

“E certo”, disse il tequilero. “I clienti miei a ‘na cert’ora se scordano qualunque cosa, la tequila se paga un sorso alla volta”.

Lo pagai e gli chiesi di mandarci il cameriere per ordinare qualche stuzzichino: “Ve lo mando subito”, disse lui. “Noi se rivedemo più tardi”. Si alzò e andò a sedersi al tavolo a fianco a noi dove c’era seduta una coppia che lo accolse con un: “No no no no, grazie, niente tequila”.

Il tequilero si alzò senza dire niente, si girò verso di noi e ci fece un occhietto: Tempo un’ora e ‘sti due non riconoscono.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(8)

8

Lei ti lasciava solo, disse la mia vocina intorno al sesto bicchiere di tequila. Nella mia testa i pensieri cominciarono a correre come una mandria di cavalli imbizzarriti. Stavo guardando Tiziana e la vedevo ridere, allora cominciai a ridere anch’io perché probabilmente stava dicendo qualcosa di divertente. Non potevo saperlo con certezza, perché non ascoltavo voci dall’esterno in quel momento. In quel momento ero chiuso nella mia cella con un nuovo, importantissimo, pezzo di mosaico tra le mani. L’unico collegamento rimasto tra me e il mondo esterno era una sottilissimo filo di luce che filtrava dalla porta socchiusa della mia cella senza passare in nessun modo attraverso il filtro della coscienza. Continuavo a reagire attraverso una specie di pilota automatico basato unicamente sugli stimoli visivi: azione-reazione. Nessuna coscienza disponibile da impegnare come filtro, solo un filo di luce che filtrava attraverso una porta accostata.

Al decimo bicchiere di tequila la porta si chiuse.

Quando la chiamavi trovavi spesso il telefono spento, proseguì la mia vocina quando restammo soli nella cella.

Perché?, chiesi a me stesso. Intorno a me i camerieri cominciarono a ballare al centro del locale. Era una specie di spettacolo che ripetevano per una decina di minuti ogni ora. Non ho mai capito se i gestori di quel locale fossero dei messicani veri, a me sembrava proprio così. In ogni caso, su certe cose è bene conservare il mistero. Cominciai a battere le mani come una scimmia ammaestrata, seguendo il ritmo della musica. Dovevo proprio essere ubriaco, perché Tiziana non smetteva più di ridere.

Perché ti lasciava solo, ecco perché, continuò la vocina. Intorno a me la festa aumentava, la gente strillava e batteva le mani, io vedevo solo un mucchio di maschere deformate e cercavo di correre dietro ai miei pensieri che continuavano a sfrecciarmi davanti come schegge di bombe appena esplose. Capii che Tiziana stava parlando perché vedevo le sue labbra muoversi, ma non riuscivo a sentire assolutamente niente in mezzo al casino che avevo intorno. Continuai a ridere e battere le mani e pensare, non potevo fare nient’altro.

Spegneva il telefono perché aveva bisogno di restare sola, non perché voleva lasciarmi solo. Aveva bisogno di restare con sé stessa, proprio come succede a me. Continuavo a difenderla anche da ubriaco, perché il modo degli innamorati è più forte di quello degli ubriachi, anche se meno giusto. Il tequilero mi passò davanti con l’indifferenza di un pistolero che passa davanti al cadavere del suo nemico: Tu sei già morto, non ho più niente per te, avanti il prossimo. Fu allora che capii quanto dovevo essere ubriaco.

Volevo alzarmi per andare in bagno, ma non mi ricordavo dov’era. Chiedere l’informazione a qualcuno era escluso: non riuscivo in nessun modo a convertire i pensieri in parole, e avevo una mezza idea che la prossima volta che avrei aperto la bocca sarebbe stato solo per vomitare. Chiusi gli occhi per concentrarmi e quella fu una pessima idea: il mondo si trasformò in un perno e la mia testa era la trottola che ci girava intorno.

Tiziana si alzò e venne dalla mia parte del tavolo: “TI SENTI BENE ?”, mi strillò nell’orecchio.

“No”, non so se glielo dissi, di sicuro lo pensai.

Poi in qualche modo mi portò in bagno, perché l’immagine successiva che mi ricordo è quella della mia testa piegata a vomitare dentro un cesso che puzzava di tequila. Tutto il mondo puzzava di tequila, quella fu una delle peggiori sbronze della mia vita. In cambio ottenni un pezzo di mosaico che rimase latente nella mia coscienza pronto ad essere ripescato qualche mese dopo, quando successero cose del tutto inaspettate. La prima delle quali mi aspettava nella mail box proprio mentre stavo vomitando in bagno.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(9)

9

Il viaggio di ritorno fu allegro come la prima fila di un funerale. Tiziana guardò tutto il tempo fuori dal finestrino senza dire una parola. Chissà che stava pensando: chi se ne fregava di quello che stava pensando. Mi sentivo come se mi fosse esploso un candelotto di dinamite in testa.

Guidavo e pensavo senza capire molto bene nessuna delle due cose. La radio era accesa, de André cantava Franziska:

Hanno detto che Franziska è stanca di pregare

tutta notte alla finestra aspetta il tuo segnale

quanto è piccolo il suo cuore e grande la montagna

quanto taglia il suo dolore più di un coltello, coltello di Spagna

Avrei voluto chiedere a Tiziana di parlare, ma non avevo forza per dire niente. Mi avrebbe sicuramente fatto domande strane se si fosse messa a parlare, ero sicuro. Era troppo chiusa, era una donna che voleva farsi chiedere cosa c’era che non andava. Non sono mai stato l’uomo giusto per domande del genere, quella sera meno che mai.

Tu bandito senza luna senza stelle e senza fortuna

questa notte dormirai col suo rosario stretto intorno al tuo fucile

Un gatto decise improvvisamente di suicidarsi sotto la mia macchina. Mi piacerebbe dirvi che riuscii ad evitarlo, ma non andò così. Sterzai di colpo a sinistra verso il centro della strada, ma quello assecondò completamente il mio gesto e sparì improvvisamente sotto il cofano. Un attimo dopo sentii un tonfo sordo sotto la mia ruota destra: Il gatto è morto, pensai.

Hanno detto che Franziska è stanca di ballare

con un uomo che non ride e non la può baciare

tutta notte sulla quercia l’hai seguita in mezzo ai rami

dietro il palco sull’orchestra i tuoi occhi come due cani

“Che è successo?”, disse Tiziana girandosi verso di me.

(Il gatto è morto)

“Niente”, le dissi solo questo e mi sentivo come se avessi parlato per tre ore di fila.

Marinaio di foresta senza sonno e senza canzoni

senza una conchiglia da portare o una rete d’illusioni

“Stai bene?”, chiese lei.

“No”, stavolta sono sicuro che glielo dissi.

Hanno detto che Franziska è stanca di posare

per un uomo che dipinge e non la può guardare

filo filo del mio cuore che dagli occhi porti al mare

c’è una lacrima nascosta che nessuno mi sa disegnare

“Voglio andare a casa”, disse subito dopo. Lo disse in un modo che mi fece pensare che non saremmo usciti mai più, ma mi sbagliavo.

“Va bene”, le dissi sperando che smettesse di parlare.

Tu bandito senza luna senza stelle e senza fortuna

questa notte dormirai col suo rosario stretto intorno al tuo fucile

Poi subito dopo mi chiesi come mai non fossi già morto da due anni. Non è che volevo morire, è solo che se fossi morto mi sarei sentito meglio.

Hanno detto che Franziska non riesce più a cantare

anche l’ultima sorella tra un po’ vedrà sposare

l’altro giorno un altro uomo le ha sorriso per la strada

era certo un forestiero che non sapeva quel che costava

Pensai al nostro bacio di poche ore prima davanti alla Croce: chi l’avrebbe detto che quei due eravamo davvero noi? Chi l’avrebbe detto a guardarci in macchina adesso?

Marinaio di foresta senza sonno e senza canzoni

senza una conchiglia da portare o una rete d’illusioni

Quando arrivai sotto casa sua fermai la macchina senza spegnerla e aspettai che scendesse.

Lei aprì lo sportello, poi disse ancora: “Che è successo?”

“Niente, mi sono solo ubriacato, mi dispiace. La prossima volta andrà meglio”, dissi io.

Quale prossima volta?, pensai subito dopo. Non me ne fregava niente, volevo solo che se ne andasse il prima possibile.

Lei scese dalla macchina e si girò ancora verso di me senza chiudere lo sportello:

“ ’Notte”, disse senza sorridere.

“ ‘Notte”, dissi io. Poi finalmente chiuse lo sportello.

Me ne tornai a casa senza pensare a niente se non al mio letto: non vedevo l’ora di buttarmici sopra. Non parcheggiai nemmeno la macchina in garage, anche perché stava quasi facendo giorno. L’unica cosa che feci prima di andare a dormire fu scaricare la posta da internet: non posso dormire se prima non scarico la posta. Sul mio programma cominciarono a scorrere molto velocemente le lettere di una mailing list a cui ero iscritto. Cominciavano quasi tutte con lo stesso subject: Re

Re, Re, Re, c’è sempre qualcuno che deve rispondere a qualcun altro in una Mailing List. Di tutte quelle mail non ne leggevo mai nemmeno una, non so nemmeno perché continuavo a restare iscritto senza cancellarmi. Forse per una specie di tradizione, forse perché non riesco mai a scollarmi dalle cose, nemmeno quelle più stupide.

Improvvisamente apparve una mail senza Re. Nell’affollamento di lettere che continuavano ad arrivare riuscii solo a leggere Ci prima che venisse inghiottita da quella specie di spam che mi ero autoinflitto.

Finito di scaricare la posta tornai alla mail che mi interessava. Il subject era: Ci provo.

Spostai lo sguardo a sinistra e guardai il sender: era Lei.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(10)

10

Fermi tutti, disse una voce nella mia testa. Fermi tutti. Staccai il collegamento da internet e chiusi il programma di posta elettronica, poi mi alzai dalla sedia e andai in cucina per farmi un caffè. Mi era passata la nausea, passato il sonno, mi era passato il mondo. Un fiotto di adrenalina mi aveva scopato il cervello, non capivo più niente. C’era una sua mail nel mio programma di posta elettronica e io dovevo ancora leggerla. Impensabile.

Aspettai che uscisse il caffè, lo versai nella tazzina, lo zuccherai e tornai davanti al PC. Mentre lanciavo di nuovo il programma di posta pensai che quello era il momento più bello degli ultimi due anni e mezzo. Cliccai sulla mail che mi interessava, la lettera si aprì sullo schermo. Il momento più bello degli ultimi due anni e mezzo cominciava così:

Ci provo.
Oggi mi sono capitate un po’ troppe cose. Non so cosa scriverò.

Non lo rileggerò. Non cancellerò niente.

Era una lettera piena di punti esclamativi, c’erano punti esclamativi dappertutto. Mi rimproverava questo, mi rimproverava quello, io avrei solo voluto baciarla. Chi ha detto che la vita è troppo breve? La vita è una questione lunga e complessa, altro che stronzate. E’ piena di punti esclamativi, e punti interrogativi, e punti e basta. Vivere è un tale casino che veramente c’è da chiedersi a chi sia venuto in mente di chiamare la nascita il dono della vita. A parte che qualcuno dovrebbe spiegarmi che razza di regalo è un regalo che devi restituire, ma è proprio tutta la faccenda vita che non si sposa col concetto di regalo. Spero che il giorno che mi venga in mente di mettere al mondo un figlio il pisello mi caschi per terra. Guardate che non è un pensiero negativo il mio, è proprio che non vorrei mai fare a nessuno lo scherzetto di dargli il dono della vita, meno che mai vorrei farlo a mio figlio. Vivere è una questione troppo incasinata, meglio restare nell’inesistenza secondo me.

Appena finito di leggere la mail mi buttai sul letto:

Lei ti lasciava solo e da allora non è cambiato niente, disse la mia vocina bastarda.

La cosa peggiore della lettera che avevo appena letto era il fatto che Lei non si ricordasse assolutamente niente. Era evidente che parlava di qualcosa di vago e latente nella memoria. Qualcosa di lontano che ti devi sforzare di riacchiappare prima che ti sfugga altrimenti non riuscirai a scriverlo. Una cosa come: Aspetta… com’era quella cosa… quella volta che… aspetta… com’era… e appena ti folgora l’illuminazione ti sbrighi a scriverla prima che scappi a rinchiudersi nel baule dei ricordi lontani che ognuno di noi si porta dentro. I ricordi per caso, quelli che non ti parlano più da molto tempo ormai, quelli che quando li ripeschi dici: Ma pensa tu! E’ vero!

E’ vero un cazzo, non è vero un bel niente. L’unica cosa vera era il fatto che negli ultimi trenta mesi aveva pensato ad altro, beata lei. Fu allora che mi chiesi per la prima volta se mi avesse mai amato o se per caso mi fossi inventato tutto. L’amore è una questione di intensità, spero che siate d’accordo su questo. E allora la potevo girare finché volevo ma il punto era: Una che oggi scrive con la sua leggerezza, con quanta intensità può aver amato? Dipende, ecco la fregatura di sempre: dipende. Perché alcuni tendono a rimuovere i ricordi, specialmente quelli intensi e in qualche modo dolorosi. O troppo coinvolgenti, troppo invadenti insomma. E’ proprio così, alcuni hanno la zona di rimozione forzata, e spostano le cose nel cimitero dei ricordi intensi. E’ una specie di autodifesa per non farsi sputtanare la vita dal passato. E’ una cosa buona questa, solo che io non ce l’ho. Ma Lei? Lei ce l’aveva?

Per la risposta a questa domanda avrei dovuto avere pazienza. Non mi ero sciroppato trenta mesi di cella d’isolamento per niente: in fatto di ricerca e pazienza ero un esperto a tutto campo ormai. Per avere le risposte che rispondono ero disposto ad aspettare tutto il tempo che ci sarebbe voluto. Adesso avevo ristabilito un contatto, Lei aveva scritto e non era una cosa da poco. Dovevo tenere aperto il canale di comunicazione, dovevo tornare a parlare con Lei. Dovevo chiarire questa storia che Lei mi lasciava solo, dovevo capire se dentro di Lei ci fosse la zona rimozione. Queste due risposte formavano un unico pezzo e per averle avrei dovuto aspettare più di un anno da quella sera. Fu uno degli ultimi pezzi di mosaico che sistemai prima degli Ultimi Tre Giorni.

Sì ma non le scriverò domani, pensai prima di addormentarmi. Farò passare qualche giorno, tanto per non dare l’impressione che stessi qui ad aspettare proprio Lei. Mi addormentai pensando che mi sarebbe piaciuto accendermi una sigaretta.

Il giorno dopo le scrissi, che ve lo dico a fare.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(11)

11

I pezzi di merda come me trovano sempre qualche brava ragazza disposta a corrergli dietro, è questo il guaio. E mi dovete credere se vi dico che è un guaio tanto per loro quanto per noi. Perché quando qualcuno vi asseconda è più facile adagiarsi che farsi domande.

Per questo tipo di guaio, Tiziana il giorno dopo mi chiamò. Mi chiese se la sera prima avesse sbagliato qualcosa. Io non avevo nemmeno presente che ci fosse stata una sera prima. Ero completamente preso dalla Novità: Lei aveva scritto, Lei mi aveva ricordato,

(Male, ti ha ricordato male)

Lei parlava.

Tiziana mi chiese se mi andava di uscire ancora. Io le dissi che andava bene, certo che saremmo usciti, perché no? Glielo dissi di impulso, senza capire molto di quello che mi disse lei. Senza tenere in nessuna considerazione la sua persona, le sue aspettative, le speranze, i desideri, niente. Le dissi che sì, saremmo usciti ancora e avremmo fatto tutto quello che voleva lei. Una parte di me era così contenta per la Novità che avrebbe detto di sì anche se mi avesse chiesto di andare in volo sulla luna sbattendo le braccia nell’aria. Che problema c’era?

Ve lo ricordate l’ultimo giorno di scuola prima dell’estate? Io me li ricordo tutti, mi ricordo ogni ultimo giorno di scuola dal primo all’ultimo anno delle superiori. Mi ricordo quei giorni perché furono gli ultimi Giorni Perfetti che vissi prima di essere sparato nell’età adulta. I Giorni Perfetti me li portavo dietro dalle scuole medie. Sabato pomeriggio, una bella giornata di tarda primavera, sole alto e caldo ma non troppo. Cielo azzurro, niente compiti per il giorno dopo, niente interrogazioni in vista. Anna che mi citofonava per chiedermi di andare al boschetto e una partita di calcio alle cinque del pomeriggio contro Quelli delle Case Bianche con la squadra completamente sbilanciata a nostro favore: questo era un esempio di Giorno Perfetto. Era un giorno in cui la felicità ti scoppiava a ripetizione nella testa, come se fosse sempre mezzanotte la sera di capodanno. Il cuore ti galoppava in petto come un purosangue tenuto troppo a freno e improvvisamente sbrigliato. Un giorno in cui ne infilavi una dietro l’altra e tutte a tuo favore: Boom! Boom! Boom!

Un Giorno Perfetto.

Il giorno dopo la Sua mail fu un giorno perfetto. Per quanto riesca a ricordarmi, quello fu il primo vero giorno perfetto dall’ultimo anno di scuola, quando sembra che il peggio ormai sia alle spalle e non immagini che il vero peggio non l’hai ancora mai visto in vita tua. Il giorno dopo la sua mail sorridevo nell’anima, ecco il punto. Sorridevo nell’anima anche se

(Ti ha ricordato male)

una parte di me voleva chiedersi se Lei mi avesse mai amato. Ma la gioia di averla letta tracimava gli argini della coscienza e ricopriva tutto di una luce dimenticata. Una luce che veniva da lontano e splendeva forte e calda come il sole delle mie giornate perfette.

Tiziana in un certo senso rimase vittima di questo mio momento di grazia. Quando mi chiese di uscire io ero abbastanza euforico, facevo lo splendido con battute brillanti su tutta la linea. Ma lei naturalmente non c’entrava niente.

Passammo un paio d’ore al telefono. Mentre parlavamo un sotto livello della mia coscienza lavorava alla mail che avrei scritto di lì a poco. La mia parte migliore era impegnata in quel lavoro e la mente residua che parlava con Tiziana ne risultava assolutamente drogata.

Quando attaccai il telefono erano le sette del pomeriggio. Mi piazzai immediatamente davanti al computer e cominciai a scrivere. Per scrivere una cosa che poteva essere letta in due minuti (cronometrati) ci impiegai quasi tre ore. La bellezza di un’ora e mezza di scrittura per ogni minuto da leggere. Non venne nemmeno fuori un granché, nel senso che non dicevo niente di veramente speciale. Ma questo non è importante, quello che è importante è che dopo quel primo scambio di corrispondenza Lei continuò a scrivere. Scriveva a intermittenza e senza nessuna continuità temporale: poteva scrivermi due mail in uno stesso giorno e poi sparire per i successivi tre mesi come se niente fosse. Era presente a modo suo, proprio come era sempre stato. Io so solo che ogni volta che le rispondevo cominciava il conto alla rovescia per il suo prossimo Risveglio. Non sapevo quando ci sarebbe stato, ma sapevo che ci sarebbe stato e tanto bastava. Almeno fino a quando non avessi incastrato l’ultimo pezzo del mosaico.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(12)

12

“Mi ha scritto quella ragazza con cui stavo insieme più di due anni fa”, dissi a Lucio. Eravamo dentro la sua macchina, parcheggiati sotto casa mia. Stavamo fumando l’ultima sigaretta della serata, lo facevamo spesso prima di salutarci.

“Chi è? La conosco?”, disse lui tirando la cicca fuori dal finestrino.

“No, non siamo mai usciti con te”, figuriamoci se mi sognavo di farle conoscere Lucio. Avevo già i suoi amici di cui preoccuparmi, non sentivo nessun bisogno di aggiungerci anche i miei, grazie tante.

“Che dice? Vuole scopare?”. Per lui le donne erano interessanti solo se volevano scopare.

“Ma non lo so, non credo… e comunque non m’interessa se vuole scopare, è stata una storia speciale”.

“Non è mai speciale, Max”, disse lui. Era l’unico che mi chiamasse in quel modo. Non ho mai sopportato i diminutivi da fighetto, ma il modo in cui lo diceva lui non era come se stesse chiamando un fighetto, era come se stesse chiamando un amico e questo cambiava tutto.

“E invece quella era speciale”, gli dissi abbastanza secco. Mi stavo già pentendo di averne parlato con lui.

“Stai sotto un treno per una con cui sei uscito più di due anni fa?”, chiese allora lui. Tana per me.

“Ma quale treno!”, mi voltai così bruscamente che lui fece uno scatto all’indietro con la testa. La verità scuote i nervi di brutto.

“Max ma che cazzo hai?”. Lo disse un po’ deluso, come se non si fosse aspettato di vedermi coinvolto in quel modo per qualcuna. Io in un certo senso mi sentivo quasi in colpa, non so come altro spiegarvelo. “Vedi se te la puoi scopare e sennò taglia, taglia cazzo, taglia tutto. Stai proprio sotto un treno”.

“Ti sei mai innamorato di qualcuna?”, gli chiesi guardando il pacchetto di sigarette che stava sul sedile in mezzo alle mie gambe.

“Sì, ma avevo diciotto anni e ero stupido”, disse lui.

“Ecco, io a trent’anni mi sono innamorato un’altra volta. E questa che mi ha scritto, era proprio di lei che ero innamorato”, dissi al pacchetto di sigarette.

“Le donne vanno scopate, non vanno amate. Appena ne ami una, quella ti rivolta come un calzino”, disse guardando dalla mia parte.

“Non lo so se sono molto d’accordo”, dissi io alzando lo sguardo. “E in ogni caso non si sceglie di amare, ti succede e basta…”

“Come tutte le disgrazie”, intervenne lui. Io mi feci una risata, tanto per sdrammatizzare, l’aria era un tantinello pesante.

“Più cresco e meno trovo il mio ruolo”, dissi io. Ero in vena di confidenze quella sera.

“L’hai trombata Tiziana?”, mi chiese.

“No”.

“Ecco perché non trovi il ruolo, perché invece di scopare pensi a cose vecchie più di due anni”. Questa cosa mi fece pensare, perché in un certo senso era vera. Questo fatto di restare appiccicato al passato era proprio una maledizione.

“Tu ce l’hai il tuo ruolo?”, gli chiesi allora io.

“Il mio ruolo è scopare, Max. E’ la mia missione. Ne voglio sempre una in più di quante ne trovo, non penso ad altro”, disse lui bello convinto.

“E quando le hai messe in fila che hai concluso? A che serve una scopata in più o in meno?”, lo volevo proprio capire questo ruolo, perché in un certo senso riguardava anche me. Non la sentivo come una vera e propria missione, ma di certo una scopata come Cristo comanda conservava il suo margine di importanza nella mia vita.

“Come a che serve una in più? Ma che cazzo hai? Ognuna è una diversa! Ecco a che serve!”. Si stava proprio incazzando, sono sicuro che la conversazione di quella sera dovette sembrargli abbastanza surreale. In un certo senso lo sembrava anche a me.

“Va bene. Penso che ne riparleremo”, dissi aprendo lo sportello della macchina.

“Spero proprio che ti passi presto”, disse lui mettendo in moto.

“Non mi deve passare niente, non dire cazzate”.

“Taglia”, disse prima di andarsene. Era un buon consiglio, e come molti buoni consigli restò completamente inascoltato.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(13)

13

Che cos’è la libertà? Sono anni che me lo chiedo, che cos’è? Prima pensavo di saperlo e pensare di saperlo è come saperlo in un certo senso. Ma che cos’è? Ero libero la sera che mi ubriacai con Tiziana, ero libero al centro del mio corridoio con Sabrina. Ero libero perché non provavo niente. E con Gea allora? Libero come l’aria. E con Rossella? Mai stato più libero in vita mia. Ma la libertà è non provare niente per nessuno? Cos’è, è la possibilità di andarsene senza rimpianti? La scelta di restare solo finché ti va? Il potere di dispensare decisioni irrevocabili? Decisioni che coinvolgono altri ma che dipendono solo da te? Ma se era davvero così e io non avevo mai inseguito altro che la libertà, allora com’è che adesso che ce l’avevo stavo così male?

Forse era il fatto che non ero libero dall’amore per scelta. Io ero stato liberato dall’amore, ma non per decisione mia. In un certo senso era l’amore che si era liberato di me. Il punto vero, il centro del centro della mia inquietudine era proprio questo: come facevo a guardare avanti se io non volevo fare altro che tornare indietro senza poterlo fare? Come facevo a stare bene con Tiziana o con chiunque altra se non era con loro che volevo stare? Come potevo smettere di pensare che c’era stata una persona con cui parlavo senza parlare? Ditemelo voi, perché io non lo so.

Avere la certezza che Lei non mi avesse amato sarebbe stato d’aiuto, ma questo era ancora tutto da dimostrare. Era ancora un sospetto embrionale, se posso dire così. Un sospetto che viveva in una zona periferica della mia coscienza, la zona in cui la mia vocina spadroneggiava. Ma c’era, aveva trovato la sua via nei miei pensieri. Era diventato un pezzo di mosaico da maneggiare con calma e molta cura.

A tre quarti del mio lavoro la strada verso la fine era tutt’altro che in discesa.

Il fine settimana successivo uscii con Tiziana. Avevo deciso che ci avrei provato con lei, perché ognuna è una diversa, giusto? Non lo so, ma giusto o sbagliato la trombai.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(14)

14

I libri, gli autori dei libri, i personaggi dei libri. I film, gli autori dei film, gli sceneggiatori, i registi, qualche attore: questi sono i miei migliori amici di sempre. Gente che non fa domande, ti dà molto e non chiede niente in cambio, non ti fa nessuna predica e da te non si aspetta niente. Non pretendono di insegnarti qualcosa e se alla fine ti danno qualche morale della favola non ti chiedono mai se l’hai capita oppure no.

Nel periodo in cui uscivo con Tiziana stavo leggendo la saga dell’Ultimo Cavaliere, di Stephen King. Roland era uno dritto, c’è poco da fare. Uno che parlava a testa bassa, con il mezzo sigaro in bocca e la mano poggiata sul calcio di sandalo della pistola infilata nel cinturone. Un uomo che viveva in un altro Quando e un altro Dove, che parlava di onore e rispetto, di cose giuste e sbagliate. Un uomo con una missione, un ruolo, un senso, uno scopo. Roland il pistolero, l’ultimo cavaliere della sua stirpe, era un uomo che non esisteva. Eppure era vero. Roland era molto più vero di tanta gente che conosco.

Vi sto parlando di Roland perché se la mia vocina avesse avuto una voce, la sua voce sarebbe stata proprio quella di Roland. Una voce che anche quando vi rimprovera vi parla con calma, e anche quando vi parla con calma vi sta rimproverando. Una voce che vi inchioda con le spalle al muro ogni volta che dice qualcosa, perché vi dice cose che non vorreste mai sentirvi dire. La voce che nel processo contro me stesso rappresentava l’Accusa, l’avvocato di parte avversa, il mio peggior nemico: io. Probabilmente la mia vocina era la parte sopravvissuta di quello che ero stato prima del terzo salto.

Lei era una stronza, mi disse mentre aspettavo Tiziana di fronte al bar dove avevamo l’appuntamento.

Sacrilegio.

Non è possibile…, risposi a me stesso completamente spiazzato. Ero spiazzato da tutto: dal momento scelto per iniziare un contraddittorio come quello, dal concetto espresso, dalla sicurezza con cui era stato espresso, dalla violenza con cui realizzai quel pensiero dentro me stesso.

Era una stronza, continuò la vocina-Roland per niente impressionata, ma non una stronza qualsiasi, no: Lei era la Capostronza Universale.

Questo è proprio un momento del cazzo per un pensiero del genere. Lei ha avuto la sua parte di responsabilità, ma non mi sento di dire che fosse stronza, era soltanto presa…

Da sé stessa, era presa da sé stessa e basta: era talmente presa che se ne fregava di tutto. Se ne fregava di te, del tuo amore, di voi due, del vostro rapporto, delle tue aspettative, delle SUE aspettative: perché ti ha amato, forse anche solo per cinque minuti, ma ti ha amato. In quei cinque minuti Lei teneva a te nella stessa misura in cui tu tenevi a Lei, con la stessa intensità. Ma era talmente stronza che se n’è fregata anche di sé stessa. Era talmente stronza che era la Capostronza Universale.

Tiziana scese dalla macchina e mi salutò sorridendo. Il mio sguardo le passava attraverso: il mio sguardo attraversava lei, la macchina che le stava dietro, il lampione dietro la macchina, l’insegna del distributore di benzina dietro il lampione, i palazzi dietro l’insegna, tutto. Restai a guardarla come ipnotizzato e le feci un cenno con la testa per rispondere al saluto, poi prima che si avviasse verso la mia macchina cercai di riprendere il controllo della situazione.

Mi sono rotto il cazzo di tutti questi confronti, pensai.

Tu sei l’Imperatore dei tuoi pensieri. Sei la vittima e il carnefice, la preda e il cacciatore, il Re e l’ultimo servo di corte. Tu comandi, tu ubbidisci, tu decidi, disponi, fai e disfai. Sei l’unico vero artefice di tutto quello che ti succede dentro. Ficcatelo bene in testa, perché poche cose contano davvero come questa. Questo confronto non è un confronto: questo confronto sei tu. Questo è il tuo lavoro e dobbiamo finirlo, che ti piaccia o no.

Lo finiremo, ma non adesso. Adesso c’è Tiziana.

Dobbiamo finire il lavoro, disse la vocina. Poi non disse più niente.

Tiziana entrò nella macchina e io la baciai sulle labbra. Lei sgranò gli occhi un po’ spiazzata dal mio bacio. A dirla tutta ero spiazzato anch’io, ma feci finta di sapere quello che stavo facendo.

Sono proprio diventato qualcun altro, pensai avviando la macchina.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(15)

15

Facemmo l’amore sotto il portico di un chiosco chiuso sulla spiaggia. Era la stessa spiaggia dove eravamo stati la prima sera che uscimmo insieme. Faceva un po’ freschetto, ma chi sentiva niente. Entrare dentro Tiziana fu come infilare un wurstel in una scodella di burro fuso. Facemmo l’amore in maniera abbastanza tradizionale, niente invenzioni speciali. Io stavo seduto su una sedia del chiosco, lei stava seduta sopra di me con la sua bocca sulla mia bocca, restammo in quel modo per tutto il tempo. Più che a un’immagine in movimento, somigliavamo a una fotografia. Eravamo statici. A guardarci sembravamo due persone similvive che stavano cercando di fare qualcosa. Che cosa nessuno avrebbe saputo dirlo. Non fu una scopata memorabile.

Il momento che proprio non sopporto è quando finisce tutto che devi ripulirti. Lo odio quel momento, non so che darei per farne a meno. Non so come potrei farne a meno, ma non so che darei per eliminarlo.

“Che hai?”, queste furono le parole con cui Tiziana spezzò quel silenzio speciale che si crea tra due persone che hanno appena finito di fare l’amore.

Non lo so che cosa avevo, ma qualunque cosa fosse non pensavo che fosse così evidente. Girai lo sguardo sulla spiaggia deserta e buia: Tu non sai amare, mi disse Rossella nella testa.

No Rossella, io non so amare, le (mi) risposi. Non ho la più pallida idea di dove si cominci e dove si finisca. Non ho idea di quando si finisca. Non so amare, non so dare, so solo prendere. E ne vuoi sapere una? Sono peggiorato di brutto.

“Non ti piaccio?”, mi chiese Tiziana cercando di interpretare il mio silenzio. Questa cosa mi spezzò il cuore di schianto, me lo ridusse a qualcosa con meno consistenza della sabbia che stavo guardando. Furono anche le parole, ma più di tutto fu il tono con cui lo disse. Mi aggredì una sensazione di impotenza, la gola mi diventò del diametro di una sigaretta schiacciata: qualunque parola cercasse di passarci attraverso rimaneva strozzata. A che serve parlare se non si possono comunicare le sensazioni? Che cos’altro c’è di così importante da dire se non puoi dire quelle?

“Tu mi piaci”, le dissi alla fine. In quel momento mi pentii di averla portata sulla spiaggia e di averci fatto l’amore. Mi dispiaceva per lei, perché sapevo che l’avrei lasciata. Mi dispiaceva che fosse appena uscita da una storia d’amore importante, e per colmo di sfortuna avesse incontrato uno come me. Uno che aveva in testa solo il suo lavoro

(Dobbiamo finirlo)

uno che l’avrebbe lasciata per andare a caccia di risposte. Uno che respirava, pensava e viveva nel suo passato ventiquattro ore al giorno, sette giorni la settimana. Uno senza presente.

Calò un silenzio imbarazzante, si sentiva che stavamo stuzzicando corde pericolose. Ma quando vedo che una conversazione prende una brutta piega, invece di cambiare strada mi ci butto a capofitto.

“Tu che cosa ti aspetti da me?”, le chiesi. Una volta me la fece una ragazza questa domanda. Avevo diciotto anni, eravamo appoggiati a una macchina e lei mi sparò questo cazzotto in faccia: Che ti aspetti da me?

Niente, le dissi io. Ma non fu una risposta, fu una reazione. Per istinto l’avrei mandata direttamente a fare in culo a una domanda del genere, e una parte di me dovette proprio frenarsi alla grande per non farlo. Ma tra me e l’istinto c’erano di mezzo gli ormoni. Arginarono la mia reazione come una diga ostruisce un fiume in piena: Cambia strada bello, da qui non passi. La verità era che qualcosa io me l’aspettavo da lei, indovinate che cos’era?

Tiziana invece non ebbe nessuna reazione istintiva alla mia domanda, ci pensò sopra un bel po’ prima di rispondere.

“Mi aspetto l’inizio di una storia”, disse alla fine. “Non mi interessa ancora sapere se durerà oppure no, ma non sono nemmeno una da una sera e via”. La schiettezza è stata sempre una delle cose che ho guardato con più ammirazione negli altri, quelle poche volte che l’ho trovata. E’ una specie di tesoro.

“Non avrai nessuna storia con me”, le dissi altrettanto sinceramente.

“Allora riportami a casa”.

Prima finite di parlare, mi disse improvvisamente la vocina. Stavo per alzarmi quando lo disse, perché quando qualcuno mi chiede di riportarlo a casa io lo riporto a casa.

“Prima finiamo di parlare”, dissi. Lei si era alzata in piedi davanti a me, io accavallai le gambe e mi accesi una sigaretta.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(16)

16

Tiziana mi piaceva. Fra le ragazze che avevo frequentato dopo la fine della mia Storia, lei era quella che mi piaceva di più. Immagino che fosse per questo motivo che la mia voce interiore decise di fare uno strappo alla regola e invece di riportarla a casa volle continuare a parlare.

Quando le dissi che dovevamo finire il discorso, lei inclinò leggermente la testa di lato e corrugò la fronte come per pensarci su. Poi disse: “Va bene”,  e si sedette sul pavimento sabbioso del chiosco. Di solito le ragazze non si siedono mai per terra in quel modo, sono sempre tutte così schifine. Quel gesto mi impressionò non poco.

Se è vero che qualcuno che dice Prima finiamo di parlare si supponga abbia qualcosa di cui parlare, è altrettanto vero che io non avevo la più pallida idea di cosa dire. Quindi lo sguardo di attesa con cui mi fissava Tiziana era più che legittimo, ma lo stesso non sapevo che cosa fare.

“Finire tutto in questo modo sarebbe piuttosto squallido”, dissi alla fine. “Sarebbe una sera e via”.

“Sei tu che la stai facendo finire in questo modo”, disse lei. Parlava col tono spietato di una donna che era stata presa per un braccio mentre se ne stava andando. E’ un grave errore fermare una donna che se ne voglia andare, di solito farà di tutto per farvene pentire. Ma avevo deciso che avrei mantenuto la calma, anche se il mio orgoglio cominciava a sbattere ondate violente sulla diga che stava proteggendo il nostro discorso.

“Quando eri bambina ti aspettavi questo?”, le chiesi.

“Stare qui a parlare con te?”

“No no, non questo, dico se ti aspettavi che sarebbe stato tutto così difficile”.

“No, le cose sono andate diversamente da come me le aspettavo”.

“Io non mi aspettavo niente di tutto questo. Volevo diventare grande per avere la macchina e fare l’amore con le donne”.

“Ma che c’entra con noi?”, disse lei.

“Non c’è nessun noi”, disse la mia parte peggiore.

Ancora?”, stava proprio perdendo la pazienza.

“Ascolta, tu non devi arrabbiarti se ti dico come la penso. E’ solo che io non voglio avere una storia seria, è tutto qui. Non c’entri tu, c’entra la vita in un certo senso.”

“Non capisco perché ti sei messo appresso a me”, disse allora lei. “Avevo già abbastanza problemi”.

Già, perché mi ero messo appresso a lei? Perché ognuna è una diversa? Mi chiesi come faceva Lucio ad affrontare situazioni come quella. Lui l’avrebbe già riportata a casa da un pezzo, mi disse la vocina. Ma tu non lo farai, non stasera.

“Tu mi piaci, è per questo che mi sono messo appresso a te. Continuiamo a vederci, magari le cose potrebbero cambiare. Non lo so, non sto dicendo che cambieranno, ma magari potrebbero. Che abbiamo da perdere?”

“Io sono appena uscita da una storia molto seria”, disse lei. “Non mi sento di mettermi a cazzeggiare così. Pensavo che tra noi ci fosse qualcosa, per questo ho fatto l’amore con te”.

Potrei farti da supporto, pensai. E dovetti pizzicarmi forte l’interno della coscia dove tenevo la mano per non mettermi a ridere.

Mi alzai e mi sedetti per terra a fianco a lei. Alla lunga, ogni discorso serio con una donna diventa una partita a scacchi.

“Non facciamo finire tutto stasera, non voglio che finisca così”, le dissi. Scacco.

“Nemmeno io”, disse lei con un filo di voce. Il bianco è in difficoltà.

Le passai la mano dietro la testa e mi avvicinai chiudendo gli occhi e cercando la sua bocca con la mia: il nero muove, scacco matto. Per questa volta, perché c’è un altro fatto con le donne: nessuna partita è mai l’ultima finché non vincono loro.

Aprii gli occhi mentre ci stavamo ancora baciando. Vidi la luna sospesa sull’acqua, appesa al nulla per non affogare nel mare.

Sembri tu, mi disse la vocina.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(17)

17

Subito dopo aver lasciato Tiziana di fronte al bar dove aveva parcheggiato la macchina, chiamai Lucio. Erano passate da poco le due di notte, ma Lucio lo puoi chiamare quando ti pare.

“Pronto?”, aveva la voce completamente impastata dal sonno, gli uscì qualcosa come Ponto?

“Oh, ti ho svegliato?”

“No no, non ti preoccupare”, non ti peoccupare.

“Sono le due, come mai già dormi?”, di solito nei giorni prefestivi non andava a dormire prima delle quattro o anche più tardi.

“Eh… non avevo un cazzo da fare. Ma tu non dovevi uscire con Tiziana?”

“Sì”.

“E siete usciti?”

“Sì”, stavo aspettando la domanda.

“E avete scopato?”, eccola.

“Sì. Dai alzati che cazzo fai a letto. Tra dieci minuti sto sotto casa tua, scendi che ci fumiamo una sigaretta.”

“Eh… adesso sveglio tutti, dai ci vediamo domani”. Aveva trentacinque anni suonati ma ancora viveva con i suoi.

“No no, che domani, non ho sonno, scendi che sennò mi attacco al citofono.”

“Sì ma che cazzo… sono le due!”

“Parla piano che svegli tutti, ci vediamo tra dieci minuti”, dissi. Poi attaccai il telefono prima che potesse rispondere, tanto lo sapevo che l’avrei trovato sotto casa.

Quando arrivai sotto casa sua invece non c’era. Pensai di fumarmi una sigaretta e aspettare dieci minuti, poi me ne sarei andato: probabilmente si era rimesso a dormire. Ma dopo cinque minuti che aspettavo uscì dal portone.

Salì in macchina e mi guardò come se non mi avesse mai visto in vita sua:

“Sono le due”, disse. “Ma che cazzo vuoi?”

“Ho capito che sono le due, è la decima volta che me lo dici. Sono le due e non ho sonno”.

“Dammi una sigaretta. Allora? Com’è Tiziana? E’ indiavolata?”, stava cominciando a svegliarsi.

“Che vuoi sapere?”

“Che ne so, dove l’hai portata? Mi hai svegliato, almeno raccontami qualcosa di interessante. Te l’ho fatta conoscere io, almeno dimmi com’è”.

“E’ come la vedi, niente scopate da mille e una notte per ora. Però abbiamo passato una bella serata, ci sto bene insieme”.

Lui fece un verso con la bocca, probabilmente si aspettava che gli dicessi chissà cosa, ma non avevo molta voglia di scendere nei dettagli. Quei pochi che c’erano dico. Invece gli chiesi:

“Tu sei credente?”

Credente?”, me lo disse come se gli avessi chiesto se era frocio.

“Sì, credente, credi in Dio o no?”

“Non capisco che c’entra, comunque in genere no”.

“Che vuol dire in genere? Ci credi o no?”

“Max sono le due, io non lo so che vuoi da me stasera. Non lo so se sono credente, sono come tanta gente. I miei sono credenti, pregano e vanno in chiesa.”

“Sì ma che c’entrano i tuoi? Io dico tu, ci credi o no?”.

“Penso di no”, disse. Quello era il massimo che potevo spremergli sull’argomento. “E tu?”, mi chiese subito dopo.

“Io no”, gli dissi. Ci stavo pensando dalla spiaggia a questo discorso di Dio. Da quando avevo detto a Tiziana che quello che stava succedendo tra noi due in un certo senso c’entrava con la vita. Quello che non le avevo spiegato era che mi riferivo al senso della vita, a qualcosa che avevo perso. Con il mio lavoro stavo cercando di riguadagnare il mio stesso senso, di ridarmi uno scopo, un significato. Era la ricerca della mia identità, intrappolata in un passato che continuavo a rivivere senza poterlo cambiare. Non essere credente mi rendeva le cose ancora più difficili, perché la fede ti offre certezze lì dove per me c’erano solo buchi. La fede ti offre significato, è una cosa molto preziosa.

“Però c’è un fatto”, disse Lucio. “Se penso all’universo, ai miliardi di stelle, alle galassie, al fatto che tutto questo funziona alla perfezione, una cosa così grande, come può essere successo tutto per caso?”

“Non lo so, non ne so niente. Io più che chiedermi come sia possibile che funzioni tutto alla perfezione, mi domando a che cosa serve tutto questo”.

“Tutto l’universo?”. Non mi seguiva molto, il discorso non era dei più interessanti per lui. A sentirlo parlare sembrava un pesce che cercasse di respirare fuori dall’acqua.

“Sì, tutto l’universo, le stelle, i pianeti, le galassie, tutto. A che serve se l’unico posto abitato è questo puntino nello spazio dove siamo noi? Tutto il resto a che serve? Capisco creare la Terra, perché se hai in testa di fare da padre a sei miliardi di persone, da qualche parte dovrai metterle. Ma tutto quello che sta lassù, a parte la Terra, a che serve? Sono posti così lontani che non solo non li raggiungeremo mai, ma moltissimi non riusciremo mai a vederli, nemmeno con i telescopi, le sonde, niente. Perché prendersi il disturbo di creare un universo così immenso per popolarne solo un puntino?”

“Vuoi dire che ci sono gli extraterrestri?”, mi chiese lui.

“Ma non lo so, non è questo il punto. Il punto è a che serve tutto quello che c’è lì fuori?”

“Non lo so”, disse guardando l’orologio nella macchina. “Cazzo sono le due e mezza e mi stai facendo parlare di Dio”.

“Forse l’ha fatto per mettere più spazio possibile tra lui e noi. Forse lui si trova esattamente dal lato opposto rispetto a noi”.

“E perché avrebbe fatto una cosa del genere?”

“Non lo so, se io fossi stato in lui l’avrei fatto”.

Lucio guardò fuori dal finestrino, buttò la cicca della sigaretta, poi si girò verso di me: “Che discorso del cazzo”, disse alla fine. “Quasi quasi torno a dormire”.

Era venuto sonno anche a me, così ci salutammo e tornai a casa. Mentre mi spogliavo accesi il PC per guardare la posta. Scaricai la posta, vidi che c’era una Sua mail e incredibilmente me ne andai a dormire senza leggerla.

Forse era stronza, pensai. Forse era proprio stronza.

Capostronza Universale, disse la vocina.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(18)

18

Il nuovo pezzo del mio puzzle si chiamava Stronza.

Stronza mi tenne impegnato per un periodo molto lungo. Nei primi sei mesi di quel periodo continuai a uscire con Tiziana. Nel frattempo leggevo le Sue mail e rispondevo ad ogni Suo Risveglio. Lei mi raccontava qualcosa della sua vita, io le dicevo qualcosa della mia e andammo avanti in quel modo a parlare di niente per tutto quel tempo.

Alla fine del sesto mese dissi a Tiziana che forse sarebbe stato meglio per tutti e due se avessimo smesso di vederci. Per lei sicuramente. Il nostro rapporto non faceva progressi, immagino soprattutto perché io passavo gran parte del tempo a cercare il modo di capire in maniera definitiva se Lei mi avesse amato o no. Questa risposta era decisiva.

Se Lei non mi avesse amato nel modo in cui l’amavo io, allora non c’era verso che il nostro rapporto funzionasse. L’amore è una strada a doppio senso. In amore i sensi unici portano sempre in un vicolo cieco. La fine del vicolo può essere più o meno distante, ma presto o tardi il senso unico finisce.

In questo caso, sarebbe stato vero come vi ho già detto che a causa della mia fame di libertà qualunque cosa avesse fatto Lei la nostra storia sarebbe finita, ma sarebbe stato vero anche il contrario. Se Lei non mi avesse amato, qualunque cosa avessi fatto io nel bene e nel male, avremmo finito per lasciarci.

Le risposte ai miei dubbi si trovavano vicino a Lei, dentro di Lei. Per avere quelle risposte avrei dovuto fare qualcosa di molto pericoloso per me: riavvicinarmi. Dovevo riaprire delle porte per guardare cosa c’era dietro, stavolta con occhio freddo. Dovevo conservare la lucidità che mi avrebbe permesso di vedere le cose per come erano, non per come avrei voluto che fossero. Dovevo riavvicinarmi a Lei con la mente lucida e l’intenzione ferma di un cacciatore di risposte.

Stronza era il pezzo di mosaico che raggruppava tutte le domande degli ultimi mesi: Quanto mi aveva amato? Spostava i ricordi intensi in una specie di cimitero per metterli a tacere? O molto semplicemente non aveva avuto ricordi intensi da spostare? Era davvero stata stronza al punto da essere coinvolta e difendersi spazzando via tutto quello che si frapponesse tra Lei e la libertà?

Era davvero stata stronza quanto me?

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(19)

19

Dopo più di un anno che ci stavamo scrivendo con regolarità, tornai a sognare che fosse morta. L’avevo già fatto una volta quel sogno, ed era stata una pessima esperienza. Sognavo di essere a casa di mia nonna. All’improvviso mia madre entrava nella mia stanza da letto, si sedeva su una sedia e cominciava a guardarmi con un’aria strana. Aveva lo sguardo di un chirurgo che esca da una sala operatoria con pessime notizie. Io non avevo idea di cosa dovesse dirmi, e lei se ne stava in silenzio a guardarmi. Poi alla fine mi diceva: E’ morta. Diceva solo questo e basta.

Ma era sufficiente: quelle due parole messe in fila in quel modo mi paralizzavano. Nel sogno restavo letteralmente pietrificato, sapevo benissimo a chi si riferiva, anche se non so come facessi a saperlo perché fino a un momento prima non avevo nessun sospetto su quello che stava per dirmi. Fatto sta che lo sapevo.

Superato il momento di paralisi iniziale, i pensieri cominciavano a rifluirmi nel cervello come se qualcuno avesse appena sollevato la chiusa di una diga. Fuori restavo ancora immobile, non dicevo e non facevo niente. Ma dentro, dentro mi si scatenava il finimondo. La prima immagine che mi partiva nella testa era legata a un’abitudine che avevamo. Quando ci trovavamo stesi di fianco sul letto, a volte alzavamo le braccia dritte per aria: io alzavo il braccio destro, Lei quello sinistro. Poi avvicinavamo le mani e facevamo in modo che tutti e cinque i polpastrelli combaciassero uno sulla mano dell’altra. A quel punto facevamo pressione, spingendo io nella sua direzione e Lei nella mia. In questa maniera puoi sentire il cuore dell’altro battere sulla punta delle tue dita.

Non potrò mai più sentire il suo cuore sulle mie dita, pensavo nel sogno. A questo punto mi svegliavo di soprassalto e scattavo a sedere sul letto. Sorgevo dalle lenzuola dalla cintola in su, come Farinata degli Uberti. Restavo seduto dritto in quella posizione come se mi avessero imbalsamato con un bastone infilato voi sapete dove.

L’idea di aver replicato questo sogno dopo tutto quel tempo non mi piaceva per niente. Forse non mi sono ancora raffreddato abbastanza verso di Lei, pensai. Forse sono ancora in pericolo.

Ti ci puoi giocare il culo che sei ancora in pericolo, mi disse la vocina.

Ci andrò piano, ci andrò molto piano. Mi riavvicinerò solo quel poco che serve per sistemare l’ultimo pezzo.

Il lavoro sta per finire, quasi tutte le cose sono chiare ormai. Lei era stronza, ma questo non cambia molto, perché lo eri anche tu. Era stronza, ma questo non sminuisce di niente tutti i bei ricordi che ti ha lasciato. Alla lunga conta solo quello, conta solo il ricordo che lasci. Non resta nient’altro di te se non il tuo ricordo.

Chissà che ricordo le ho lasciato io, pensai allora.

Secondo te?

Pensai al nostro ultimo litigio, un mese prima della vacanza in Spagna che non avremmo mai fatto. Litigammo perché Lei appena arrivata in Spagna aveva idea di noleggiare una macchina, mentre io non ne avevo la minima intenzione. Il problema fu risolto da lì a una settimana, quando ci lasciammo senza avere più possibilità di noleggiare macchine in nessun paese al mondo.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(20)

20

C’è un’ora particolare che precede di poco il crepuscolo. Quando il sole lancia le ultime schermaglie di luce del giorno bucando solo con qualche raggio la fragile inconsistenza di nuvole capricciose, sembra che la natura si diverta a giocare e il cielo inventi nuovi colori solo per il piacere di chi voglia fermarsi a guardarli. E’ in quel momento che l’azzurro è un po’ meno azzurro, il rosso è un po’ più rosso, sfumature gialle e arancioni dipingono l’orizzonte di quei colori che molti pennelli hanno provato a fermare. Mai che ne abbia visto uno che ci sia riuscito.

Quando stavamo insieme, Stefania per me era quei colori. Lei era il mio pensiero di notte, quando non dormivo per non smettere di pensarla. Era il mio senso di giorno, quando le ore ci separavano dilatandosi come gomma da masticare, e il tempo si frapponeva tra noi come un ospite senza invito. Con Lei i prati erano più verdi, il cielo più azzurro, il mare era diverso, il cibo era più buono. Insieme a Lei la vita era, dopo di Lei la vita non era più.

Stefania era l’amore, mi dovete credere. Se mai ho amato qualcuna in vita mia, ho amato proprio Lei. Tuttavia, Stefania era stronza. Accettare questa semplice verità, magari anche banale agli occhi di chi avesse guardato da fuori, fu la cosa più difficile che fui costretto a fare. Incastrare il pezzo risolutivo del puzzle riavvicinandomi a Lei e guardando i suoi comportamenti con l’occhio gelido dell’osservatore mi guarì dall’amore. Medicina amara ma indispensabile. Se mai pure sia possibile guarire un innamorato.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(21)

21

I ricordi sono la più breve scorciatoia del tempo. Il recinto che ci separa dal passato non è un muro, è una rete metallica. E ognuno di quei buchi nella maglia è un ricordo. Per passarci attraverso non devi fare altro che pensare al ricordo che ti interessa e partire sparato sulla tua scorciatoia. Non possiamo andare nel futuro, questo no, ma possiamo andare nel passato tutte le volte che vogliamo. L’unica fregatura è che puoi guardare senza toccare. Per qualche breve, intenso momento, puoi rivivere tutto quello che vuoi, ma non puoi cambiare niente.

Tornai con la memoria alla nostra ultima telefonata. Pensavo a quella telefonata e mi sembrava che fosse successa ieri. Pensavo ai nostri abbracci, a Lei che mi diceva: La senti questa forza?, e mi sembrava che stesse succedendo adesso. Pensavo che ci eravamo lasciati da più di tre anni, e mi sembrava impossibile che fosse mai successo.

Dio che peccato, pensavo.

Che peccato vedere tutti quegli errori così chiaramente e non poterci fare più niente. Che peccato non poter tornare a quei giorni e dirle: No, aspetta! Aspetta cazzo, aspetta! Se fai così io cercherò di difendermi! La mia parte peggiore prenderà il sopravvento,  tu diventerai la mia peggior nemica e presto tutto questo finirà per causa nostra. Aspetta!

Che peccato non poter tornare indietro e dirmi: Attento! Cazzo devi stare più attento! Se l’attaccherai per difenderti Lei si chiuderà ancora di più e presto, molto presto tutto questo finirà per causa nostra. Se continuerai ad inseguire la libertà, finirai prigioniero di te stesso! Perderai Lei, e perderai te, e perderai tutto fino a quando non avrai più niente da perdere! Attento! Non è la solita storia, non è la solita vita, niente è come al solito qui, niente!

Tra i miei ricordi non avevo più consistenza di un fantasma. Potevo osservare, in parte potevo anche rivivere quei momenti, ma non potevo interferire. Così la nostra ultima telefonata mi partì nella testa esattamente come era stata allora: puoi guardare ma non toccare.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(22)

22

L’ultima volta che ci parlammo fu una settimana dopo il litigio sul noleggio della macchina. Avevo dormito pochissimo in quella settimana, e la mattina che la chiamai ero in uno stato di semi incoscienza. La realtà mi scorreva intorno avvolta in un batuffolo d’ovatta e tutto, ma proprio tutto, mi sembrava un po’ vero e un po’ no. Alle 10.30 di quella mattina ovattata, mi alzai dalla mia scrivania prendendo il telefonino e uscii dall’ufficio per chiamarla.

“Pronto?”, rispose al telefono con una voce completamente neutrale, inespressiva. Inglese, aveva la voce di una donna inglese che chiedesse al marito: George? Prendiamo il tè delle cinque?

“Ciao, sono io. Noi dobbiamo parlare”, mi sforzavo di avere una voce normale, ma con scarsi risultati. Ero stanco, ma peggio di tutto ero consapevole che fosse finita.

“Parlare non serve a niente”, disse Lei. Era fredda come la morte: “Devo andare”.

Avrei voluto riattaccare. Avrei preferito farmi tagliare un orecchio piuttosto che parlare con una voce come quella che sentivo dall’altra parte del telefono.

“Sì ma aspetta un attimo, non attaccare, ti ho detto che ti devo parlare!”, stavo cominciando a surriscaldarmi.

“Adesso non posso. Richiamami stasera”. Mi parlava come se fosse impegnata a decidere le sorti del mondo e io fossi il commesso del panettiere che gli stesse chiedendo se il pane lo preferiva ben cotto.

“Che vuol dire che adesso non puoi? Che cazzo vuol dire? Io sono il tuo fidanzato, tu adesso puoi!”, urlai nel telefono.

“Ti ho detto che non posso”, rispose Lei con quella voce inglese. Sì, il pane ben cotto, grazie.

Restai un momento in silenzio cercando di riordinare le idee. Era il silenzio di un terrorista che si prepara a far saltare la sua bomba.

Ascolta”, dissi alla fine. Sospirai e ripresi fiato: parlavo strizzandomi gli occhi con le dita, la testa mi stava scoppiando: “Se tu attacchi questo c.a.z.z.o. di telefono, tra noi finisce qui. Hai capito quello che ho detto?”. Questa doveva essere la bomba nelle mie intenzioni, questo avrebbe dovuto scuoterla seriamente, come no. Mi erano rimaste solo miccette bagnate da sparare.

“Ho capito”, disse Lei. “Ma adesso non posso, richiamami stasera”. Trattenerla a quel telefono era impossibile. Avevo più possibilità di sollevare un aereo soffiandogli sotto le ali.

“Aspetta un momento”, dissi con un tono improvvisamente calmo. “Voglio dirti qualcosa, ma non so cosa”. Avrei voluto dirle tutto quello che non sono mai stato capace di dire a nessuno. Avrei voluto dirle quanto l’amavo, quanto ci tenevo a Lei. Più di tutto forse, avrei solo voluto abbracciarla.

“Dimmi”, disse Lei. Era calma da farvi impazzire. Era calma da farvi buttare sotto la prima macchina che passava per strada.

“Niente”, dissi alla fine. “Ci sentiamo stasera”.

Ma quella sera non arrivò nessuna stasera. Nel pomeriggio andai a Napoli e l’aspettai sotto casa fino alle dieci senza che succedesse niente. Lei non arrivò e io me ne andai, il resto della storia fin qui lo conoscete.

Il ricordo di questa telefonata non mi scosse più di tanto. Quello che mi avrebbe scosso invece e che non potevo ancora sapere, era che da lì a sei mesi avremmo di nuovo parlato al telefono. Tre anni e mezzo dopo quello che era stato il giorno più lungo, sarebbe arrivata stasera.

Passammo la nostra vigilia semestrale a scriverci di niente, come al solito. Da parte mia in quei sei mesi continuai a fare quello che avevo fatto nei sei mesi precedenti: mi giravo e rigiravo Stronza tra le mani senza sapere bene in che parte del mosaico collocarlo. Fu il pezzo più duro da incastrare, ve l’ho detto.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(23)

23

Da bambino abitavo in un complesso di edifici costituito da quattro enormi palazzi: i palazzi Ricci, dal nome del vecchio proprietario. Lasciai quei palazzi all’età di sedici anni, quando la mia famiglia si trasferì in un appartamento a cinque chilometri da lì. Ma la verità è che non li lasciai mai. Le cose più vere che abbia fatto in vita mia e più in generale la parte migliore che c’è dentro ognuno di noi, tutto quello per quanto mi riguarda è rimasto nei cortili di quei palazzi e nei prati lì intorno.

Nel corso degli anni, quando mi sentivo giù di corda sono sempre e solo andato in due posti. Uno di questi posti è il mare, che ha sempre esercitato su di me un sentimento misto di attrazione, rispetto, ammirazione e amore vero e proprio. L’altro posto erano i palazzi Ricci e i grandi prati che c’erano lì intorno, compreso quello delle Case Bianche. Questi sono gli unici due posti in cui mi sia sempre sentito a casa, probabilmente sono l’unica vera costante della mia vita. Se è vero che per due punti passa una e una sola retta, volendo immaginare la mia vita come questa retta di cui si parla, i due punti in cui sarebbe passata sarebbero certamente stati il mare e i palazzi Ricci.

Una settimana prima di riparlare con Lei, andai a farmi un giro a piedi nei prati intorno ai palazzi. Non avevo la minima idea che da lì a sette giorni l’avrei risentita. A dirla tutta non pensai a Lei in nessun modo, perché come spesso succedeva durante questi giri, i miei ricordi si concessero una specie di rimpatriata in nome dei vecchi tempi. Mentre guardavo i palazzi da lontano, pensando che tutto sommato la mano del tempo era stata molto più clemente con loro che con me, mi ricordai della volta in cui i miei amici ed io decidemmo di vedere una discoteca dall’interno per la prima volta.

Nel complesso che accoglieva i palazzi, c’erano anche i locali di questa discoteca, una delle poche della zona: Il Marzapane. Perché mai qualcuno abbia pensato di dare un nome così stupido a una discoteca, io questo non lo so.

I palazzi erano disposti tutti in fila e due di questi, quelli centrali, erano collegati da una specie di terrazzone posizionato al primo piano che li univa come due gemelli siamesi. Al di sopra di quel terrazzone filavano alti fino all’ottavo piano ognuno per i fatti suoi e ognuno conservava un suo ingresso separato. Di fianco ai due palazzi centrali correva un marciapiede lungo e largo, dove spesso giocavamo a pallone. Uno dei due lati del marciapiede finiva proprio davanti alla porta d’ingresso della discoteca.

Al di sotto dei due palazzi siamesi c’era il garage condominiale, una specie di enorme sotterraneo con un cancellone di ferro in cui il metodo di attribuzione dei parcheggi era estremamente selettivo: parcheggiava chi arrivava per primo. Oltre alle macchine, dentro il garage c’era una cosa che da sempre aveva attirato l’attenzione mia e dei miei amici: l’uscita di sicurezza della discoteca. Era una di quelle cose latenti che girano nell’aria e non riesci ad afferrarle subito, ma tu sai che sono lì per te. In un certo senso sono loro che ti chiamano, non sei tu a girarci intorno. Ci passavamo a fianco da mesi, gli buttavamo uno sguardo distratto e nessuno diceva niente, e nessuno sapeva niente. Era lì, nell’aria, non sapevamo come né quando e nemmeno perché, ma eravamo certi che un giorno ci sarebbe servita.

Secondo i nostri genitori la discoteca era frequentata da drogati e puttane, e questo era esattamente il motivo per cui i miei amici ed io volevamo andarci. Il problema era che i proprietari non ci lasciavano entrare, perché avevamo meno di quattordici anni. Così decidemmo che saremmo entrati quando non c’erano loro. Volevamo assolutamente vedere come era fatta dentro, perché non eravamo mai stati in una discoteca.

Quando decidemmo di studiare un piano d’ingresso era la metà di luglio, nel pieno delle vacanze estive e ogni giorno era un giorno perfetto. Una mattina a settimana ci alzavamo alle cinque, per andare a rubare i cornetti caldi al bar dell’angolo prima che aprisse. Andiamo a pesca, era la scusa ufficiale per i genitori, e non era una bugia completa perché noi a pesca ci andavamo, dopo.

Il tipo della pasticceria arrivava tutte le mattine alle 5.20, puntuale come la morte. Il bar non apriva mai prima delle 5.30, e tutti quei meravigliosi cornetti appena sfornati restavano dieci minuti interi senza custodia. Era stato lo stesso padrone del bar a farci venire l’idea:

“Quel coglione della pasticceria mi scarica i cornetti alle cinque e venti tutte le mattine, non c’è modo di fargli capire che apro più tardi. Secondo me lo fa apposta, così non posso contarli quando li porta. E infatti manca sempre qualcosa. Questo è un paese di gente furba, ricordatevelo quando crescete”, ci disse un giorno. Se avesse ragione o meno sul paese io questo non lo so, ma di certo due o tre furbetti lì davanti ce li aveva. Esattamente due giorni dopo quell’imbeccata cominciarono le nostre battute settimanali di pesca, e andarono avanti per tutta l’estate. Con replica stagionale nelle estati successive. Per quanto riesca a ricordarmi andammo avanti in quel modo per cinque o sei anni, fino a quando non diventammo tutti un po’ più grandi lasciandoci alle spalle molte buone abitudini come quella.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(24)

24

Durante lo studio del piano d’ingresso escludemmo subito la porta principale: entrare da lì con la discoteca chiusa era fuori discussione. Prima di tutto perché non avremmo saputo come forzarla, e poi perché era troppo in vista. Decidemmo allora che se proprio c’era da forzare una porta, sarebbe stato molto più comodo forzare quella dell’uscita di sicurezza sotto i garage. Se non altro perché lì sotto avremmo potuto lavorare tranquilli.

Passammo un mese a studiare la serratura dell’uscita di sicurezza. Il nostro metodo scientifico di studio della serratura, consisteva nel passare intere ore a guardarla in gruppi di tre o quattro persone. Ogni tanto qualcuno diceva: Come cazzo l’apriamo!, senza che ci fosse nessuna risposta da parte degli altri, e si andava avanti così per interi pomeriggi.

Eravamo arrivati alla seconda metà di agosto passando ore e ore davanti a quella porta, escogitando i sistemi più improbabili per aprirla, inclusa un’idea di Paolo che aveva proposto di utilizzare un crick per forzarla sfruttando la forte capacità di leva dell’attrezzo fino a quando la porta non avesse ceduto. Io ancora oggi non saprei spiegare come sia possibile aprire una porta con questo sistema, e molto probabilmente nemmeno lui. Lo incastriamo!, diceva. Incastriamo il crick del cazzo e la forziamo!

Diceva solo questo e basta. Se gli chiedevi dove avremmo dovuto incastrare il crick, lui si chiudeva in un mutismo totale e ti portava il muso per un giorno. Per questo nessuno gli chiedeva più niente quando ogni tanto riproponeva il suo sistema. Ci limitavamo a fare su e giù con la testa, come a dire Si potrebbe fare. Da allora Paolo ha conservato il segreto sull’uso dei crick per aprire le porte.

E se è per questo non è l’unico segreto che conserva. Conserva anche il segreto su come salvarsi nel caso si spezzasse la fune di sostegno di un’ascensore mentre ci siete dentro. Lui sosteneva che se qualcuno si fosse trovato dentro un’ascensore, poniamo all’ottavo piano, e improvvisamente la fune si fosse spezzata, l’ascensore avrebbe improvvisamente cominciato a precipitare all’interno della tromba. Fin qui tutto bene. Ora, diceva lui, arrivato a UN METRO da terra mentre sta precipitando, basta che SALTI dentro la cabina. Così nell’attimo in cui la cabina si sta schiantando, tu sei PER ARIA perché sei appena saltato! E poi caschi solo DA UN METRO!

A questa teoria teneva molto più di quella del crick. Se volevate diventare il suo peggior nemico per sempre, non dovevate fare altro che confutarla o anche solo fare una domanda che mettesse in dubbio quello che diceva.

Come spesso succede, la svolta che ci avrebbe portato dentro la discoteca avvenne per puro caso. Stavamo litigando sul marciapiede davanti alla porta d’ingresso principale della discoteca, perché non riuscivamo a mettere insieme due squadre equilibrate per la partita di calcio che avremmo dovuto giocare. Quando organizzi le partite di pallone le schiappe nella squadra non le vuole mai nessuno, e noi affrontavamo discussioni molto serie cercando di fregarci l’un l’altro per appioppare più schiappe possibili alla squadra avversaria.

Mentre io e Paolo stavamo quasi per menarci, Gerardo sbucò all’improvviso arrivando di corsa dalla salita che veniva dai garage: “L’hanno lasciata APERTA!”, disse a tutti e a nessuno.

“Mi hai rotto il cazzo!”, dissi a Paolo che cercava di fare troppo il furbo quel pomeriggio. “ADESSO mi hai proprio rotto il cazzo! Ti ho dato Maurizio e mi sono preso Alessandro, ma Peppe in squadra non lo voglio!”. Queste discussioni avvenivano in maniera assolutamente trasparente, e per le schiappe in questione erano dei veri e propri momenti d’inferno, perché si vedevano rimbalzate da una parte all’altra senza nessuna possibilità di fare niente.

“Vabbé dai, io non gioco”, disse Peppe.

“L’HANNO LASCIATA APERTA!”, urlò Gerardo ancora più forte.

Mi girai verso Peppe: “Non ti ci mettere pure tu adesso, lo sai che non è questo il problema, c’è posto per tutti. Ma se giochi con noi la squadra sarà troppo sbilanciata, lo vedi no?”.

“Allora io mi prendo Peppe ma mi dai pure…”, Paolo iniziò questa frase, venne interrotto e non ebbe più nessuna possibilità di finirla.

“PORCO DIOOO ! HANNO LASCIATO LA PORTA DELLA DISCOTECA APERTA!”, urlò a quel punto Gerardo in maniera spropositata.

A quelle parole ci voltammo tutti contemporaneamente verso di lui. La maggior parte di noi non l’aveva ancora nemmeno visto prima di quel momento.

“Che porta?”, disse Paolo guardando la porta principale della discoteca dietro di noi che era perfettamente chiusa.

“La porta, la porta! L’uscita di sicurezza sotto i garage è aperta! E’ mezz’ora che ve lo dico!”, disse Gerardo sbracciando in maniera esagerata.

“E’ aperta?”, dissi io. “Ma come è possibile?”

“E io che cazzo ne so! So solo che è aperta, l’ho vista adesso! Dai, andiamo!”, non finì di dire quelle parole che stava già riprendendo la via dei garage. Noi ci guardammo un momento senza dire niente, e a quel punto si formarono due squadre in maniera assolutamente spontanea.

La squadra dei No no no no, io non farò mai una cosa del genere, mio padre mi ammazza, rimase ferma dov’era. Gli altri rincorsero Gerardo sperando che non ne avesse sparata una delle sue. Dopo meno di un minuto io, Gerardo, Maurizio, Paolo, Alessandro e Peppe ci trovammo davanti all’uscita di sicurezza della discoteca sotto i garage: Gerardo si avvicinò alla porta e gli diede una spinta. La porta emise un cigolìo leggero come a dire Questa non è una buona idea, e si aprì senza nessuna resistenza.

“Visto?”, disse Gerardo girandosi verso di noi.

Visto.

Entrammo senza dire niente.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(25)

25

Appena dentro il primo a parlare fu Paolo:

“Aspettate un momento”, disse. “E se c’è qualcuno dentro? E se sono venuti a sistemare qualcosa e li troviamo proprio dentro che facciamo? Forse sono entrati da qui sotto, per questo la porta era aperta”.

Restammo tutti un momento a pensare, poi Gerardo disse: “Io non sento parlare nessuno, e poi perché dovevano passare dall’uscita di sicurezza se hanno le chiavi della porta principale?”

“Giusto”, dissi io. “E se ci troviamo i ladri allora?”

“I ladri siamo noi”, disse Gerardo e riprese a camminare.

Ci stavamo muovendo dentro un corridoio molto stretto che finiva direttamente sulla pista da ballo. L’idea di collegare una pista da ballo a un’uscita di sicurezza attraverso un corridoio stretto come quello era certamente figlia della stessa mente geniale che aveva progettato un’uscita di sicurezza in modo da farla sbucare nel bel mezzo di un garage. L’unica lieve attenuante che mi sento di dare al genio in questione è il fatto che quella discoteca si trovasse almeno uno o due livelli sotto terra. La porta d’ingresso che si trovava sopra le nostre teste (quella usata da tutti i non-ladri), si apriva su una doppia rampa di scale: in pratica appena entrato al livello del suolo, dovevi scendere due rampe di scale per arrivare nella pista da ballo. Chi aveva progettato quell’uscita di sicurezza non aveva avuto molta scelta. Fatto sta che per quello che serviva a noi andava benissimo.

Appena arrivati sulla pista, Paolo disse: “Cazzo!”. Tutti noi restammo muti a guardare con grande ammirazione quello che avevamo intorno. Nel nostro immaginario la discoteca era una specie di tempio della depravazione e del sesso, e adesso eravamo arrivati proprio lì, eravamo dentro e per la prima volta in vita nostra stavamo guardando dal vivo cosa c’era nel tempio. Il pavimento della pista era disegnato come una scacchiera, con alternanza simmetrica di piastrelle bianche e nere. Dal soffitto scendeva un’impalcatura con diversi bracci semoventi che reggeva l’intero impianto delle luci. Ai quattro lati dell’impianto erano sistemate le luci stroboscopiche, puntate tutte in basso verso il centro. Agli angoli dell’impalcatura che reggeva le luci c’erano le casse più grandi che avessi mai visto in vita mai. E quelle erano niente confrontate ai quattro mostri disposti ai lati della pista che ti guardavano con aria di sfida: Avvicinati se hai coraggio.

“Porca puttana!”, disse Alessandro che si trovava di fianco a uno dei quattro mostri. “Questa cassa è più alta di me!”

“Non è che ci vuole tanto”, gli rispose Gerardo, e scoppiammo a ridere tutti quanti. Ridevamo come dei pazzi isterici, urlavamo quasi, in un misto di gioia, adrenalina, paura di essere scoperti, e voglia di starci. Voglia di stare al centro di quella pista, proprio lì e proprio in quel momento e con quelle persone. Voglia e gioia di essere vivo, ed essere te, essere proprio quello che stava al centro della pista da ballo di una discoteca chiusa.

“Qualcuno vuole da bere?”, chiese Paolo. Ci girammo tutti a guardarlo: era passato dietro il bancone e teneva una bottiglietta di succo di frutta in una mano e un cavatappi nell’altra. “Offro io”, ci disse mentre saltavamo tutti dalla sua parte del bancone.

Restammo dietro quel bancone a bere succo di frutta guardandoci intorno per assorbire fino all’ultimo dettaglio di una discoteca vista dall’interno. Io guardavo i divanetti e nella mia testa sperimentavo i loro mille usi con una ragazza a fianco.

Dopo un bel po’ che stavamo lì dietro, qualcuno disse che eravamo entrati da quasi un’ora ormai e forse era il caso di andarcene. Non saremmo voluti uscire mai, ma più il tempo passava maggiore era il pericolo di essere scoperti.

“Che facciamo con la porta?”, chiese Alessandro.

“Cioè?”, disse Paolo.

“La lasciamo aperta o la chiudiamo?”

“Chiudiamola”, dissi io. Ma ci stavamo ponendo un problema che non avremmo avuto.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(26)

26

Entrando avevamo lasciato la porta dell’uscita di sicurezza accostata. Il primo della fila adesso che stavamo uscendo era Peppe. Appena arrivato davanti alla porta la tirò verso di sé per aprirla e mentre la porta si apriva si voltò indietro per dire qualcosa che nessuno di noi capì. Appena dietro di lui c’eravamo io e Paolo. Mentre Peppe si voltava verso di noi la porta finì di aprirsi e quello che vedemmo dall’altra parte ci lasciò letteralmente paralizzati. Vedevo la bocca di Peppe muoversi ma al mio orecchio non arrivava nessun suono. Avevo tutto il cervello occupato da un unico, stringente, categorico imperativo: SCAPPA !

“Te l’avevo detto che l’avevi lasciata aperta!”, disse uno dei due proprietari della discoteca all’altro proprio mentre Peppe tirò la porta per aprirla. Alzarono lo sguardo su di noi e per un lunghissimo, terribile momento restammo tutti quanti a guardarci.

“E questi?”, domandò quello dei due che aveva lasciato la porta aperta.

“Che cazzo fate qua dentro!”, urlò l’altro verso di noi come se quella fosse una risposta. Gli unici pensieri che riuscivo ad articolare erano piani di fuga a strettissimo giro che mi permettessero di uscire da lì dentro superando il problema di avere due tipi alti il doppio di noi che ostruivano completamente l’unica via di uscita.

“Come cazzo siete entrati?”, domandò il genio che aveva dimenticato la porta aperta. Non posso escludere che fosse stato lui a progettare l’uscita di sicurezza.

Nessuno di noi aveva ancora detto niente.

Il signor Te l’avevo detto che l’avevi lasciata aperta si girò verso di lui, e quello fu un errore:

“Sei TU che hai lasciato…” cominciò a parlare e appena si fu girato verso il socio gli saltammo tutti quanti addosso. Io ero praticamente il terzo della fila e non capii assolutamente niente. Venni spinto, strattonato e trattenuto tutto nello stesso momento, e a un certo punto mi ritrovai steso per terra ma dalla parte giusta di una via di fuga: quella con la strada libera davanti. Scattai immediatamente in piedi prima che qualcuno mi afferrasse da qualche parte e cominciai a correre come non avevo mai corso in vita mia.

Dopo un bel pezzo che stavamo correndo, Paolo si fermò all’improvviso bloccandosi proprio davanti a me. Riuscii ad evitarlo di un niente buttandomi alla sua destra. Lo guardai e capii subito che stava per darmi qualche pessima notizia:

“Alessandro dove sta?”, mi chiese preoccupatissimo.

Io mi girai indietro e non c’era nessuno: “Che cazzo ne so io, stava dietro di me, adesso non c’è più”.

“Noi siamo gli ultimi due della fila, giusto?”, mi chiese. Mentre stavo per dirgli che non lo sapevo sbucò da dietro l’angolo Gerardo che correva come una furia.

Paolo lo afferrò al volo alla maglietta, credo che nella foga di correre non ci avesse nemmeno visto. La maglietta si allungò come un elastico, e Gerardo rimbalzò letteralmente all’indietro mentre le sue gambe ancora cercavano di correre:

“Oh!”, disse col fiato spezzato.

“Tu sei l’ultimo?”, gli chiese Paolo senza nemmeno fargli riprendere fiato.

“Sì!”, respirò a fondo due o tre volte: “Hanno preso Alessandro!”, disse alla fine.

“Siamo nella merda”, dissi io guardandoli tutti e due.

“Anche peggio”, disse Paolo. Intanto i due che erano davanti, non vedendoci arrivare stavano tornando verso di noi. Quando arrivarono dicemmo anche a loro che Alessandro era stato preso, dopodiché tutti e cinque ci convincemmo che presto saremmo stati arrestati.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(27)

27

“Io non sono stato!”, disse Alessandro. Era stato obbligato dai proprietari della discoteca a fare un giro di sopralluogo all’interno insieme a loro, per vedere se era stato rotto o rubato qualcosa. La prima cosa che trovarono furono tre bottigliette di succo di frutta messe in fila sul bancone. Le bottigliette erano vuote.

“Ma tu eri qua dentro però”, gli rispose uno dei due proprietari.

“Sì ma non posso essere stato!”

“E cosa te lo impediva se eri dentro?”

“Il succo di frutta non mi piace!”. Come ognuno di voi può vedere, questa argomentazione era assolutamente conclusiva.

“E chi è stato allora?”, il bastardo cercò di girare subito il discorso per farsi dire i nomi dei complici. I nostri nomi!

“Gli altri!”, disse Alessandro. Era un tipo duro.

“I tuoi amici?”

“Sì”.

“E come si chiamano?”

“Allora, con me c’erano: Paolo, Massimo, Gerardo, Maurizio e Peppe”. Gli sciorinò i nomi uno via l’altro, con la velocità di un mazziere di casinò che serva le carte per una mano di Black Jack.

“Qui dentro avete preso solo i succhi di frutta?”

“Sì”.

“Non siete certo entrati perché avevate sete”, continuò il tipo.

“No”.

“E allora perché siete entrati?”

“Per vedere come era fatta la discoteca dentro”, gli disse. “Volevamo solo vederla, quando gli altri hanno preso i succhi di frutta io gliel’ho anche detto di non farlo ma quelli non si sono voluti fermare”. Era uno che ti proteggeva fino alle estreme conseguenze.

“Lo sai che adesso chiamerò la polizia?”, gli disse il bastardo.

Esatto!”, gli fece eco il genio della porta aperta.

“Voglio andare a casa!”, gli disse a quel punto Alessandro in preda al panico. I due lo lasciarono andare, non prima di avergli ricordato che da un momento all’altro sarebbe arrivata la polizia per chiedergli spiegazioni.

Alessandro scappò immediatamente a chiudersi dentro casa e non uscì per due giorni. Io e i miei amici passammo quei due giorni nella assoluta convinzione che saremmo andati in galera. Ogni volta che sentivamo una sirena in lontananza cominciavamo a tremare. Passammo quarantotto ore aspettando di essere arrestati, ma non successe niente. Quando Alessandro si decise finalmente a rimettere la testa fuori di casa, ci raccontò come era andato l’interrogatorio dei due proprietari. Ci disse tutto per filo e per segno, e noi gli menammo, di brutto, per filo e per segno.

La sera mi rigiravo nel letto immaginandomi la scena del nostro arrivo in prigione. Me la immaginavo come le avevo viste centinaia di volte nei film in televisione. Un poliziotto ci avrebbe portato davanti al tipo che ti prende le impronte per schedarti e quello gli avrebbe chiesto:

“Che hanno fatto questi?”

“Sono quelli della discoteca”, gli avrebbe risposto il collega togliendoci finalmente le manette. “Prendigli le impronte e sbattili dentro.”

Ma il tempo passava e nessun poliziotto si presentò alla porta di casa mia. Ripensandoci oggi, quei due tipi avevano la faccia di quelli che non sarebbero stati disposti a chiamare la polizia nemmeno se gli prendevate i figli in ostaggio. Molto probabilmente c’era una buona parte di verità nei racconti dei nostri genitori che ci parlavano di giri loschi all’interno di quella discoteca. I due bastardi volevano solo spaventarci, e ci riuscirono alla grande.

Da quella volta in poi ogni porta chiusa restò semplicemente una porta chiusa. Non passammo mai più nemmeno cinque minuti davanti a una porta cercando il sistema migliore per aprirla. Il destino, in uno dei suoi rari slanci di clemenza, aveva deciso di regalarci una seconda possibilità. E il fatto è che le seconde possibilità a volte funzionano.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(28)

28

“Pensi che da qualche parte ci sia nascosta una seconda possibilità per noi?”. Dopo una settimana da quella passeggiata nei miei ricordi, alle dieci di sera le sparai questa bordata via sms. Certe cose non è che ci stanno tanti modi per dirle: o le dici o non le dici.

Lei ci mise un po’ a rispondere, non lo so se stesse salvando il mondo o se rimase a pensare al mio messaggio. Fatto sta che dopo una ventina di minuti arrivò la risposta:

“Non credo molto nelle seconde possibilità”, che peccato, no?

“Ma mi piacerebbe fare quattro chiacchiere con te, se ti va. In questo caso dovresti darmi il tuo numero di casa”.

Secondo voi mi andava?

Chiusi il telefono (ho uno di quei modelli a conchiglia) e mi sedetti sul divano. Porca puttana, pensai. E non riuscivo a pensare nient’altro, avevo questo Porca puttana che scorreva in continuazione nel cervello  a striscia continua: Porca puttana Porca puttana Porca puttana Porca puttana Porca puttana Porca puttana.

Mi sentivo un leggero formicolio in testa, poi cominciò a ronzarmi un orecchio. Riaprii il telefono e rilessi il messaggio. C’era proprio scritto che non credeva molto nelle seconde possibilità, poi subito dopo diceva proprio che voleva il mio numero di telefono per fare quattro chiacchiere.

Porca puttana

Guardai l’ora indicata sul display del telefono: Sono le dieci e venticinque, e hai di nuovo qualcosa da perdere, mi disse la vocina.

Scrissi e cancellai il messaggio di risposta una decina di volte. La versione finale partorita alle undici meno un quarto conteneva dieci numeri in tutto, compreso il prefisso, nient’altro. Non sapevo cosa dire, e se proprio fossi stato costretto a scrivere qualcosa con una pistola puntata alla tempia avrei scritto Porca puttana seguito dal mio numero di casa.

Alle undici in punto chiamò. Erano passati tre anni, qualche mese e una manciata di giorni, e alle undici in punto Lei chiamò. Quando il telefono cominciò a squillare io ero l’uomo più freddo sulla faccia della terra.

Uno, mentre mi avvicinavo all’apparecchio scattò il conteggio automatico degli squilli nella mia testa.

Ero freddo come una lastra di marmo incastonata in un cubo di ghiaccio, e quello era l’atteggiamento che avevo intenzione di mantenere. Ferma intenzione. Dovevo capire delle cose, tutto qui.

Due

Sono un cacciatore di risposte, pensai davanti al telefono. Ero freddo: intenzione ferma.

Tre

Alzai la cornetta,

“Pronto?”,

Lei disse:

“Ciao”,

non disse: Ciiiiao!, e nemmeno: Ciaooo!, e neppure: CCCiao!

Disse solo: “Ciao”.

Dopo tutto quel tempo era proprio Lei: il ghiaccio si sciolse. Il marmo si sgretolò in un mucchietto di brecciolino, tutto dentro di me cedette di schianto in un colpo solo e io non seppi nemmeno più che cosa fosse un cacciatore di risposte e di cosa esattamente si occupasse nella vita.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(29)

29

Ora, nel momento in cui Lei disse Ciao, a me sembrò proprio che l’ultima volta che l’avessi sentita fosse stato ieri sera.

“Ciao”, le dissi.

“Ciao”, ripeté Lei: salutare ci eravamo salutati, niente dubbi su questo. “A volte richiamano”, disse subito dopo.

“Già”, dissi io. Era tutto così surreale, come se stesse succedendo senza succedere, era un po’ più di un fatto immaginario e un po’ meno di un fatto reale. Era il suo tono di voce, il suo modo di parlare, quella calma che avvolgeva ogni suo gesto consegnandovelo impacchettato come un bel regalo.

Sorrise nella cornetta: “Mi sembra ieri”, disse poi.

“Sì”, dissi io, “sembra proprio ieri. Che fai? Come stai?”, le chiesi.

“Sto bene, faccio le solite cose. Adesso sto a Milano, abito proprio sotto la madunina”, disse Lei.

“A Milano”, dissi io. “E ti trovi bene?”

“Una chiavica. Sono tutti molto freddi e molto efficienti, lavoro qui da più di un anno e ci devo stare.”

Io lavoravo qui da più di tre anni e anch’io ci dovevo stare, in un certo senso la capivo.

“Che hai fatto in questi tre anni?”, le chiesi poi.

“L’anno scorso stavo per sposarmi”, disse Lei. Ah, bene!, pensai.

“Non lo so nemmeno io come siamo arrivati a tanto, ma stavo proprio per sposarmi. Poi all’ultimo momento sono scappata. Appena in tempo”, disse. Lo disse proprio come se avesse scampato un pericolo mortale. “E tu?”, mi chiese.

“Io? Io niente, le solite cose. Non stavo per sposarmi però”. Parlavamo, questo sì, ma era come se stessimo parlando di qualunque cosa tranne quello di cui avremmo voluto parlare. Non posso escludere che fosse una sensazione esclusivamente mia questa, ma mi sento di poter dire con una certa sicurezza che anche nella sua voce e nelle sue parole c’era come un sottofondo di altre cose.

“Dimmi qualcosa che non so”, mi disse a quel punto. Non avevo che da scegliere nel mazzo se avessi voluto rispondere a questa domanda. Avrei potuto cominciare dicendole che stava parlando con me, ma non era il me che conosceva Lei quello che oggi le rispondeva al telefono. Avrei potuto proprio dirle un sacco di cose, credetemi, ma non mi sentivo di volerle dire niente.

“Sei contenta di quello che hai?”, invece di rispondere le chiesi questa cosa.

“Contenta? No, ma fra un paio di mesi vado a Londra, e di questo sono contenta.” Doveva sempre fare qualche viaggio, stava sempre a correre da qualche parte. Quando stavamo insieme i suoi amici la chiamavano La ragazza con la valigia. “E tu?”, mi chiese poi.

“Io? Se sono contento? Certo che sono contento”, lo dissi quasi offeso. Ma non ero offeso, ero solo stato preso con le mani nel sacco. No che non ero contento, non c’era proprio niente di cui fossi contento. Ma questo non l’avrei detto a nessuno, meno che mai l’avrei detto a Lei.

“Con questo ragazzo che stavo per sposare non parlavamo mai”, mi disse Lei. “Cioè parlavamo un sacco, ma non dicevamo niente. Stavamo ore e ore a parlare, ma parlavamo come due giornalisti, non come due fidanzati. Non eravamo davvero in confidenza, era come se ci facessimo un’intervista. Non lo so se mi sono spiegata, ma con te era diverso”.

Oh, altroché se si era spiegata. Si era spiegata alla grande proprio.

“Anch’io negli ultimi tempi – Negli ultimi tre anni, fu quello che pensai – non è che abbia parlato tantissimo. Senti, adesso devo andare perché domani è veramente una giornataccia. Ci sentiamo qualche altra volta se ti va?”. Non chiedetemi perché troncai quella telefonata dopo averla aspettata così tanto, una vera risposta non ce l’ho. Immaginatevi voi qualcosa, andrete molto più vicini alla verità di qualunque spiegazione possa darvi io.

“Sì, come no”, disse Lei. “Sono stata proprio contenta di sentirti”, mi disse.

“Anch’io, la tua voce è quella di sempre”, le dissi.

“Anche la tua”, mi disse Lei, poi ci salutammo. Le sensazioni che mi lasciò quella telefonata furono principalmente due: la prima era nostalgia.  E la seconda era l’impressione che a tratti avessimo parlato come due giornalisti.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(30)

30

La sera del giorno dopo quella telefonata uscii in macchina da solo e cominciai a girare per la città. A un certo punto imboccai un lungo rettilineo con una serie di semafori uno dietro l’altro. Mentre la macchina andava, mi venne in mente che A volte richiamano.

A volte non possono tornare indietro. A volte è troppo tardi. A volte vorresti essere qualcun altro.

Semaforo rosso, insieme alla macchina si bloccarono anche i pensieri.

Verde:

A volte lo sei. A volte non lo volevi. A volte succedono cose che hai aspettato come se da loro dipendesse la tua stessa vita. A volte queste cose non sono come te le eri immaginate. A volte lo sono, ed è anche peggio.

Rosso, chi si muove paga pegno.

Verde:

A volte la tua vita non dovrebbe essere consegnata nelle mani di qualcun altro. A volte ami. A volte non meriti quello che hai. A volte lo perdi. A volte non ti meritano. A volte loro riescono a tenerti lo stesso. A volte certe porte si chiudono.

Rosso, non si muove una foglia.

Verde:

A volte le porte chiuse andrebbero lasciate come stanno. A volte non dovresti passare il tuo tempo a cercare il modo migliore per aprirle. A volte si riaprono e quello che c’è dietro è anche meglio di come te lo ricordavi. Quelle volte dovrebbero restare chiuse più che mai.

Mi fermai in un pub a bere una birra e restai seduto un bel pezzo al tavolo, non pensavo più a niente. A un certo punto mi venne voglia di ubriacarmi. Volevo aprire le porte della percezione, come le chiamava Blake.

Quante porte, pensai.

Verso mezzanotte chiamai Lucio, che stava in un pub pure lui. Gli chiesi se era solo, mi disse di no.

“Ma se vuoi venire vieni, non c’è problema”, mi disse subito dopo. Questo c’era di bello con lui, che non c’era mai problema. Ero un po’ brillo, gli dissi che sarei andato.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(31)

31

Lo trovai a un tavolo seduto con Emanuela. Ve la ricorderete sicuramente, era quella che l’aveva mandato in bianco la prima sera che uscii con Tiziana. Mi sorprese non poco rivederli insieme, forse era la prima volta in assoluto che vedevo Lucio insieme a qualcuna che l’aveva già mandato in bianco.

Forse si sta innamorando, pensai. Feci un sorriso, mi ero appena seduto al tavolo senza nemmeno salutarli.

“Sei ubriaco?”, mi chiese Lucio. Lo chiese come se stesse parlando con un alcolizzato.

“Ancora no”, gli dissi. “Voi?”

“Noi che?”, mi chiese Emanuela. Ma forse dovrei dire mi morse Emanuela. Neanche loro mi avevano salutato, avevamo saltato tutti i preliminari: immagino che dovessi stargli molto antipatico per aver mollato la sua amica.

“Siete ubriachi?”, gli chiesi.

“Ma figurati, io non bevo proprio”, mi rispose. Stava molto sulle sue, se fossi stato completamente lucido a quel punto me ne sarei andato.

Chiamai il cameriere e ordinai un whiskey e coca: “Molto whiskey”, gli dissi.  Se c’è una cosa che mi fa veramente schifo sono i superalcolici, mi bruciano lo stomaco a morte. Ma quella sera dovevo aprire le porte della percezione. Lucio ordinò una coca cola, Emanuela si fece portare un frullato.

“Mi fate bere da solo?”, dissi rivolto a tutti e due.

“Sei l’unico che beve qui”, mi disse Emanuela. La guardai e feci un altro sorriso. Quella sera ero un distributore di sorrisi, e adesso che ero sicuro di starle assolutamente antipatico decisi che mi sarei alzato da quel tavolo solo quando se ne fossero andati anche loro, non un momento prima. E mi sarei alzato ubriaco.

Il terzo bicchiere era quasi tutto whiskey. Il quarto whiskey e coca diventò un whiskey e basta. A quel punto la realtà cominciò a sfumare. Sembrava che il mondo fosse stato proiettato dietro una di quelle allucinazioni estive dell’asfalto, quando da lontano sembra che tutto stia ondeggiando. Solo che il mio mondo ondeggiava da vicino. Siccome sentivo il cervello allontanarsi in fretta decisi di fermarmi con i superalcolici e il mio quinto bicchiere fu una birra.

A quel punto alle mie porte mancava solo un colpetto per aprirle. La birra glielo diede: a metà bicchiere le porte della percezione si aprirono.

E dietro non c’era niente.

Niente di niente. La mia mente non mi svelò nessun segreto, non mi trasmise neanche un pensiero, nemmeno una piccolissima riflessione, niente. Fu allora che mi venne da ridere, mi venne da scompisciarmi dalle risate, letteralmente. Se c’è una cosa davvero irresistibile per un ubriaco sono le facce serie di chi è rimasto sobrio e ti guarda con sguardo compassionevole e imbarazzato. Emanuela aveva uno sguardo anche peggiore di quello, era schifata, mi dovete credere. Letteralmente schifata, lei non aveva mai visto niente di simile in tutta la sua vita, quello era il messaggio che mi lanciava con gli occhi. Misi le mani sul tavolino, ci poggiai la testa sopra e risi a morte.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(32)

32

Da un certo punto in avanti ho un vuoto totale su quello che è successo. Mi ero ubriacato di brutto, forse più della serata con la tequila. Dopo questo vuoto, i ricordi partono all’improvviso con Lucio che mi dice di aspettare lì seduto al tavolo e non muovermi per nessun motivo.

“Accompagno Emanuela e vengo a riprenderti”, mi disse. “Tu non ti muovere da qui per nessun motivo.” Fece una pausa, poi quando vide che non rispondevo aggiunse: “Hai capito?”

Io non avevo capito ma gli feci segno di sì con la testa. Continuavo a guardare una goccia d’acqua caduta da un bicchiere sul tavolino. Era una goccia che stava lì da più di cinque minuti e mi stava dicendo un sacco di cose. Continuavo a fissarla come se dentro potessi leggerci il segreto dell’origine e della fine della mia vita. Be’ non sono assolutamente sicuro sull’origine a dirla tutta, ma sulla fine sì, perché mi sentivo come se fossi morto. Assolutamente, definitivamente morto.

Mi sentivo come se fossi morto da un sacco di tempo e nessuno me l’avesse ancora detto. Ma ecco che all’improvviso io cominciavo a scoprirlo da me, senza bisogno che qualcuno mi dicesse niente. Dentro quella goccia stavo leggendo che sì, era esattamente così. Era così che andava quando morivi. Nessuno te lo diceva per un bel pezzo, per non sottoporti allo stress della notizia tutto d’un colpo. Tu morivi e continuavi un po’ di tempo come se fossi vivo. Poi un giorno qualcuno ti avrebbe fermato per strada e ti avrebbe detto di essere il tuo angelo custode. Ti avrebbe detto che eri morto due o tre anni fa, ma non c’era nessun problema perché ti sentivi benissimo, no? Quindi perché spaventarti per una notizia del genere? Da quel momento in avanti saresti stato ancora meglio. Avresti apprezzato tutti i vantaggi di essere morto. Era finalmente arrivato il momento di avere tutte le risposte. Perché è questo il sottofondo latente di tutte le cose che facciamo, no? E’ questo il senso delle Grandi Domande, lo scopo finale di ogni ricerca dentro e fuori sé stessi: avere le risposte.

Chi sono? Cosa ci faccio esattamente qui? Cosa succederà quando morirò? Cosa sarà dopo? Ha un senso il mio dolore? Le domande le conoscete, ecco che per me era arrivato finalmente il momento di avere le risposte, di sicuro era così. Perché ero bello che morto da un sacco di tempo ormai e l’avevo capito da me. E quando sarebbe arrivato il mio angelo a dirmelo sarei stato io a sorprendere lui.

Dentro quella goccia d’acqua c’era tutta questa roba e se Lucio pensava che avessi tempo per sentire quello che aveva da dire lui era completamente scemo. Lo vedete da soli quanto potevo essere ubriaco.

Appena Lucio uscì dal locale mi calò addosso un velo di tristezza assoluta. Non posso farci niente, pensai e la tristezza mi piombò addosso come una volpe sopra una gallina addormentata. Non posso farci niente a niente. A niente. Non-posso-fare-niente. N.i.e.n.t.e.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(33)

33

Il giorno che sono partito militare dentro casa mia regnava la disperazione. Mi ricordo che avevo il treno alle nove di sera e alle otto ero a casa con tutti i bagagli pronti. Con me c’erano mia madre, mia nonna e mia sorella. Io mi sentivo come se stessi andando in vacanza, soprattutto perché ero stato preso in Aeronautica, e chiedetelo a chiunque: fare il militare in Aeronautica se non è una vacanza è qualcosa che ci va molto vicino. Tra le altre cose ero stato assegnato ad una base aerea con degli aerei veri. C’erano i Tornado, cazzo, e anche se ero un semplice autista a disposizione degli ufficiali, li avrei finalmente visti dal vivo. Li avrei toccati, avrei toccato i loro carrelli, le ruote, li avrei visti decollare e chissà se fossi stato tanto fortunato da trovarne uno in qualche hangar senza custodia, avrei anche potuto salire la scaletta per entrarci dentro.

Io ero contento, ed ero l’unica persona contenta dentro casa mia. Gli altri erano alla disperazione. Mia nonna piangeva in camera da letto cercando di non farsi sentire, mia madre piangeva in cucina abbracciata a mia sorella. Sembrava che stessi partendo per il Vietnam.

Mia sorella aveva cinque anni e non capiva molto bene cosa stesse succedendo, era molto spaventata. Io non sapevo che cosa fare, a dirla tutta non vedevo l’ora di andarmene.

“Io vado”, dissi alla fine.

A queste parole mia nonna si precipitò in cucina urlando: “ODDIO… OODDDIO!”

“Fatti sentire!”, disse mia madre come se fosse l’ultima volta che mi vedesse. “Non fare come fai tu! Scrivi, telefona, fatti SENTIRE!”

“Sì… ma certo che telefono, dai non fate così. Non c’è bisogno, tra l’altro sto qui a ottanta chilometri, tornerò anche spesso…”

Mia sorella si staccò improvvisamente da mia madre e mi abbracciò una gamba: “TORNA!”, mi urlò contro i pantaloni.

Era spaventata a morte, allora mi abbassai per parlarle: “Ascolta, io torno, questo non è proprio in discussione, non corro nessun rischio, è solo il servizio militare che devono fare tutti i ragazzi, capito? Non è una cosa rischiosa, soprattutto dove vado io, è proprio tranquillissimo, capito? Adesso tu vedi mamma e nonna che piangono, ma tutte le mamme e tutte le nonne piangono quando i ragazzi vanno a fare il militare, non è così drammatico, non è niente, capito?”

“GIURA CHE TORNI!”, mi urlò in faccia come se non avessi detto niente. Adesso stava piangendo anche lei. Dio se me ne volevo andare.

“Okay”, le dissi alla fine. “Giuro che torno, va bene?”

“NO!”, disse lei. “GIURALO VERAMENTE !”

“Okay, lo giuro veramente, va bene?”. Lei si girò verso mia madre, come per chiederle se andava bene adesso che l’avevo giurato veramente.

Mia madre smise di piangere e mia sorella lo interpretò come un buon segno. E anch’io. Poco dopo riuscii finalmente ad uscire da casa per andare alla stazione. Appena fuori casa mi sentii libero, mi sentii finalmente libero.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(34)

34

Adesso invece, seduto in quel locale, ubriaco da non capire niente una cosa la capivo e la capivo molto bene: mia madre non stava smettendo di piangere e io non sarei potuto uscire da lì dentro sentendomi libero nemmeno un po’. Niente e nessuno avrebbe smesso di piangere quella sera per svoltare la situazione. Non avevo nessuna possibilità di uscire dal locale più libero di come ci ero entrato, e dentro di me mandai a fare in culo Blake e le sue porte della percezione aperte su stanze vuote.

Mi sentivo come se avessi chiuso un’epoca della mia vita senza averne cominciata nessun’altra. Come se fossi rimasto bloccato a metà strada di qualcosa. Nessuna possibilità di tornare indietro e nessuna percezione di cosa avevo davanti. Dovevano sentirsi più o meno così i soldati della prima guerra mondiale spinti dai fischietti dei loro ufficiali in quella che chiamavano La Terra di Nessuno.

Te ne stavi bello comodo nella tua trincea, magari scrivevi una lettera alla tua ragazza a casa, ed ecco che tutt’a un tratto quelli dall’altra parte cominciavano a sparare. Neanche il tempo di risistemarti le cose e il tuo ufficiale soffiava come un pazzo nel suo fischietto: era il segnale. Dovevi alzarti, prendere il tuo fucile con la baionetta e buttarti all’assalto come una furia. Saltavi in piedi, uscivi dalla trincea ed ecco che prima ancora di rendertene conto ti trovavi a combattere nello spiazzo che separava la tua trincea dalla trincea del nemico: La Terra di Nessuno.

Non potevi tornare indietro, perché saresti stato fucilato dai tuoi. Non potevi andare avanti, perché c’era la trincea nemica. Dovevi startene lì nel bel mezzo del nulla, combattendo, sparando, uccidendo a destra e a manca come meglio ti riusciva, sperando di uscirne vivo in qualche modo che al momento ti risultava assolutamente sconosciuto. E non c’era nessun Dio per te, e nessun amico, e nessuna donna o uomo o animale su tutta la faccia della terra, nessuna scelta e nessuna cosa, nessun oggetto o pensiero e niente che potesse aiutarti in qualche modo ad uscire da lì. C’eri solo tu contro un nemico che non ti eri cercato. Che ci crediate o no, mi sentivo esattamente così.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(35)

35

La mia era la posizione di tutti quelli che vorrebbero abbracciare qualcuno che è morto. La fine di un amore in un certo senso è un lutto, e in un certo senso ancora più certo è una cosa che va oltre il lutto. Probabilmente quello che alla fine ci costringe ad accettare la morte di qualcuno a cui vogliamo bene è la sua inevitabilità, oltre al fatto che la morte è assolutamente definitiva. Non c’è nessun ritorno, nessuna possibilità di trovare un modo per sostituire con una presenza il vuoto che stringi tra le braccia.

Allo stesso modo, quando finisce una storia d’amore la presenza della persona amata svanisce. Ma il punto è che quella persona continua ad esistere, c’è. E’ da qualche parte, da qualunque altra parte che non sia il posto dove vi trovate voi e questo complica le cose di brutto.

Non mi ricordavo che Lucio dovesse tornare a prendermi, quindi mi alzai dal tavolino e mi avviai verso la macchina. O meglio, verso il posto in cui pensavo di aver lasciato la macchina. Arrivato al parcheggio guardai in giro e non trovai la mia macchina da nessuna parte. Mi voltai dietro di me per assicurarmi del posto in cui mi trovavo, mi girai di nuovo verso le macchine e guardai meglio. C’è, mi diceva la vocina, c’è. Era ubriaca anche lei.

Un attimo prima di chiamare la polizia per denunciare il furto della macchina, mi ricordai che l’avevo lasciata nel parcheggio dietro il locale e adesso mi trovavo nel parcheggio di fronte al locale.

Andai a recuperarla. Appena salito dentro cominciò la ricerca delle chiavi, che per qualche oscuro motivo non sono mai nella tasca dove penso di trovarle. Ad essere precisi sono sempre nell’ultima tasca in cui le cerco. Devo mettere ordine nella mia vita, pensai infilando la chiave nell’accensione.

Girai la chiave e fu come aver infilato la spina dell’albero di natale nella presa della corrente. Tutte quelle luci nel quadro, cazzo quante ne vedevo! Mi sembrava che dall’ultima volta che l’avessi lasciata, la mia macchina avesse centuplicato le sue luci nel quadro.

Mentre pensavo a come potesse essere successa una cosa del genere, Lucio aprì di scatto il mio sportello. Io saltai dalla paura, per poco non mi veniva un infarto. L’ultima cosa che mi aspettavo pensando alle mie luci era che qualcuno aprisse lo sportello della macchina con quella violenza.

“Dove cazzo credi di andare?”, mi disse infilando la capoccia nella macchina.

“A casa”, gli risposi scansandomi di lato. “Perché? Hai altri programmi?”, gli chiesi poi. A dirla tutta non capivo che voleva da me e cosa ci facesse di nuovo lì. Non mi ricordavo in nessun modo che sarebbe dovuto tornare a prendermi.

“Certo che ho altri programmi, la tua macchina resta qui, a casa ti porto io. Poi domani torniamo a prenderla.”

Che cosa?”, gli dissi guardandolo di traverso, e vedendolo di traverso. “Non se ne parla proprio, piuttosto dormo qui”, che mi sembrava un’alternativa assolutamente ragionevole in quel momento.

Lui mi vide molto risoluto, allora disse: “Okay, allora andiamo a casa, lasciamo la mia macchina e poi torniamo a piedi a prendere la tua. Poi io porto a casa te e la tua macchina e me ne torno a piedi”. Ci pensai un po’ su. Io e lui abitavamo piuttosto vicini, si poteva fare. Ma da casa sua al locale a piedi era almeno mezz’ora di strada e non avevo voglia di camminare.

Allora gli dissi: “No, tu vai a casa, posi la macchina e torni a piedi. Io ti aspetto qui.”

Lui mi fece uno sguardo come se volesse spaccarmi la faccia, poi disse: “Va bene ma le chiavi della tua macchina me le porto io”.

Era un grande amico, forse il migliore che ho avuto.

Non capivo perché volesse portarsi via le chiavi della mia macchina, e nemmeno perché volesse andare a casa sua per poi tornare a piedi a prendere me, ero molto ubriaco. Ci pensai un po’ su,  alla fine gli dissi che andava bene. Tutto quello che volevo era restare un po’ da solo a pensare alle luci del mio quadro.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(36)

36

Lucio tornò dopo un’oretta, io mi ero addormentato in macchina. Mi svegliò bussando sul vetro, stavolta mi ero chiuso dentro.

Mi sentivo meno intontito di prima, ed ero abbastanza lucido da aver capito che aveva fatto tutta quella manfrina per non farmi guidare. Così scesi dalla macchina e passai dal lato del passeggero senza dire niente. Lui salì, mise in moto e partimmo. Le luci del quadro sembravano quelle di sempre.

Durante i dieci minuti di strada nessuno di noi due parlò. Arrivati sotto casa parcheggiò davanti al mio garage, poi si girò verso di me e mi chiese se mi andava di parlare.

“Certo”, gli risposi. Ed era vero.

“Che è successo?”, mi chiese.

“Quando?”, gli chiesi io.

“Stasera, che è successo? Perché hai bevuto tutta quella roba?”

Io ci pensai un po’ su: già, perché avevo bevuto tutta quella roba? Era andato un bicchiere via l’altro. Era successo un po’ per caso, un po’ perché non volevo andarmene dal locale prima che se ne andassero loro, e un po’ per le mie porte della percezione.

“Mi andava”, gli dissi. “Sei preoccupata, mamma? Non sto diventando alcolizzato, tranquillo”.

“No, non sono preoccupato, ma hai detto che ti andava di parlare, per questo ti ho chiesto che è successo. C’è di mezzo qualche donna?”

“Qualche donna? Ce n’è di mezzo una, per vie traverse diciamo, ma non sono al punto di ubriacarmi per via di una donna”.

“Ah no?”, fece lui. Era molto ironico.

“No”.

“E chi è questa che sta di mezzo per vie traverse? La conosco?”

“No. E’ quella con cui sono stato più di tre anni fa, non l’hai mai conosciuta. Ne abbiamo già parlato”.

Lui si girò a guardare fuori dal finestrino. Era incredulo. Poi si voltò di nuovo dalla mia parte: “Ancora pensi a quella?”

“Non passa giorno che non penso a lei”.

“Ma come cazzo è possibile? Ma che aveva? Era così bella?”

“Bella o non bella stare insieme a lei era come quando ascolti i Pink Floyd: fino a un certo punto è musica, poi diventa qualcos’altro. Tu non sai che cos’è, è altro, è di più, è oltre. E’ il tempo, lei aveva il tempo delle cose. Se le attaccavi addosso un metronomo, lei te lo sincronizzava, capisci? Lei aveva il tempo nei gesti, il tempo nelle parole, aveva il polso del tempo in quello che faceva”.

“E che faceva di tanto speciale?”

“Il punto non è cosa faceva, è come lo faceva. Non è cosa succede, è come succede. E’ che quando stai con lei, stai bene. Talmente bene che stai bene come quando stai con te stesso. Talmente bene che stai meglio di quando stai con te stesso. E’ come specchiarsi in qualcun altro e riconoscersi. Come possa succedere non lo puoi spiegare a nessuno. Cazzo, non puoi spiegarlo nemmeno a te stesso. E’ solo che succede, è tutto qui.”

“Sì ma che hai ancora da pensarci dopo tutto questo tempo? Se ci vuoi uscire chiamala cazzo, chiamala e levati questo pensiero, o no?”. Non sapeva nemmeno di che cosa stavo parlando.

“Io non voglio chiamarla, io vorrei solo tornare indietro e basta.”

“E pensi che tornando indietro le cose cambierebbero?”

“Ti ci puoi giocare il culo che cambierebbero. Molte cose cambierebbero. Molte cose che ho fatto. Anche se non credo che cambierebbe l’esito finale della nostra storia. Sono assolutamente convinto che ci saremmo lasciati lo stesso, anzi forse ci saremmo lasciati prima.”

“E allora perché vorresti tornare indietro?”

Per me vorrei tornare indietro, va bene?. Per me, perdio!, vorrei tornare indietro per me!”

“Max mi dispiace, ma non ti capisco proprio”, mi disse lui. Ed era vero, non mi capiva proprio. Così come era vero che non potevo spiegargli niente, quindi decisi di lasciar stare. Molte volte non è che non vuoi condividere quello che hai dentro, è che non ci riesci proprio. Tu lo sai che non ci riesci, lo sai perché quando ci hai provato hai visto quello sguardo assente che montava in chi ti stava di fronte. Più parlavi e spiegavi il meglio del meglio che avevi dentro, più gli occhi che ti guardavano si allontanavano. Alla fine ti trovavi a parlare da solo e chi ti stava di fronte non ti vedeva più. Ma tu lo vedevi. Vedevi molto bene che mentre cercavi di condividere il tuo meglio quell’altro se n’era andato con la testa chissà dove e ti aveva lasciato di fronte a due occhi vuoti.

Una, due, tre, dieci volte, un bel giorno non lo sopporti più. Un bel giorno quando qualcuno ti chiede che cos’hai cominci a sparare cazzate, cominci a dire che non hai niente, solo per non rivedere mai più quegli occhi vuoti. Ma dentro ti resta quel desiderio represso, il desiderio che ti vedano, la voglia di farti capire davvero. Vorresti aprirti come un libro e farti leggere, senza stare lì a spiegare cose inspiegabili: Leggete, cazzo! Leggete! Così la smettete di chiedere cose che non posso spiegarvi. E’ scritto tutto qui, leggete e fatela finita.

Lucio scese dalla macchina per aprire il garage, io approfittai per passare al posto di guida. Visto che ero in grado di farlo misi la macchina in garage, lo ringraziai di tutto e me ne andai a dormire. Le serate in cui ti sbronzi finiscono sempre a cazzo di cane.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | Lascia un commento

(37)

37

Solo che quella serata non era ancora finita. Appena mi infilai nel letto intervenne la vocina:

Perché hai detto che se potessi tornare indietro forse sarebbe finita anche prima?

Le porte si spalancarono di nuovo, tutte insieme, e stavolta vidi. Vidi il senso di tutto quel lavoro, vidi la figura che tassello dopo tassello avevo pazientemente ricostruito nel corso di quegli anni. Vidi lei che spegneva il telefono per restarsene sola. Vidi me che la cercavo senza trovarla. E ancora lei che mi rispondeva al telefono con quella voce impegnata. La voce Se devi dire qualcosa dilla in fretta, ho un sacco di cose da fare. Vidi me che cercavo disperatamente di conciliare la sua presenza con il mio bisogno urgente, famelico, di libertà.

E ancora lei che mi chiamava all’una di notte per dirmi: Ti amo. Lei che mi stringeva dicendo che non voleva perdermi. Chiedendomelo, lei che mi chiedeva di fare in modo che non mi perdesse. Lei che mi parlava in silenzio, lei che mi parlava dentro.

Vidi noi due abbracciati in una stanza in cui l’Universo aveva stabilito il suo inizio e la sua fine. Vidi così chiaramente come per noi in quei momenti non esistesse niente al di fuori di quella stanza. La vidi ansimare sotto di me mentre facevamo l’amore, la vidi chiedermi di dirle le parole. Vidi noi due abbracciati nella sabbia, in un mondo solo nostro, in una dimensione privata e unica e irripetibile.

Vidi noi due a casa mia il giorno di San Valentino, la mattina di San Valentino. Ci vidi nella mia cucina con lei che guardava fuori dalla finestra e io che tiravo fuori dal ripostiglio una rosa blu che avevo nascosto lì dentro il giorno prima. Mi vidi avvicinarmi alle sue spalle e chiamarla per farla girare, e vidi lei che si girava trovandosi quella rosa improvvisamente davanti agli occhi. Quella rosa sbucata dal nulla, e la vidi guardare me e poi la rosa e poi ancora me, e poi la rosa… E la vidi fare quello sguardo, quello sguardo come se nessuno avesse mai fatto niente del genere per lei, quello sguardo come se quella rosa non fosse solo una rosa, ma fosse l’unica rosa rimasta in tutto il pianeta. Ma che dico pianeta, in quello sguardo quella era l’unica rosa rimasta in tutto l’universo, l’unica rosa mai creata, ed io gliela stavo regalando, proprio io e proprio a lei. La vidi più muta e zitta che mai parlare con quegli occhi immensi, quegli occhi più profondi dell’abisso che mi aveva inghiottito negli ultimi tre anni e mezzo. Quegli occhi che quella mattina parlavano solo per me e lei e la nostra rosa blu. E Dio, se avessi saputo che mi avrebbe guardato così, davvero sarei andato a cogliere l’ultima rosa dell’universo per regalarla a lei.

Mi vidi mentre le raccontavo delle ragazze che avevo avuto: Le ho lasciate tutte. La sentii rispondere: Anch’io. Li aveva lasciati tutti e avrebbe lasciato anche me. Le avevo lasciate tutte e avrei lasciato anche lei. Perché la storia si ripete e le persone non cambiano. Meglio: le persone raramente migliorano e non puoi puntarci sopra più di qualche spicciolo, se proprio te la vuoi giocare. Di certo non dovresti puntarci sopra la tua vita.

La vidi raccontarmi dei suoi progetti di lavoro a Milano. Dei mille concorsi a cui si era iscritta in tutta Italia. La vidi parlarmi dei suoi progetti come se invece del suo ragazzo fossi stato un lontano conoscente passato di lì per caso. E vidi, oh come lo vidi, vidi con una chiarezza cristallina che sì, lei se ne sarebbe andata in qualunque caso. E non importava quanto mi amasse o quanta importanza avessi avuto nella sua vita, lei sarebbe andata via sotto braccio alla sua libertà.

Mi vidi maltrattarla per la mia gelosia. La vidi piangere per le mie parole. E chiudersi, e cercare un modo, un qualunque modo per finire quella storia. La vidi cercare la sua zona rimozione e cominciare a spostarci dentro tutto il bello che c’era tra noi. E ammucchiare, giorno dopo giorno, una sull’altra con infinita, meticolosa pazienza tutte quelle sensazioni e quei ricordi come in un vecchio cimitero di automobili.

Mi vidi cercare alternative per il ritorno alla vecchia e sicura sensazione di sentirsi liberi da un amore come quello. Un amore che avvolgeva tutto, si nutriva di tutto, che tutto voleva e tutto prendeva. Che non chiedeva mai: esigeva, ordinava, disponeva. Insaziabile, irrefrenabile, assolutamente, completamente, definitivamente sfrenato. Vidi la sua paura, e la mia.

Perché l’avrei lasciata, dissi alla vocina. Quant’è vero che sto tornando me stesso: l’avrei lasciata.

Quando?

Quando? Be’ quante occasioni vuoi? Quando mi disse che stava pensando di fare la missionaria in Africa? Quando mi disse che voleva andare a lavorare a Milano? Quando mi informava dei concorsi a cui si era iscritta in tutte le regioni d’Italia salvo quella in cui abitavo io? Quando mi parlava della sua vita come se io non ne avessi mai fatto parte? Lei teneva alla sua libertà almeno quanto io tenevo alla mia: noi due non eravamo fatti per stare insieme. Ogni giorno passato insieme è stato un giorno guadagnato, perché il vero corso di quella storia era che non doveva esserci nessuna storia.

Vuoi dire che la rinneghi?

La rinnego? Quelli sono stati i giorni più belli della mia vita, come potrei mai rinnegarli? Stare insieme a lei era bello, è la cosa più bella che abbia mai fatto. Ma il punto adesso è: era giusto pagare tutto questo? Tutto quello successo negli ultimi tre anni e mezzo, era giusto? Per me dico, era giusto? Voglio proprio dire: mi meritavo di farmi una cosa del genere? Io dico di no. C’erano altri modi per farla finire, modi in cui avrei pagato molto meno.

Non lo meritavi, ma ne valeva la pena?

Oh sì, lei valeva, niente dubbi su questo: lei valeva. Ma meritava di essere lasciata, così come lo meritavo io in un certo senso. E potendo tornare indietro vedendo quello che vedo oggi, avrei fatto finire quella storia. L’avrei fatta finire prima, ma quello che conta di più è che l’avrei fatta finire in un altro modo. O perlomeno ci avrei provato.

Quindi se dovessi tornare indietro sapendo che per tutto quello avresti dovuto pagare tutto questo, lo rifaresti?

Tutti i giorni. Lo rifarei tutti i giorni, non c’è verso. Non c’è cosa che non rifarei per avere i giorni passati insieme a lei. Non c’è cosa che non pagherei. Quei momenti non hanno prezzo: lei non ha prezzo. Forse sarebbe dovuta finire prima, di certo sarebbe dovuta finire in modo diverso. Ma che ci fosse dovuta essere, su questo non ho dubbi.

Pensi che lei ti amasse?

Quello che è successo tra noi non può succedere se l’amore sta solo da una parte. I momenti che abbiamo avuto non possono esistere in un amore a senso unico, è impossibile. E’ un’alchimia, è una combinazione di cose: sarebbe come voler fare l’acqua solo con l’idrogeno o solo con l’ossigeno, non c’è verso. Non c’è come farlo, è tutto qui: o hai idrogeno e ossigeno oppure niente acqua, rassegnati. Lei mi amava, potremmo discutere se mi amasse più o meno di me, per quanto tempo è rimasta innamorata e così via. Sì ma chi se ne frega? A che serve stabilire questo? La sua mancanza non era nel sentimento, la sua mancanza era nella personalità. Nel modo in cui era fatta: la sua mancanza era che fosse così stronza.

Vuoi dire come te?

Sì, voglio proprio dire stronza come me. E non c’è verso che due stronzi come noi potessero restare insieme.

Stabilito questo, il nostro lavoro è finito?

Penso proprio di sì.

Pubblicato in 4 Anni Dopo | 4 commenti

Epilogo

Dopo l’ultima chiacchierata con la mia vocina passarono più o meno sei mesi di ricostruzione globale, diciamo così. Il mio terzo salto era stato completato, e in un certo senso quei sei mesi furono il benvenuto definitivo nel nuovo me stesso. Come in tutti i salti precedenti a quello, avevo lasciato qualcosa indietro e qualcos’altro di nuovo era pronto ad accogliermi. Un nuovo modo di vedere le cose, di pensare, di fare. Migliore? Peggiore? Non lo so, era nuovo, questo lo so per certo. E so anche un’altra cosa: il passato mi segue sempre. Forse più che segue dovrei dire insegue. Il passato, è lui il vero cacciatore.

Un po’ di tempo fa stavo in una mailing list in cui era iscritta anche una ragazza polacca. Con i modi pratici dei popoli dell’est, ogni volta che questa ragazza ci vedeva bloccati in qualche discussione che rischiava il classico stallo dovuto all’eccesso di pensiero e alla mancanza di azione, veniva fuori con una mail il cui testo era composto da una sola parola:

Avanti!

C’era molto che questa ragazza potesse insegnarmi con una sola parola.

Alla fine del sesto mese di ricostruzione, Stefania mi chiamò. Disse che doveva venire a Roma per un meeting. Come sapete, Stefania doveva sempre andare da qualche parte. Mi chiese se mi andava di incontrarla. Al vecchio me stesso sarebbe andato molto. A quello nuovo non è che non gli andasse, ma diciamo pure che era abbastanza scettico.

Le dissi che si poteva fare, e le chiesi se avesse qualche posto in cui andare a dormire. Ora, qui successe una cosa strana: lei rimase in silenzio per un po’. Non so se si aspettasse che l’avrei invitata a dormire da me, probabilmente non lo saprò mai. Fatto sta che mi sembrava semplicemente fuori luogo un invito del genere, e posso dire con una certa sicurezza che lo sarebbe stato senz’altro. Nonostante questo, lei rimase in silenzio.

Dopo un po’ disse che sarebbe andata a dormire da un’amica. Disse che si sarebbe fatta sentire in settimana per metterci d’accordo. Era martedì.

Mercoledì. Giovedì. Venerdì. L’avete sentita voi? Così l’ho sentita io.

Quelli furono gli Ultimi Tre Giorni in cui diedi una qualunque importanza a una qualsiasi cosa detta da Stefania.

Il sabato, intorno a mezzogiorno chiamò. Io non avevo il telefono con me, quando lo recuperai trovai la sua chiamata insieme a un messaggio. Il messaggio diceva che non era potuta arrivare prima, ma che se mi andava sarei potuto andare al suo meeting, così avremmo potuto incontrarci.

Non era cambiato niente, certe cose non cambiano mai: era ancora completamente impegnata a salvare il mondo, tempo per tutto il resto ne restava pochissimo. Le dissi che no, grazie, non era proprio il caso di un incontro tra un discorso impegnato da sopra il palco e l’altro. Magari un’altra volta.

E un’altra volta ci fu. Per l’esattezza un’ultima telefonata. Mi chiese di trovare un posto a metà strada tra Roma e Milano per incontrarci. L’avete cercato voi questo posto? Così l’ho cercato io.

L’attitudine a guardarsi indietro difficilmente paga. In questo gioco obbligatorio chiamato vita il passato conta solo in qualità e quantità di esperienza, e più niente. Il presente è una specie di chimera, qualcosa che si tende a rincorrere in continuazione senza riuscire a prenderla mai.

In Africa c’è un detto, dice che in un fiume non puoi farti il bagno nella stessa acqua per due volte. La vita è un flusso in continuo divenire, esattamente come l’acqua di quel fiume. Probabilmente l’unica vera dimensione a cui valga la pena di guardare è il futuro, perché la vita non è adesso: la vita è fra un secondo, fra dieci minuti, fra due giorni, un mese. La vita va.

Oppure

Il passato è morto. E’ terra bruciata, è quello che era. Il futuro non sai se e quando e cosa sarà. Non pensarci, non ne vale la pena perché il futuro non è. L’unica cosa che conta davvero è il presente. Perché la vita non è né ieri né l’altroieri e nemmeno domani o fra un minuto o fra cinque secondi. La vita è adesso, in questo preciso istante che mi attraversa alla velocità di un fulmine in un nembo. La vita è proprio in questo momento in cui sei. E se ti volti troppo indietro o resti imbambolato a guardarti davanti, perdi l’attimo che passa, che sta passando per non tornare mai più. Vivilo adesso finché ci sei, finché sei qui, cerca di sentirtelo addosso mentre ti attraversa, e prendila come viene.

Oppure

Non prepararti a niente, non ne vale la pena: le cose andranno come devono andare. Non preoccuparti del futuro: sulla tua vita hai meno potere di quello che credi, molto di meno. Per quanto riguarda il presente, cos’è il presente? Non hai tempo di chiamarlo che già se n’è andato. Ieri, lui sì, Ieri è quello che c’è stato. E’ l’unica cosa che non puoi perdere, è tutto quello che sai, tutto quello che sei. Il passato ti contiene in lungo e in largo, ti rappresenta, racconta di te, di ciò che hai fatto. E allora che male c’è se ti fermi un po’ a guardarlo? Che male c’è se lo ami perché ti parla di te? Che male c’è se ti sforzi di arrivare fin dove ti riesce con il lungo sguardo dei ricordi?

E se proprio non puoi fare il bagno due volte nella stessa acqua, puoi sempre fermarti a guardare com’era tutte le volte che vuoi.

(25 Maggio 2003 – 3 Dicembre 2004)

Pubblicato in 4 Anni Dopo | 14 commenti